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Nikon Corporation, 100 anni di storia e di fotografia.

18 Luglio 2017 Commenti chiusi

Coming soon………NIKON CORPORATION azienda leader nel mondo per la fotografia e non solo, quest’ anno ha raggiunto il prestigioso traguardo di un secolo di attività.

Gl’ importatori del celebre marchio per festeggiare l’ avvenimento hanno messo in moto tante manifestazioni.
NIKON ITALIA ( NITAL SPA ) oltre a questo ha dato alle stampe un particolareggiato catalogo di qualità in alcune migliaia di copie che ripercorre la storia nei suoi passaggi più importanti sia tecnici che dinamici.

100 fotografi italiani selezionati, fedelissimi NIKON, uno per ogni anno.

Dal reportage al matrimonio, dalla cronaca allo still life…… dal viaggio al ritratto……… dalla natura…..allo sport agonistico…….

Qui sotto, la doppia pagina che riguarda il mio contributo:

Etiopia, tribu Omo, anno 1994 fotocamera Nikon F4s…….quella che considero la migliore reflex giapponese al tempo della pellicola nel formato 24×36 e che ricordo con un pò di nostalgia.

Le altre immagini sono alcune tra le più significative della pubblicazione assieme alla copertina e il cartonato e dei testi.

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Un sito dedicato al ritratto…..tra poche settimane.

Sto costruendo il mio secondo sito -” GIANLUCA FIESOLI FOTOGRAFO : Niente di personale, sono solo ritratti “.
Andrà a collocarsi sul dominio fino ad ora rimasto inutilizzato. Questo è l’ indirizzo:   http://www.gianlucafiesoli.it/
Uno spazio web dedicato esclusivamente al ritratto, quindi niente viaggi, reportage, morti, guerre, disastri, paesaggi, monumenti, cieli azzurri……. e quantaltro.

Da sempre nella mia modestia opinione culturale considero ” il ritratto ” ( NON I SELFIE ! ), di qualunque tipo e persona, l’ anima della fotografia forse più vera e che trasmette un aspetto intimista del soggetto anche nell’ eventualità che venga scattato in qualsiasi luogo. Lo specchio di noi stessi che rimane inciso in un fotogramma…….oggi soprattutto file….. 

Il sito sarà pronto tra qualche settimana poichè da queste parti c’ è sempre qualcosa da fare e non solamente di fotografia.

Per adesso il primo screenshot ( bozza ) di quello che ne verrà fuori.

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E’ scomparso René Burri.

Anche René Burri ci ha lasciato e la fotografia perde uno dei più fantasiosi autori del dopoguerra. Nato a Zurigo subisce l’ influenza dei Maestri J. Itten e Hans Finsler. All’ inizio degl’ anni cinquanta però gli esordi professionali sono rivolti come assitente operatore video, un interesse che poi, oltre alla fotografia, svilupperà e perfezionerà nel corso degl’ anni creando alcuni significativi documentari televisi e cinematografici.

Nel 1955 sale all’ attenzione mondiale del giornalismo con i reportage per Paris Match e dal 1956 inizia una collaborazione con l’ Agenzia Magnum diventandone membro nel 1959.

Nei due decenni successivi, che restano, forse il miglior periodo della fotografia europea, Burri si dedica alla ripresa di eventi internazionali alternandosi alla ritrattistica di importanti personaggi.

Poi seguendo  la lezione di Itten il pensiero creativo s’ incentra sulla ricerca dei colori nelle grandi città realizzando esuberanti fotocollages.

Diventato famoso al grande pubblico per una foto di Che Guevara, il suo amore e la curiosità per Cuba lo ha seguito per tutta l’ esistenza e che ne ha trasmesso una testimonianza  autentica e intensa.

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Foto: Fidel Castro 1963 – René Burri ©.

Dieci anni senza Avedon.

Dieci anni fa di questi tempi moriva Richard Avedon.

Giusto ricordarlo.

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http://www.gianlucafiesoli.com/avedon.htm

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Se ne è andato con la fotocamera tra le mani. All’ età di 81 anni è morto il fotografo Richard Avedon. Nello stato del Texas stava svolgendo per il magazine New Yorker il suo ultimo e arduo lavoro sul concetto di democrazia americana. Nonostante fosse stato sconsigliato dai suoi stessi familiari per l’età avanzata, Avedon continuava a lavorare senza risparmiarsi.

Nato a New York nel 1923 da una famiglia della borghesia ebraica, lasciò gli studi molto presto, contro il parere del padre che  voleva diventasse un medico oppure  avvocato. Dopo aver terminato le scuole pubbliche s’ imbarca nella Marina per fare esperienze di vario genere e comincia a scattare le  prime immagini. Al ritorno frequenta per alcuni mesi un corso alla scuola di fotografia di Brodovitch, all’epoca direttore artistico di Harpers Bazaar e successivamente diventa un professionista accettando numerosi lavori pagati però malamente. Poi comincia a collaborare in modo continuativo con altri periodici, una lunga gavetta che è la prima chiave di svolta di quella che diventerà una prestigiosa carriera.

I suoi ritratti con sfondo bianco, talvolta grigio e anche nero, nel tempo saranno eseguiti e copiati da tanti fotografi di moda e di glamour. Alternando queste tre toni, spiegherà successivamente, ” posso permettermi di scegliere e attenuare i soggetti da abbinarci “.

In effetti ha ragione, se usasse solo il colore chiaro l’aspetto puramente grafico dell’ immagine sarebbe dominante e il contrasto che con lo sfondo bianco svuota, non si integra con altri elementi. Questa importante differenza si nota sopratutto nella drammaticità, come per i ritratti alle vittime vietnamite colpite dalle bombe al napalm, in cui usa fondali grigi di tonalità media che rendono l’ elaborazione della foto con un atmosfera più rassicurante, eliminando così la drastica forma emotiva di questo tipo di esposizione.

Richard Avedon non ha niente in comune con i mostri sacri del secolo scorso e del giornalismo per immagini: Bresson, Erwitt, Capa, Brassai, Bischof prenderanno altre strade professionali di cui però ne ripete in parte le gesta eseguendo buoni reportage in Vietnam e in altri luoghi. Dichiarerà poi all’ apice del successo che il fotogiornalismo, per quanto sia stato un saltuario rappresentante, era una vocazione che gli è sempre rimasta dentro anche se non condivideva diverse cose in questo tipo di fotografia.

Ma Avedon non può rimanere in eterno un cronista di immagini. L’ artista sente il bisogno di una evoluzione delle proprie idee, le quali devono essere più incisive, più tangibili, maggiormente creative, insomma dovranno aumentarne l’ efficacia, cosa che il reportage per quanto affascinante non può dargli,  ma che era comunque un passaggio obbligato. Superati gl’ istinti e le frenesie giovanili è con la fotografia di moda che Avedon raggiungerà le più alte vette della celebrità e dell’ espressione fotografica.

Il  primo libro, l’antologia Observations, viene realizzato con i testi di Truman Capote. La raccolta comprende una serie di pregevoli e unici ritratti di Mariella Agnelli, il trombettista jazz L. Amstrong, il comico C. Chaplin, la baronessa Thyssen, l’ attrice Anna Magnani, Jimmy Durante e molti altri ancora.

Da qui l’ artista capisce l’ importanza di lavorare in studio e in formati più estesi utilizzando dei banchi ottici che variano nella misura 4X5, 8X10 e 13X18, e che gli garantiscono una maggiore perfezione nei dettagli, rendendoli nitidi e brillanti,  orchestrati da un uso sapiente di bank e luci in sala posa.

