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Post Taggati ‘Striscia di Gaza’

La balla dei proiettili di gomma degl’ israeliani…..

5 Novembre 2016 Commenti chiusi

La situazione in West Bank e nella Striscia di Gaza con lo scorrere degl’ anni non è per niente migliorata. Una lunga scia di sangue continua imperterrita senza che la Comunità Internazionale riesca a trovare delle soluzioni adeguate mentre tra arabi ed ebrei si convive, per così dire, senza esclusioni di colpi:  barriere, occupazioni, attentati, villaggi devastati….

E se il succedersi dei ” Grandi Uomini Politici ” non è servito a niente ci sono persone comuni che sul campo cercano di portare pace, solidarietà, aiuti umanitari e speranza.

Sono loro tra mille difficoltà e con rischi molto alti che fanno realmente qualcosa di positivo.

I proiettili di gomma sparati dall’ IDF ( Israeli defense forces ) nell’ infinita diatriba con i palestinesi sono da sempre una frottola.
E’ vero che vengono usati ma molto raramente e a loro totale discrezione.
Senza entrare nel merito e nel dettaglio delle regole d’ ingaggio e nemmeno sui diritti umani poiché sarebbe un discorso estremamente lungo e complesso, questa mia immagine ne è l’ ennesima dimostrazione.

FOTO: il corpo esanime di un giovane palestinese colpito dalle forze di sicurezza israeliane viene raccolto dai volontari della Mezzaluna Rossa Internazionale.
Dintorni dl Al Mughraqa – Striscia di Gaza 2000 – Gianluca Fiesoli.

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Quattro anni dalla morte di Vittorio Arrigoni.

11 Aprile 2015 Commenti chiusi

Sono passati quattro anni dalla morte di Vittorio Arrigoni e la situazione in West Bank e nella Striscia di Gaza non è per niente migliorata. Una lunga scia di sangue continua imperterrita senza che la Comunità Internazionale riesca a trovare delle soluzioni adeguate in questa terra martoriata mentre tra arabi ed ebrei si convive, per così dire, senza esclusioni di colpi, barriere, occupazioni, attentati….

Un odio ininterrotto oramai domina la regione da lunghi anni e se il succedersi dei ” Grandi Uomini Politici ” non è servito a niente ci sono persone comuni che sul campo cercano di portare pace, solidarietà, aiuti umanitari e speranza. 

Come lo era Vittorio Arrigoni.

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Ieri, 24 Aprile 2011, Bulciago, provincia di Lecco.

Tanta gente, occhi lucidi, scroscianti applausi, una lettera attaccata alla porta di entrata del palazzetto e scritta da un profugo arabo. Un ramoscello d’ ulivo appoggiato sulla bara accanto al kefiah e all’ amato capello nero mentre un coro di innocenti fanciulli canta Blowind in the wind e poi Bella Ciao.

Il mondo di Vittorio Arrigoni, dei giovani, dei numerosi amici ma anche una delegazione venuta dalla lontana Palestina e il vescovo di Gerusalemme.

E’ il testamento di Vik come volesse dire che le differenze tra i popoli, le contrapposizioni delle religioni si superano soltanto con l’ amicizia, la fraternità e l’ aiuto ai più deboli.

Il piccolo paese di Bulciago ha dato l’ estremo saluto al pacifista ucciso dai malvagi salafiti e che ha commosso l’ Italia, ma le bandiere tricolori sono state poche nel giorno del dolore.

Pace soltanto Pace e giustizia, sono le parole con una punta di polemica degl’ amministratori locali verso il Governo, per un ragazzo di soli 36 anni che ha pagato con un prezzo altissimo quelli che definiva i suoi sogni e gl’ ideali, talmente possenti da scegliere  la tormentata enclave di Gaza Strip come residenza stabile.

Ed è proprio quella terra che lo ha tradito. “ Restiamo umani “ era la firma con cui chiudeva ogni post del  blog ” Guerrilla Radio “, i reportage per il Manifesto, sicuramente scomodi a qualcuno poiché veritieri.

Adesso è difficile rimanere solidali dopo quello che abbiamo visto e soprattutto dopo anni di rancori, d’ Intifada, di razzi Qassam sulle città costiere, di occupazioni, barriere di cemento, carri armati e filo spinato, in un massacro che sembra non avere mai fine.

L’ International Solidarity Movement sezione Italia durante la cerimonia ha adagiato sul prato circostante tre grandi striscioni, i quali elencavano i 1414 morti ammazzati nella Striscia di Gaza.

Nella sintetica omelia della messa il sacerdote Don Roberto Crotta ha voluto ricordare Vittorio Arrigoni come un Uomo autentico, coraggioso per le scelte di vita e paladino della libertà, e che la sua utopia come qualcuno l’ ha definita in questi giorni sulla stampa, è invece una speranza che tutti noi desideriamo che non rimanga vana.

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Il feretro di Vittorio Arrigoni sul tappeto della cerimonia -Immagine di Gianluca Fiesoli.