Per pubblicare il suo secondo libro Nothing Personal, ( Niente di personale ),  Avedon richiama James Baldwin un vecchio compagno di scuola il quale gli curerà i testi. Il contributo dell’ amico sarà fondamentale per la riuscita di questo volume, che si distacca dall’ antecedente per lo spirito critico. Difatti il fotografo s’ impegna nell’ evidenziare i diritti civili esibendo così nel contesto una chiara posizione ” politica “. Per concludere questa pubblicazione,  compirà  un viaggio negli stati americani del sud, riprendendo in Louisiana i malati di mente di un ospedale psichiatrico.

Nel giorno dell’ assassinio di Kennedy si reca in Times Square, nel centro della metropoli, per immortalare i passanti con i giornali in mano. E’ un momento particolarmente sconvolgente per la nazione e Avedon riesce a coglierne alcune interessanti le sfumature. Le foto non hanno niente di quello che potremmo definire cronaca quotidiana, ma manifestano il senso d’ impotenza, di sbigottimento e di stupore della popolazione nei confronti del tragico evento che segnerà la storia americana.

Nei mesi  successivi lascia Bazaar per lavorare con Vogue e Look. Le due importanti riviste lo lanciano definitivamente nel panorama internazionale dell’ editoria. Poi  termina la pubblicazione ” Alice nel Paese delle Meraviglie “. Questo racconto di immagini subisce l’ influenza di Andy Wharhol.

Fotogrammi di una ricerca teatrale e delle sue gestualità, fondati sopratutto sul processo e l’ atto del movimento, i quali esaltano la difficile disciplina a cui gl’ attori della Factory sono sottoposti per raggiungere un rilevante risultato.

Ma il fotografo è anche intelligente ad inserirli in antitesi con l’ immobilità delle foto del cast della produzione, evidenziando così l’ alternanza figurativa  che aggiunge dinamica all’ espressività  per chi le osserva e conseguentemente le giudica. Sono immagini totalmente differenti da quei precedenti ritratti statici e monumentali, per quanto straordinari ma individualistici, i quali erano divenuti quasi una firma fotografica. Oltre la qualità tecnica si evince definitivamente l’ innata genialità di Avedon nel programmare un idea o una visione fotografica anche se diversi critici hanno definito atipico questo lavoro.

In questo set li riprende anche nudi ma che non hanno nessun riferimento all’ eros o alla volgarità, taluni spontanei, altri improvvisati oppure diretti nello sguardo dei soggetti stringendo così la profondità di campo.

Poi la morte del padre Israel nel 1973. Lunghe settimane di agonia in cui Richard Avedon lo ritrae a più riprese nell’ estensione della malattia. E’ il tragico sviluppo di un cancro  inarrestabile. La sequenza di negativi sono decisamente amari, escludono l’ accezione narrativa, ma che fanno denotare una maturità artistica ed una sensibilità di fronte al problema della morte.

La personalità del genitore è sempre stata presente ed era un punto di riferimento, anche se non sono mancati in passato momenti di dissociazione generazionale e di pensiero. Lo dimostra il fatto che dopo il decesso farà una mostra unicamente con  le sue immagini, nell’ estate del 1974  al MOMA.

Successivamente espone al Metropolitan  con una grandiosa  personale composta da oltre un centinaio di gigantografie mentre nei mesi a venire alterna  impegni tra la moda e la pubblicità.

Però l’ opera più singolare resta  il tanto discusso  ” In the American West “, una serie di ritratti in bianco e nero di vagabondi e homeless lungo le Interstate e le Freeways  americane.

Bill Curry, Richard Garber, Clifford Feldner, Mary Watts, James Benson, sono icone della fotografia realizzate con una piccola troupe di assistenti e in simbiosi con la ricercatrice Laura Wilson che lo aiuta nella scelta degl’ individui. L’ accanimento della critica raggiunge le prime pagine dei tabloid della West Coast e non solo, mentre il perbenismo dell’ opulenta borghesia americana lo reputa un ” traditore “ per via del tentativo di schernire il paese.

Viene incolpato di approfittarsi della sua fama e del potere dell’ immagine per evidenziare certe argomentazioni esistenziali che a detta di alcuni rappresentanti della società non si erano mai viste prima. Persino l’ area più liberale e progressista  lo taccia come un ” folle “ che rischia di compromettere la professione.

Ma è sopratutto una congiura mediatica, dettata dall’ ipocrisia e dal bigottismo. L’ artista è accusato di aver rubato e dilapidato la dignità morale di questi ” storpi, anomali, ripugnanti e strani  sconosciuti “, oltre settecento, che ha selezionato con certosina attenzione. Però il fotografo se ne infischia, la sua superiorità intellettuale è inattaccabile ed è convinto che questo sforzo verrà premiato dal pubblico. Infatti sarà così e il libro rimarrà una pietra miliare nella Storia della fotografia,  poiché si apprende il suo interesse per i disadattati e per la voglia di far conoscere al mondo ” l’ altra faccia triste dell’ America “. Tale opera si potrebbe definire un misto di contestazione, provocazione e verità.

Le foto di questo eccelso risultato artistico saranno interposte nelle mostre che Avedon presenterà da ora in avanti ed è strabiliante il fatto che si potrà vedere un ritratto della ” divina Marylin “  accanto a quello di  un ” miserabile errabondo “. 

Proprio il modo di esporre le fotografie è un altra particolarità dell’ artista, il quale ha sempre curato con molta  riflessione e  allo stesso tempo con acutezza. Se i libri di Avedon sono stati ” studiati minuziosamente ” a tavolino, intraprendendo percorsi ideativi ben specifici,  nelle esposizioni talvolta cercava di dare maggiore respiro tematico senza però eccessive forzature o contraddizioni.

Ed è per ciò che “ In the American West “  è una bellissima analisi  che si contrappone totalmente alle abituali fotografie di personaggi del cinema hollywoodiano.

Il significato va oltre l’ essenza delle immagini ed è una realizzazione che ribadisce i concetti dell’ esteta nordamericano, il quale non aveva nessun personale pregiudizio di fronte all’  obiettivo ed era del tutto legittima la volontà di fotografare in assoluta libertà qualsiasi elemento e qualunque cosa.

Richard Avedon ha sempre lasciato trasparire una leggera disapprovazione a quell’ entourage patinato e frivolo, di cui  però era frequentemente in contatto per obblighi professionali e naturalmente per i guadagni che gli riservavano. Forse, questa è stata una delle principali motivazioni per andare ad esplorare classi  povere e disagiate, tanto da dedicarci interi mesi di lavoro. Al di là della creatività e se consideriamo un fotografo ” un umile artigiano della luce “ però è doveroso ricordare che numerosi professionisti si sono avvicinati a questo tipo di ambiente: chi per curiosità, chi per  ricerca o per altri fattori stimolanti.

D’ altra parte le tematiche sociali e umane s’ intrecceranno più volte nella sua esistenza. Richard Avedon è stato anche fermato per aver partecipato ad una manifestazione pacifista avvenuta sulla scalinata del Capitol nel centro di Washington, la quale degenerò in una violenta rissa. Poi, sarà  imprigionato per disobbedienza e oltraggio ad agenti di polizia locale.

Nello stesso periodo viene ricoverato d’ urgenza per pericardite,  che gli causa dolori lancinanti al petto. E’ una disfunzione flogistica del rivestimento cardiaco, la guaina fibrosa del cuore, forse dovuta allo stress oppure da un infiammazione virale.

Ma la volontà ferrea del fotografo non si ferma. Dopo pochi giorni dall’ uscita dell’ ospedale, nello studio della Grande Mela disteso su un improvvisato lettino dirige il primo assistente per la posa di una modella…….

Gli aspetta un ciclo professionale molto fertile al quale non può assolutamente astenersi e appena ripresosi dalla malattia comincia a lavorare per il catalogo Bloomingdale.  Successivamente svolge attività didattica e conduce seminari in alcune università degli States.

Il mondo culturale e accademico lo inseriscono tra i grandi artisti del secolo. Oramai vive tra gli studi di New York e Parigi

Nel 1980 per via dell’ interessamento di David Ross espone nel moderno e spazioso Art Museum di Berkeley nello stato della California. La mostra sarà nuovamente un grande successo e forse una delle più complete poiché la retrospettiva comprende immagini di moda, ritratti e reportage.

Durante il capodanno del 1989 documenta la caduta del muro di Berlino. Scatti che catturano attimi di gioia, euforia, eccitazione, pathos e solidi sentimenti per un epoca che sta giungendo traumaticamente al capolinea.

Negativi dai forti contrasti ma di un intensità penetrante. E’ incredibile come l’ esposizione possa rasentare il limite concesso dai valori cromatici del bianco e nero,  in cui si interpongono i bagliori delle luci artificiali e le ombre profonde di una gelida notte tedesca che cambierà la storia di alcuni popoli. L’ ilarità e la celebrazione della festa si uniscono alla paura e l’ incertezza che suscitano  il radicale cambiamento politico.

Anche da queste immagini si capisce come Avedon appena fosse libero da impegni andasse a cercare di testimoniare, commentare e decifrare quei grandi eventi che hanno fatto il percorso dell’ umanità.

Nella lunga parabola artistica spiccano pure le campagne pubblicitarie per Gianni Versace, Dior, Valentino, Giorgio Armani, due calendari Pirelli, lo speciale  ballo Volpi a Venezia nel 1993 e i numerosi servizi per il rotocalco francese Egoiste.

L’ ultimo capitolo è di adesso. Tina Brown e il New Yorker, la rivista d’ indirizzo intellettuale. Lo chiamano per offrirgli un contratto. Un restyling editoriale quando la crisi economica comincia a dare i primi segni di cedimento in molti settori.  L’ artista come di consueto assume l’  impegno con vivido entusiasmo ma  il destino non gli ha permesso di portarlo a totale compimento.

Anche alcune dichiarazioni sono diventate note,  come quella sottilmente sarcastica sulla diffusione e la realtà dell’ immagine. ” Tutte le fotografie sono fedeli. Nessuna è la Verità…….” oppure, ” Il ritratto è un accostamento: è l’ effetto del soggetto sul fotografo e l’effetto del fotografo sul soggetto “.

E  infine ” La fotografia è un Arte povera e illusoria. Molti ci credano ricchi, ma non lo siamo “.

Richard Avedon è stato uno dei più grandi fotografi di sempre e il suo contributo all’ Arte è di inestimabile valore, con una produzione vastissima che parte dal reportage e la cronaca, prosegue nella  ritrattistica per poi concludersi all’ interpretazione dell’ Alta Moda.

Davanti all’ otturatore sono passati come in una lista infinta i  più autorevoli personaggi del Novecento. Da John Lennon a Henry Kissinger, M. Monroe, A. Warhol, i Beatles, Michelangelo Antonioni,  membri del Congresso, celeberrimi intellettuali, attori,  Frank Zappa, Barbara Streisand, ambasciatori,  la duchessa di Windsor e la First Lady alla White House…..

Un professionista tecnicamente completo e raffinato. Un vivace talento che ha saputo sviluppare con la creatività fin da quando era un ragazzo. Rimarrà nella memoria della gente comune e sopratutto per gl’ amanti della fotografia un autore di sbalorditivi e laboriosi collage, di un Fine Art che in pochi sono riusciti ad esplicare senza mai cadere nel pedestre.

Non di rado usava solarizzazioni di cibachrome oppure tagli di composizione inaspettati,  a convalidare un  attività che è sempre stata alimentata dalla voglia di emergere, di arricchire e di rinvigorire il proprio fuoco dell’ intelletto.

Ma anche di sperimentare nuove metodologie ispirate a mettere in atto una grande differenziazione  delle pose, in cui non erano esenti una finissima comicità  e armonia, talvolta associate ad un compiacente tradizionalismo al quale in fondo non ha mai saputo rinunciare.

Con la morte ci lascia l’ insegnamento di un linguaggio esclusivo, centinaia di opere senza mai andare fuori tempo e la voglia di stupire sempre e comunque.

Le  figure riprese sono la conseguenza di una profonda consapevolezza di saper usare una coesione intellettuale, pratica e con fantasia, come quando ricordava nelle interviste che prima di premere il pulsante dello scatto provava su un foglio di carta l’ immagine ideata facendo schizzi e bozzetti.

Amato e biasimato dai recensori, per taluni un manipolatore visivo, un seducente esibizionista, per altri un finto poeta o un solipsista schiavo del successo. Sicuramente è stato un intenditore della femminilità e di bellezza esteriore, la quale è riuscito a magnificare e a rendere Universale.

La peculiarità del Maestro newyorchese era quella di essere un regista della fotografia contemporanea con l’ energia di  credere ciecamente nel veicolo della comunicazione e nell’ espressione di una stampa.

Tutto lo attraeva e tutto lo restituiva assieme ad un esegesi stupefacente dopo aver esplorato nell’ anima dei soggetti, lasciando così nell’ opera finale ogni qual volta un elemento distintivo incancellabile.

Da oggi è entrato nella leggenda.

Gianluca Fiesoli, 2 Ottobre 2004.

Un pensiero per Srebrenica.

Saranno ” solamente ” 175 le vittime che verranno tumulate domani, 11 luglio 2014, nel diciannovesimo anniversario della strage di Srebrenica.

Un numero minore rispetto agl’ altri anni ma che non deve ” ingannare ” sia perché il ritrovamento non vedrà in tempi brevi la luce della fine, sia perché  molti familiari delle vittime non hanno collaborato o perlomeno non hanno donato il proprio sangue per il confronto dei test del Dna.

In realtà, come ha dichiarato uno dei responsabili dell’ Istituto Nazionale, le vittime ricomposte nell’ anno passato sono circa 700.

La cittadina accoglierà migliaia di persone provenienti da tutta la Bosnia Erzegovina ma anche da altri paesi e come di consueto ci sarà una marcia della Pace per poi proseguire in una solenne e commovente cerimonia.

Un giorno che ho vissuto nel 2011 e che non dimenticherò mai.

Nonostante siano passati quasi due decenni e la sofferenza non sia cessata, i media, almeno quelli italiani, quest’ anno hanno dato meno risalto agl’ aggiornamenti di quelle questioni tuttora irrisolte.  

E’ quindi ancora una volta doveroso avere un pensiero per Srebrenica e il suo popolo.

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Srebrenica – Potocari, Bosnia Erzegovina, 11 Luglio 2011.

Sedici anni non bastano per alleviare il dolore. Nel giorno della commemorazione la Bosnia Erzegovina si stringe intorno ad altre 613 vittime che sono state pietosamente ricomposte e riconosciute tramite la scienza e i test del dna. Un lavoro complesso eseguito da antropologi forensi e che continua senza un attimo di sosta, con pochi mezzi a disposizione e senza sapere quando finirà.

Suljic Hazan Nedzad era nato nel 1975. E’ stato assassinato a soli venti anni ed è uno dei più giovani di questi ultimi ritrovamenti. La lapide con la mezzaluna porta la numero 451. Oggi sarebbe stato un adulto con una famiglia e un onesto lavoro. La madre siede mestamente davanti alla fossa in attesa che venga sotterrato.