Quando si dice la fotografia e il coraggio……..

13 Febbraio 2015 Commenti chiusi

Che a monte della fotografia ci sia una passione interna è noto per i professionisti e i dilettanti. In questo caso la differenza tra le  due categorie non è molta.

Al cuore e allo scatto……. non si comanda. Soprattutto quando vivi e operi nella Striscia di Gaza o in luoghi simili e tumultuosi.

Lo dice uno che ci è stato diverse volte. In questi luoghi devi avere e dare un qualcosa in più…..e non si tratta certamente di guadagno e nemmeno di notorietà se poi puoi rimetterci in taluni casi anche la pelle.

Questa breve storia, raccontata dal Corriere della Sera -  http://sociale.corriere.it/io-reporter-torno-a-fotografare-sulla-striscia-di-gaza-in-sedia-a-rotelle/  ha certamente, oltre i dettagli e la notizia, un suo profondo significato.

Articolo a firma di Paola Arosio – tutti i diritti sono riservati.

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«Io, reporter, torno a fotografare sulla Striscia di Gaza in sedia a rotelle»

di Paola Arosio

In primo piano c’è una donna col capo coperto, intenta a scappare mentre dal cielo piovono schegge di morte. Sullo sfondo cumuli di macerie a perdita d’occhio, deserto di solitudine e distruzione. Questa è una delle foto scattate a Gaza da Momen Faiz, giovane fotografo palestinese costretto su una sedia a rotelle dopo che, nel 2008, i proiettili israeliani gli hanno portato via le gambe.

«È successo mentre ero in servizio», racconta. «Indossavo un cappello e un giubbotto con la scritta “stampa”. Mi ero appostato per fotografare la frontiera chiusa, che impediva il passaggio delle merci necessarie a festeggiare la Id al-Adha, la tradizionale festa islamica del sacrificio».

Di colpo frastuono, sangue, poi più nulla. Momen non può più camminare, resta invalido per sempre.

Una vita, la sua, che non è mai stata facile. Orfano di padre, è il più piccolo di sette fratelli. Nonostante le tante bocche da sfamare, sua madre crede nel valore dell’istruzione: Momen si iscrive alla facoltà di Giornalismo e media, anche se l’incidente blocca il suo percorso.

Si ferma, ma non si arrende. «Dopo quell’attacco la mia vita è cambiata», spiega, «ma io ho scelto di continuare il mio lavoro». Così ogni mattina esce di casa con la macchina fotografica per immortalare la tragedia che travolge Gaza. Ovunque strazio e macerie.

Tornare sui campi di battaglia non è facile per chi ha subito un trauma come il suo. C’è la disabilità, c’è la paura. Ma c’è anche la voglia di continuare a essere un fotoreporter, di documentare crimini e massacri, perché sia i contemporanei che i posteri ne abbiano memoria. Chi crede ancora che esistano guerre giuste dovrebbe conoscerlo di persona o almeno parlarci mezz’ora al telefono. Dovrebbe guardare le sue foto, un grande, pacifico manifesto contro tutte le guerre.

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La storia di Ahmed Shom.

Ho ricevuto questa e mail che inserisco qui sotto con la risposta.

Buongiorno,

dopo aver visitato il suo sito del quale le faccio i complimenti  ho scoperto anche il blog di Tiscali.

Siccome ho intenzione di fare anche io un blog e  sto cercando degli spunti in giro per il web, avrei da
porgli una particolare domanda sulla dedica e il perché a quel bambino che si chiama Ahmed Shom.

Nel ringraziarla le auguro buon lavoro.

Cesare

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La dedica non è indirizzata ad una particolare persona ma in genere a quelli che hanno meno. Il fatto che sia stata inserita è dovuto alla ” linea ” del blog che tratta anche questi temi e ad una naturale ” personalizzazione “.

Sono stato diverse volte in Palestina.  All’ inizio della seconda intifada avevo conosciuto Ahmed Shom nella Striscia di Gaza. Viveva nei pressi di un campo profughi dell’ enclave. Passammo diverso tempo insieme e conobbi anche la famiglia con la quale nacque una sincera amicizia. Mi dettero ospitalità per molti giorni.

Era un bambino vivace, occhi scuri e vispi, che come i suoi coetanei covava odio per gli israeliani. Più che comprensibile quando si cresce in un territorio dove il sangue scorre quasi ogni giorno, la tensione è sempre alta, la povertà è disarmante e il futuro dovrebbe essere altrove ma non è possibile andarci.

Aveva una forte simpatia per me in considerazione della differenza di età e perché lì gli stranieri sono rari. Due anni dopo quando ritornai mi soffermai nuovamente alla loro casa. La madre e il fratello maggiore mi dissero che era ” salito in cielo “.

I soldati dell’ Idf durante un operazione lo uccisero, forse per sbaglio. La dinamica dell’ accaduto mi è sempre rimasta poco chiara.

Ahmed aveva soltanto nove anni.

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