Il suo viso è segnato da profonde rughe e dalla sofferenza che contrastano su un candido fazzoletto color crema il quale le raccoglie i candidi capelli bianchi. In quella che fu un aberrante strage ha perso pure il marito che venne trucidato con una raffica di mitra in un magazzino della borgata di Kravica dopo che aveva tentato di scappare attraverso i boschi. Lei assieme ad altri sfollati dei villaggi circostanti fu trasferita nella zona libera di Tuzla.

Alla fine dell’ anno scorso l’ Istituto Nazionale delle persone scomparse le ha comunicato che avevano ritrovato i resti dell’ unico figlio che aveva. Con voce interrotta da un pianto convulso, nelle frasi che mi vengono tradotte dall’ inviato del quotidiano Oslobodenje di Sarajevo, la donna ci racconta che il ragazzo fu preso durante un rastrellamento dei militanti serbi quando erano appena entrati nel centro abitato.

Da allora non ha saputo più niente, ma in tutto questo tempo nonostante la realtà fosse così evidente e tragica si è sempre illusa di riaverlo vivo. Conclude dicendoci che non conosce neppure la dinamica dell’ omicidio e che è possibile soltanto fare delle ipotesi. Fucilato, torturato, sgozzato con un coltello oppure ucciso in ginocchio con un vigliacco colpo di pistola alla nuca. Probabilmente resterà per sempre un atroce mistero.

Neanche il recente ma tardivo arresto dell’ ex Comandante militare Ratko Mladic, il boia dei Balcani, cancella la disperazione e il rancore che questo popolo si porta addosso. Proprio oggi le vedove di Srebrenica hanno usato toni duri e perentori contro quelli lo hanno preso. Sostengono che da tempo il governo serbo era perfettamente a conoscenza del luogo in cui Mladic si nascondeva e guarda caso la cattura è avvenuta nei giorni della visita a Belgrado di Catherine Aston, l’ Alto Rappresentante per gli Affari Esteri dell’ Unione Europea.

Le donne bosniache chiedono risarcimenti per le vite distrutte. Però, dopo oltre tre lustri sono ancora più di un migliaio i casi pendenti. Sebbene alcuni progressi siano stati fatti per tutelare i diritti umani, il piano di recupero fondi destinato alle famiglie degli scomparsi non è stato pienamente attuato e quindi le controversie rimangono insabbiate nella burocrazia.

E’ una giornata toccante, pregna di tristezza. La ricorrenza del genocidio assume una dimensione e un valore simbolico molto profondo. E’ inammissibile restare insensibili di fronte a queste scene, ma purtroppo nei prossimi anni il numero dei morti accertati salirà ancora. Molte bare saranno tumulate nuovamente perchè ulteriori fosse comuni secondarie sono state individuate tra le montagne e andranno ad aggiungersi alle migliaia di vittime che riposano dal 2003 nel memoriale di Potocari.

Sembra non finire mai il massacro di Srebrenica anche se nella regione c’ è un processo di stabilizzazione e in futuro la prospettiva di aderire nell’ Europa che conta. Resta però il fatto che tuttora vige una situazione temporale ma con le amministrative dell’ autunno 2012 molte cose sul piano legislativo potrebbero mutare poiché non sarà concesso lo statuto speciale e avranno diritto a votare soltanto gl’ effettivi residenti.

Tuttavia l’ annullamento dei valori, le metamorfosi politiche, la perdita dell’ identità culturale, la mancanza di opportunità lavorative e la scarsa volontà di ottemperare collaborazioni tra serbi e bosniaci hanno portato la piccola città alla decadenza.

Ovunque è tangibile un senso di vuoto e di afflizione. Volti diffidenti che celano un fondo oscuro mentre le nuove generazioni quando possono si trasferiscono altrove. Attualmente a Srebrenica vivono circa novemila persone che con il deserto dentro l’ anima restano attaccati alla loro terra e al passato.

Lo sterminio del 1995 è un capitolo così riprovevole che l’ Uomo ha saputo creare con l’ odio e l’ ostilità, armandosi di pesante artiglieria, granate e bombe, fino a mettere in atto una pulizia etnica con lo scopo di sopprimere qualsiasi avversario. Un annientamento che ha una lampante similarità con la pazzia del nazionalsocialismo.

Nonostante ciò in Serbia ancora adesso ci sono rigurgiti di negazionismo dovuti all’ importante sostegno della popolazione verso i partiti più radicali che nell’ elezioni politiche del 2007 ha visto registrare un consenso di quasi un terzo degli elettori.

La strada della riconciliazione è ancora lunga e il Parlamento di Belgrado soltanto quindici anni dopo la fine dei combattimenti ha chiesto ufficialmente scusa alle famiglie delle vittime, qualificando Srebrenica come un “ crimine di guerra “ e non come genocidio, rivendicando però che esistono anche dei delitti subiti dal popolo serbo. La dichiarazione è stata raggiunta dopo quasi tredici ore di acceso dibattito e risolta con una risicata approvazione grazie al voto dei democratici e socialisti.

Dopo quattro anni di lotta armata che coinvolse buona parte dei Balcani occidentali e causò quasi centomila morti con seicentomila profughi, gli episodi di Srebrenica furono decisivi per la svolta finale della guerra. La Storia è nota ma presenta ancora delle zone d’ ombra ed è per questo che ci deve essere di grande insegnamento senza scordare i diversi doveri dei paesi, il supporto spirituale della Chiesa ortodossa serba improntato al revanscismo e del ruolo che l’ Onu ebbe in tutta la vicenda.

I caschi blu delle compagnie Dutchbat guidati dal colonnello Thom Karremans assistettero impotenti e non intervennerro. Circostanze poco chiare avvennero in quei giorni fino al punto che la fanteria arrivò a stabilire rapporti molto amichevoli con i paramilitari serbi agli ordini di Ratko Mladic, un generale lucido e spietato che era diventato il braccio destro di Radovan Karadzic. Una festa a base di birra, allegria e scambio di regali prima di abbandonare la base al suo destino e che cominciasse il mattatoio. Tuttora restano gl’ interrogativi del perchè i soldati Onu furono lasciati senza un adeguata copertura aerea sebbene ci fossero stati diversi contatti con il comando operativo di Tuzla.

All’ inizio di luglio del 2011 la sentenza di un Tribunale della Corte di Appello di Amsterdam e che ha ribaltato la precedente del 2008, ha condannato lo stato olandese a risarcire alcuni mussulmani senza però specificarne un preciso indennizzo. Un verdetto sicuramente esemplare e per certi versi “ storico e coraggioso “, il quale ha reiterato la corresponsabilità di quella che doveva essere una missione a protezione dell’ enclave e sancisce la fine dell’ immunità, del garantismo e i privilegi che da sempre hanno avuto i Peacekeeper.

Se verrà confermata in via definitiva nel terzo grado di giudizio potrebbe aprirsi la prospettiva di intentare altre vertenze civili ma molte sono le perplessità che tuttociò possa succedere. E’ comunque una decisione utile a comprendere che nelle guerre sotto l’ egida di un organizzazione che dovrebbe cercare di mantenere la pace con la naturale equanimità, invece si nascondono interessi, finzioni, egoismi e tanto cinismo.

Dopo la fine del processo ancora una volta una volta si è riproposto il dibattito sull’ utilità e l’ efficenza delle Nazioni Unite nelle direttive e nei compiti che svolge. Per antinomia è una struttura che utilizza organici militari di altre nazioni e talora durante le operazioni è in disaccordo con i centri di potere politici.

Dignità ed esternazioni misericordiose squarciano il cielo durante la Salatul Janazah, la preghiera collettiva prima della sepoltura e che chiede la grazia dei defunti ad Allah.

Le Madri di Srebrenica non vestono in luttuoso nero ma continuano a versare copiose lacrime sulle verdi bare dei congiunti. Il verde è il colore della speranza, della giovinezza, della Natura mentre per l’ Islam è il Paradiso nell’ ultimo viaggio e che consentirà allo spirito di evolversi.

Trentamila, forse quarantamila persone sono arrivate fin qui da ogni parte del mondo per non dimenticare e per continuare a volere giustizia e verità. Tante bandiere e una marcia della Pace che è partita due giorni prima dal villaggio di Nezuk ed ha ripercorso i luoghi della strage.

Sotto un torrido sole che sfiora i quaranta gradi non mancano gli svenimenti degl’ anziani intanto che fin dalle prime luci dell’ alba un’ imponente schieramento di poliziotti ha vigilato sulla sicurezza.

Il rumore di un interminabile fila di automobili ha infranto la quiete e i silenzi di questa rigogliosa valle, nella quale niente sarà più come prima.

 

Giappone e poesie: 170 Haiku per un albero.

Presentazione di  MAGNOLIA 170 haiku per un albero

3° edizione con testo in italiano e russo

Poesie  di ANGELO TONDINI
Premiate all’Istituto Giapponese di Cultura -Roma

L’Haiku è una composizione di soli 3 versi, con metrica
rigida (5-7-5 sillabe), nata in Giappone nel XVII secolo

Immagini fotografiche sul  Giappone in slideshow e letture  di Michele Mostacci

Martedì 15 aprile 2014 ore 18-20
Spazio Tadini- Via Niccolò Jommelli 24 (Loreto, Via Porpora)
MM1 Loreto – Bus 72 e 81

Angelo Tondini è un noto reporter internazionale: 170 Paesi visitati nel corso di circa 300 viaggi in tutti i continenti, 1 milione d’immagini in archivio. Primo uomo occidentale alle sorgenti del Fiume Giallo in Cina, premiato in Costarica  nel 1993 come reporter dell’anno e in Italia nel 2002 dall’Adutei (Associazione degli Enti del Turismo).

Ha avuto grandi maestri tra cui Art- Kane, uno dei geni della fotografia del Novecento. Ha pubblicato articoli in tutto il mondo e dieci libri in Russia, Stati Uniti, Gran Bretagna e Italia.

Nel libro “Fotografia tra cronaca e arte” Davide Faccioli,  direttore della prestigiosa  Photology di Milano, giudica Tondini tra i 10 fotografi italiani viventi piu’ rappresentativi

Per saperne di più potete visitare il suo siti personale www.angelotondini.com oppure www.corsifotomilanoinviaggio.com

 

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Nel triste anniversario le Madri di Srebrenica chiedono ancora giustizia.

  

L’ undici luglio di ogni anno al mausoleo di Potocari nel villaggio di Srebrenica in Bosnia si tiene una solenne e commovente cerimonia nella quale partecipano decine di migliaia di persone da ogni parte del mondo per dare le esequie al continuo ritrovamento dei resti  del vergognoso genocidio avvenuto nel 1995 durante la guerra dei Balcani.

Questa volta sarà dato dignità e sepoltura a 519 vittime, tra cui anche tre donne e sei adolescenti. Dopo 17 anni  giustizia non è stata ancora fatta e purtroppo è probabile che non lo sarà mai. 

Qui sotto ripropongo l’ articolo dell’ anno scorso a cui assistetti alla commemorazione. Lo scritto e le immagini sono parte di un capitolo del mio libro ” Personal Observations “.

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Srebrenica – Potocari, Bosnia Erzegovina, 11 Luglio 2011.

Sedici anni non bastano per alleviare il dolore. Nel giorno della commemorazione la Bosnia Erzegovina si stringe intorno ad altre 613 vittime che sono state pietosamente ricomposte e riconosciute tramite la scienza e i test del dna. Un lavoro complesso eseguito da antropologi forensi e che continua senza un attimo di sosta, con pochi mezzi a disposizione e senza sapere quando finirà.

Suljic Hazan Nedzad era nato nel 1975. E’ stato assassinato a soli venti anni ed è uno dei più giovani di questi ultimi ritrovamenti. La lapide con la mezzaluna porta la numero 451. Oggi sarebbe stato un adulto con una famiglia e un onesto lavoro. La madre siede mestamente davanti alla fossa in attesa che venga sotterrato.

Il suo viso è segnato da profonde rughe e dalla sofferenza che contrastano su un candido fazzoletto color crema il quale le raccoglie i candidi capelli bianchi. In quella che fu un aberrante strage ha perso pure il marito che venne trucidato con una raffica di mitra in un magazzino della borgata di Kravica dopo che aveva tentato di scappare attraverso i boschi. Lei assieme ad altri sfollati dei villaggi circostanti venne trasferita nella zona libera di Tuzla.

Alla fine dell’ anno scorso l’ Istituto Nazionale delle persone scomparse le ha comunicato che avevano ritrovato i resti dell’ unico figlio che aveva. Con voce interrotta da un pianto convulso, nelle frasi che mi vengono tradotte dall’ inviato del quotidiano Oslobodenje di Sarajevo, la donna ci racconta che il ragazzo fu preso durante un rastrellamento dei militanti serbi quando erano appena entrati nel centro abitato.

Da allora non ha saputo più niente, ma in tutto questo tempo nonostante la realtà fosse così evidente e tragica si è sempre illusa di riaverlo vivo. Conclude dicendoci che non conosce neppure la dinamica dell’ omicidio e che è possibile soltanto fare delle ipotesi. Fucilato, torturato, sgozzato con un coltello oppure ucciso in ginocchio con un vigliacco colpo di pistola alla nuca. Probabilmente resterà per sempre un atroce mistero.

Neanche il recente ma tardivo arresto dell’ ex Comandante militare Ratko Mladic, il boia dei Balcani, cancella la disperazione e il rancore che questo popolo si porta addosso. Proprio oggi le vedove di Srebrenica hanno usato toni duri e perentori contro quelli lo hanno preso. Sostengono che da tempo il governo serbo era perfettamente a conoscenza del luogo in cui Mladic si nascondeva e guarda caso la cattura è avvenuta nei giorni della visita a Belgrado di Catherine Aston, l’ Alto Rappresentante per gli Affari Esteri dell’ Unione Europea.

Le donne bosniache chiedono risarcimenti per le vite distrutte. Però, dopo oltre tre lustri sono ancora più di un migliaio i casi pendenti. Sebbene alcuni progressi siano stati fatti per tutelare i diritti umani, il piano di recupero fondi destinato alle famiglie degli scomparsi non è stato pienamente attuato e quindi le controversie rimangono insabbiate nella burocrazia.

E’ una giornata toccante, pregna di tristezza. La ricorrenza del genocidio assume una dimensione e un valore simbolico molto profondo. E’ inammissibile restare insensibili di fronte a queste scene, ma purtroppo nei prossimi anni il numero dei morti accertati salirà ancora. Molte bare saranno tumulate nuovamente perchè ulteriori fosse comuni secondarie sono state individuate tra le montagne e andranno ad aggiungersi alle migliaia di vittime che riposano dal 2003 nel memoriale di Potocari.

Sembra non finire mai il massacro di Srebrenica anche se nella regione c’ è un processo di stabilizzazione e in futuro la prospettiva di aderire nell’ Europa che conta. Resta però il fatto che tuttora vige una situazione temporale ma con le amministrative dell’ autunno 2012 molte cose sul piano legislativo potrebbero mutare poiché non sarà concesso lo statuto speciale e avranno diritto a votare soltanto gl’ effettivi residenti.

Tuttavia l’ annullamento dei valori, le metamorfosi politiche, la perdita dell’ identità culturale, la mancanza di opportunità lavorative e la scarsa volontà di ottemperare collaborazioni tra serbi e bosniaci hanno portato la piccola città alla decadenza.

Ovunque è tangibile un senso di vuoto e di afflizione. Volti diffidenti che celano un fondo oscuro mentre le nuove generazioni quando possono si trasferiscono altrove. Attualmente a Srebrenica vivono circa novemila persone che con il deserto dentro l’ anima restano attaccati alla loro terra e al passato.

Lo sterminio del 1995 è un capitolo così riprovevole che l’ Uomo ha saputo creare con l’ odio e l’ ostilità, armandosi di pesante artiglieria, granate e bombe, fino a mettere in atto una pulizia etnica con lo scopo di sopprimere qualsiasi avversario. Un annientamento che ha un evidente similarità con la pazzia del nazionalsocialismo.

Nonostante ciò in Serbia ancora adesso ci sono rigurgiti di negazionismo dovuti all’ importante sostegno della popolazione verso i partiti più radicali che nell’ elezioni politiche del 2007 ha visto registrare un consenso di quasi un terzo degli elettori.

La strada della riconciliazione è ancora lunga e il Parlamento di Belgrado soltanto quindici anni dopo la fine dei combattimenti ha chiesto ufficialmente scusa alle famiglie delle vittime, qualificando Srebrenica come un “ crimine di guerra “ e non come genocidio, rivendicando però che esistono anche dei delitti subiti dal popolo serbo. La dichiarazione è stata raggiunta dopo quasi tredici ore di acceso dibattito e risolta con una risicata approvazione grazie al voto dei democratici e socialisti.

Dopo quattro anni di lotta armata che coinvolse buona parte dei Balcani occidentali e causò quasi centomila morti con seicentomila profughi, gli episodi di Srebrenica furono decisivi per la svolta finale della guerra. La Storia è nota ma presenta ancora delle zone d’ ombra ed è per questo che ci deve essere di grande insegnamento senza scordare i diversi doveri dei paesi, il supporto spirituale della Chiesa ortodossa serba improntato al revanscismo e del ruolo che l’ Onu ebbe in tutta la vicenda.

I caschi blu delle compagnie Dutchbat guidati dal colonnello Thom Karremans assistettero impotenti e non intervennerro. Circostanze poco chiare avvennero in quei giorni fino al punto che la fanteria arrivò a stabilire rapporti molto amichevoli con i paramilitari serbi agli ordini di Ratko Mladic, un generale lucido e spietato che era diventato il braccio destro di Radovan Karadzic. Una festa a base di birra, allegria e scambio di regali prima di abbandonare la base al suo destino e che cominciasse il mattatoio. Tuttora restano gl’ interrogativi del perchè i soldati Onu furono lasciati senza un adeguata copertura aerea sebbene ci fossero stati diversi contatti con il comando operativo di Tuzla.

All’ inizio di luglio del 2011 la sentenza di un Tribunale della Corte di Appello di Amsterdam e che ha ribaltato la precedente del 2008, ha condannato lo stato olandese a risarcire alcuni mussulmani senza però specificarne un preciso indennizzo. Un verdetto sicuramente esemplare e per certi versi “ storico e coraggioso “, il quale ha reiterato la corresponsabilità di quella che doveva essere una missione a protezione dell’ enclave e sancisce la fine dell’ immunità, del garantismo e i privilegi che da sempre hanno avuto i Peacekeeper.

Se verrà confermata in via definitiva nel terzo grado di giudizio potrebbe aprirsi la prospettiva di intentare altre vertenze civili ma molte sono le perplessità che tuttociò possa succedere. E’ comunque una decisione utile a comprendere che nelle guerre sotto l’ egida di un organizzazione che dovrebbe cercare di mantenere la pace con la naturale equanimità, invece si nascondono interessi, finzioni, egoismi e tanto cinismo.

Dopo la fine del processo ancora una volta una volta si è riproposto il dibattito sull’ utilità e l’ efficenza delle Nazioni Unite nelle direttive e nei compiti che svolge. Per antinomia è una struttura che utilizza organici militari di altre nazioni e talora durante le operazioni è in disaccordo con i centri di potere politici.

Dignità ed esternazioni misericordiose squarciano il cielo durante la Salatul Janazah, la preghiera collettiva prima della sepoltura e che chiede la grazia dei defunti ad Allah. Le Madri di Srebrenica non vestono in luttuoso nero ma continuano a versare copiose lacrime sulle verdi bare dei congiunti. Il verde è il colore della speranza, della giovinezza, della Natura mentre per l’ Islam è il Paradiso nell’ ultimo viaggio e che consentirà allo spirito di evolversi.

Trentamila, forse quarantamila persone sono arrivate fin qui da ogni parte del mondo per non dimenticare e per continuare a volere giustizia e verità. Tante bandiere e una marcia della Pace che è partita due giorni prima dal villaggio di Nezuk ed ha ripercorso i luoghi della strage.

Sotto un torrido sole che sfiora i quaranta gradi non mancano gli svenimenti degl’ anziani intanto che fin dalle prime luci dell’ alba un’ imponente schieramento di poliziotti ha vigilato sulla sicurezza.

Il rumore di un interminabile fila di automobili ha infranto la quiete e i silenzi di questa rigogliosa valle, nella quale niente sarà più come prima.

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Srebrenica, 613 numeri per un dolore mai dimenticato.

 

Srebrenica 1

( L’ articolo è parte di un capitolo del libro Personal Observations di Gianluca Fiesoli ).

Srebrenica – Potocari, Bosnia Erzegovina, 11 Luglio 2011.

Sedici anni non bastano per alleviare il dolore. Nel giorno della commemorazione la Bosnia Erzegovina si stringe intorno ad altre 613 vittime che sono state pietosamente ricomposte e
riconosciute tramite gli esami del dna. Un lavoro complesso eseguito da antropologi forensi e che continua senza un attimo di sosta. Scovano riscontri con disciplina dottrinale pur non sapendo quando finirà.

Suljic Hazan Nedzad era nato nel 1975. E’ stato assassinato a soli venti anni ed è uno dei più giovani di questi ultimi ritrovamenti. La lapide con la mezzaluna porta la numero 451. Oggi sarebbe stato un adulto con una famiglia e un onesto lavoro. La madre siede mestamente davanti alla fossa in attesa che venga sotterrato. Il viso è segnato da profonde rughe e dalla sofferenza che contrastano su un candido fazzoletto color crema il quale le raccoglie i candidi capelli bianchi.

In quella che fu un aberrante strage ha perso pure il marito che venne trucidato con una raffica di mitra in un magazzino della borgata di Kravica dopo che aveva tentato di scappare attraverso i boschi. Lei assieme ad altri sfollati dei villaggi circostanti venne trasferita nella zona libera di Tuzla.

Alla fine dell’ anno scorso l’ Istituto Nazionale delle persone scomparse le ha comunicato che avevano ritrovato alcuni resti dell’ unico figlio che aveva. Con voce interrotta da un pianto convulso, nelle frasi che mi vengono tradotte dall’ inviato del quotidiano Oslobodenje di Sarajevo, la donna ci racconta che il ragazzo fu preso durante un ra­strellamento dei militanti serbi quando erano appena entrati nel centro abitato.

Da allora non ha saputo più niente, ma in tutto questo tempo sebbene la tragica realtà fosse così evidente si è sempre illusa di riaverlo vivo. Mentre abbassa lo sguardo conclude dicendoci che mille pensieri le corrono nella mente e che non passa giorno che non pensi a quei terrificanti momenti. Ma quello che le fa più male è che non conosce neppure la dinamica dell’ omicidio e il nome dell’ assassino. Fucilato, torturato, sgozzato con un coltello oppure ucciso in ginocchio con un vigliacco colpo di pistola alla nuca. Probabilmente resterà per sempre un atroce mistero.

Neanche il recente ma tardivo arresto dell’ ex Comandante militare Ratko Mladic, il boia dei Balcani, restituisce serenità e fiducia a questo popolo. Proprio in queste ore le vedove di Srebrenica con un comunicato inviato ai media hanno usato toni duri e perentori contro quelli che lo hanno preso. Contestano il fatto che da tempo il governo serbo era perfettamente a conoscenza del luogo in cui Mladic si nascondeva e guarda caso la cattura è avvenuta nei giorni della visita a Belgrado di Cathe­rine Aston, l’ Alto Rappresentante per gli Affari Esteri dell’ Unione Europea.

Le donne bosniache chiedono risarcimenti per le vite distrutte e condanne per i tanti delitti che sono tuttora impuniti. Dopo oltre tre lustri sono circa un migliaio i casi pendenti. Malgrado alcuni progressi siano stati fatti per tutelare i diritti umani, il programma di recupero fondi destinato alle famiglie degli scomparsi non è stato del tutto attuato e quindi le controversie rimangono insabbiate nella burocrazia.

E’ una giornata toccante, pregna di tristezza. La ricorrenza del genocidio assume una dimensione simbolica molto profonda. E’ inammissibile rimanere insensibili di fronte a queste scene ma purtroppo nei prossimi anni il numero dei morti accertati salirà ancora. Ulteriori fosse di cadaveri sono state individuate tra le montagne e lungo il fiume Drina durante le ricerche dei militari del Multinational Specialized Unit ( MSU ). Dopo l’ agnizione nei laboratori i resti andranno ad aggiungersi alle migliaia di vittime che già riposano dal 2003 nel memoriale di Potocari.

Sembra non finire mai il massacro di Srebrenica anche se nella regione continua il processo di stabilizzazione e in futuro la prospettiva di aderire nell’ Europa che conta. Resta però il fatto che tuttora vige una situazione temporale ma con le
amministrative dell’ autunno 2012 molte cose sul piano legislativo potrebbero mutare poichè non sarà concesso lo statuto speciale e avranno diritto a votare soltanto gli effettivi residenti.

Prima della guerra Srebrenica era uno dei fiori all’ occhiello del governo di Tito. Il socialismo ne aveva fatto una zona di redditizia economia con lo sfruttamento delle miniere di argento e di bauxite. Vivace era il richiamo turistico per via del benessere che erogavano le sorgenti termali. Quarantamila persone vivevano in un oasi di pace. Adesso tutto è cambiato. L’ annullamento dei valori, le metamorfosi politiche, lo smarrimento dell’ identità culturale, la mancanza di opportunità lavorative e la scarsa vo­lontà di ottemperare collaborazioni tra serbi e bosniaci hanno portato la piccola città alla decadenza.

Ovunque si avverte un senso di vuoto e di afflizione. Volti diffidenti che celano un fondo oscuro mentre i giovani quando possono si trasferiscono altrove. Attualmente a Srebrenica vivono poche migliaia di persone che con il deserto dentro l’ anima restano attaccati alla loro terra e al passato.

Lo sterminio del 1995 è un capitolo così riprovevole che l’ Uomo ha saputo creare con l’ ostilità, armandosi di pesante artiglieria, granate e bombe, fino a mettere in atto una pulizia etnica per sopprimere qualsiasi avversario. Un annientamento che ha un inconfutabile affinità con la pazzia del nazionalsocialismo.

Nonostante ciò in Serbia ancora adesso ci sono rigurgiti di negazionismo dovuti all’ importante sostegno della popolazione verso i partiti più radicali che nell’ elezioni politiche del 2007 ha visto registrare un consenso di quasi un terzo degli elettori. Al ballottaggio delle ultime presidenziali il leader conservatore e nazionalista Tomislav Nikolic ha sconfitto il presidente uscente Boris Tadic, liberale e riformista che aveva guidato il paese nelle due precedenti legislature, il quale aveva basato la sua campagna sul miglioramento della situazione economica con la convinzione di riuscire ad avere nuovi e ingenti investimenti stranieri.

La strada della riconciliazione è ancora lunga. Il Parlamento di Belgrado soltanto quindici anni dopo la fine dei combattimenti ha chiesto ufficialmente scusa alle famiglie delle vittime, qualificando Srebrenica come un “ crimine di guerra “ e non come genocidio, rivendicando però che esistono anche dei delitti subiti dal popolo serbo. La dichiarazione è stata stilata dopo tredici ore di acceso dibattito e risolta con una risicata approvazione grazie al voto dei democratici e socialisti, i due partiti che si battono per fare entrare la Serbia nell’ Unione Europea.

Dopo quattro anni di lotta armata che coinvolse buona parte dei Balcani occidentali e lasciò sul terreno quasi centomila morti con mezzo milione di profughi, gli episodi di Sre­brenica furono decisivi per la svolta finale della guerra. La Storia è nota ma presenta ancora delle zone d’ ombra ed è per questo che ci deve essere di grande insegnamento senza scordare i diversi doveri dei paesi, il supporto spirituale della Chiesa ortodossa serba improntato al revanscismo e del ruolo chiave che l’ Onu ebbe in tutta la vicenda.

I caschi blu delle compagnie Dutchbat guidati dal colonnello Thom Karremans assistettero impotenti e non intervennero. Circostanze poco chiare avvennero in quei giorni fino al punto che la fanteria arrivò a stabilire rapporti molto amichevoli con i paramilitari serbi agli ordini di Ratko Mladic, un generale lucido e spietato che era diventato il braccio destro di Radovan Karadzic.

Una festa a base di birra, allegria e scambio di regali prima di abbandonare la base al suo destino e che cominciasse il mattatoio. Ancora adesso restano gl’ interrogativi del perchè i soldati Onu fossero privi di carburante e male equipaggiati ma soprattutto perché furono lasciati senza un adeguata copertura aerea sebbene ci fossero stati diversi contatti con il comando operativo di Tuzla. La spiegazione ufficiale delle Nazioni Unite e dei capi dell’ Unprofor non ha mai pienamente convinto. Essi sostenevano che un intervento aereo avrebbe potuto interrompere i delicati colloqui di pace che si stavano svolgendo a Belgrado tra l’ Onu e Milosevic.

All’ inizio di luglio del 2011 la sentenza di un Tribunale della Corte di Appello di Amsterdam e che ha ribaltato la precedente del 2008, ha condannato lo stato olandese a risarcire alcuni mussulmani senza però specificarne un preciso indennizzo. Un verdetto sicuramente esemplare e per certi versi “ storico e coraggioso “, il quale ha reiterato la corresponsabilità di quella che doveva essere una missione a protezione dell’ enclave e sancisce la fine dell’ immunità, del garantismo e i privilegi che da sempre hanno avuto i Peacekeeper.

Se verrà confermata in via definitiva nel terzo grado di giudizio potrebbe aprirsi la prospettiva di intentare altre vertenze civili ma molte sono le perplessità che tuttociò possa succedere. E’ comunque una decisione utile a comprendere che nelle guerre sotto l’ egida di un organizzazione che dovrebbe cercare di mantenere la pace con la naturale equanimità, invece si nascondono interessi, finzioni, egoismi e cinismo.

Dopo la fine del processo ancora una volta una volta si è riproposto il dibattito sull’ utilità e l’ effi­cenza delle Nazioni Unite nelle direttive e nei compiti che svolge. Per antinomia è una struttura che utilizza organici militari di altre nazioni e talora durante le operazioni è in disaccordo con i centri di potere politici.

Dignità ed esternazioni misericordiose squarciano il cielo durante la Salatul Janazah, la preghiera collettiva prima della sepoltura e che chiede ad Allah la grazia dei defunti. Le Madri di Srebrenica non vestono in luttuoso nero ma continuano a versare copiose lacrime sulle verdi bare dei congiunti. Il verde è il colore della speranza, della giovi­nezza, della Natura mentre per l’ Islam è il Paradiso nell’ ultimo viaggio e che consentirà allo spirito di evolversi.

Una grande folla è arrivata fin qui da ogni parte del mondo, per non dimenticare ma soprattutto per continuare a volere verità e giustizia. Tante bandiere e una marcia della Pace che è partita dal villaggio di Nezuk ed ha ripercorso i luoghi della strage. Sotto un torrido sole che fa diventare l’ aria soffocante non mancano gli svenimenti degl’ anziani intanto che fin dalle prime luci dell’ alba un’ imponente schieramento di poliziotti ha vigilato sulla sicurezza.

Per un giorno il rumore di un interminabile fila di automobili ha infranto la quiete e i silenzi di questa rigogliosa valle, nella quale niente sarà più come prima.

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 Srebrenica 2

Srebrenica 3

Foto di Gianluca Fiesoli.

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Premio giornalistico Ilaria Alpi.

A Riccione dal 15 al 18 giugno   si svolgerà il consueto Premio giornalistico Ilaria Alpi.

Per maggiori informazioni e per il programma visitare i seguenti link:

http://www.premioilariaalpi.it/programma.htm

http://www.premioilariaalpi.it/

oppure scrivere a:  info@ilariaalpi.it

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ilaria alpi

Qui Emergency Palermo.

Che al Poliambulatorio di Emergency di Palermo e non solo facciano un lavoro utile, umano e apprezzato è oramai cosa nota. Una mostra fotografica documenta il tutto.

Dal 18 al 21 marzo a Ravenna, in piazza del Popolo, verrà allestita la mostra fotografica Qui Emergency Palermo: 15 immagini di Mario Dondero raccontano il Poliambulatorio di Emergency a Palermo. La mostra sarà visitabile dalle 10 alle 12 e dalle 16 alle 18.

Visita il sito http://www.emergency.it

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Un concorso video sull’ energie rinnovabili ricordando Franco Ferrari.

Un interessante concorso dedidato ai video amatoriali e professionali. Il tema è sull’ energie rinnovabili, intitolato a Franco Ferrari, noto giornalista Rai e anche fotografo. Qui sotto il regolamento. Maggiori informazioni sul sito http://www.professionereporter.it oppure su quello del Comune di Magliano Sabina.

Per sapere chi era Franco Ferrari potete  anche leggere un mio articolo all’ indirizzo http://www.gianlucafiesoli.com/franco_ferrari.htm

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PROGETTO PROFESSIONE REPORTER  Edizione 2010

 regione lazio   Regione lazio 2  
 

 

 

CONCORSO PER I MIGLIORI REPORTAGE VIDEO SUL TEMA

“Energie rinnovabili: grandi e piccole esperienze”

PREMIO “FRANCO FERRARI

REGOLAMENTO.

Art. 1 – Il Comune di Magliano Sabina, con il contributo della Regione Lazio, nell’ambito del “Progetto Professione reporter”, indice il Premio intitolato a “Franco Ferrari” per i migliori reportage video sul tema: “Energie rinnovabili: grandi e piccole esperienze”.

Vengono istituiti tre premi per tre sezioni: una internazionale, cui possono concorrere tutti gli autori italiani e non; l’altra riservata ad autori o società di produzione operanti nella Regione Lazio; l’altra riservata ad opere inedite.

Art. 2 – Sono ammessi a partecipare al concorso le opere prodotte dopo il 1° gennaio 2007.

Art. 3 – E’ ammessa la partecipazione di prodotti video realizzati con telecamere digitali miniDV, DVCAM, HDV, HD e altri formati digitali. Ogni video dovrà avere una durata compresa tra i 5’ e i 30’. Le opere in lingua straniera dovranno pervenire con doppiaggio 

o sottotitolate in lingua italiana. I reportage dovranno giungere alla segreteria del Concorso entro e non oltre il 10.01.2011

Art.4 – Con decisione inappellabile della direzione non saranno ammesse al Concorso le opere giudicate prive delle necessarie qualità artistiche e tecniche, le opere con eccessivi riferimenti pubblicitari, nonché prive di titoli di testa e/o di coda.

Art. 5 – Nel sottoscrivere la scheda di adesione, l’autore accetta integralmente le norme del regolamento ed autorizza gli organizzatori alla diffusione dell’opera nell’ambito delle iniziative legate al Progetto Professione Reporter e senza fini di lucro, rinunciando ad ogni diritto – inclusi quelli musicali, fatta salva la pubblicazione dell’autore. In assenza di tale sottoscrizione è prevista l’esclusione dal premio. Inoltre l’autore accetta il trattamento dei dati ai sensi del D. Lgs. N.196 del 30.6.2003.

Art. 6 ­La domanda di iscrizione al Concorso, formulata tramite apposito modulo (scaricabile dal sito internet http://www.professionereporter.it  dovrà giungere assieme all’opera al seguente indirizzo:

Comune di Magliano Sabina / Premio Franco Ferrari Piazza Garibaldi, 4 02046 Magliano Sabina

Il reportage dovrà essere accompagnato da un documento contenente una breve descrizione dell’argomento (sinossi), in lingua italiana, il nome dell’autore/i ed eventuali collaboratori, il tipo di videocamera con cui è stato realizzato. Ogni autore potrà concorrere con un massimo di 2 opere.

Art. 7 – Il materiale consegnato o spedito non verrà restituito, e potrà essere utilizzato dall’Ente per scopi culturali senza fini di lucro.

Art. 8 – La Commissione giudicatrice, presieduta dal giornalista/regista Tullio Bernabei e composta da eminenti personalità del giornalismo e della documentaristica televisivi, con insindacabile giudizio valuterà le opere pervenute ed assegnerà i seguenti premi:

Premio Franco Ferrari – vincitore sezione internazionale: € 2.500,00 Premio Franco Ferrari – vincitore sezione Lazio: € 1.500,00 Premio Franco Ferrari – vincitore sezione opera inedita: 500,00 La premiazione avverrà il giorno 5.02.2011 presso il teatro Manlio di Magliano Sabina.

Segreteria e informazioni:

http://www.professionereporter.it  

Ufficio Cultura Comune di Magliano Sabina cultura.turismo@maglianosabina.com 0744.910336

Biblioteca Comunale – Caterina Placidi biblioteca.maglianos@libero.it 0744.910108

Direttore Tullio Bernabei info@tulliobernabei.it

 

 

 

 

 
 
 
 

 

 

Un guestbook per le immagini.

Al sito di Gianluca Fiesoli sono state aggiunte nuove immagini nella sezione reportage e cronaca dedicate alla Palestina e al dopo guerra iracheno.

Inoltre è stato inserito un guestbook ( in gergo internettiano  -  libro degl’ ospiti ) dove si possono scrivere critiche, commenti, elogi all’ indirizzo -  http://users4.smartgb.com/g/g.php?a=s&i=g44-47229-68 

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Guestbook

Per Amore dell’ Arte e dei Maestri……..quattro anni fà moriva Avedon.

25 Settembre 2008 Nessun commento

PREMIO GIORNALISTICO NAZIONALE ?GIORNALISTI E SOCIETÀ ?.