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La balla dei proiettili di gomma degl’ israeliani…..

5 Novembre 2016 Commenti chiusi

La situazione in West Bank e nella Striscia di Gaza con lo scorrere degl’ anni non è per niente migliorata. Una lunga scia di sangue continua imperterrita senza che la Comunità Internazionale riesca a trovare delle soluzioni adeguate mentre tra arabi ed ebrei si convive, per così dire, senza esclusioni di colpi:  barriere, occupazioni, attentati, villaggi devastati….

E se il succedersi dei ” Grandi Uomini Politici ” non è servito a niente ci sono persone comuni che sul campo cercano di portare pace, solidarietà, aiuti umanitari e speranza.

Sono loro tra mille difficoltà e con rischi molto alti che fanno realmente qualcosa di positivo.

I proiettili di gomma sparati dall’ IDF ( Israeli defense forces ) nell’ infinita diatriba con i palestinesi sono da sempre una frottola.
E’ vero che vengono usati ma molto raramente e a loro totale discrezione.
Senza entrare nel merito e nel dettaglio delle regole d’ ingaggio e nemmeno sui diritti umani poiché sarebbe un discorso estremamente lungo e complesso, questa mia immagine ne è l’ ennesima dimostrazione.

FOTO: il corpo esanime di un giovane palestinese colpito dalle forze di sicurezza israeliane viene raccolto dai volontari della Mezzaluna Rossa Internazionale.
Dintorni dl Al Mughraqa – Striscia di Gaza 2000 – Gianluca Fiesoli.

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Il poeta condannato a morte.

In un momento importante per la nostra epoca  dove la lotta al terrorismo alimenta le nostre paure quotidiane poichè di difficile soluzione sono ancora molti i paesi che abusano i diritti umani con condanne troppo spesso giustificate da motivazioni e sentenze discutibili.

Ashraf Fayadh, poeta, curatore e artista, è stato condannato a morte da un tribunale dell’Arabia Saudita, paese dove è nato da genitori palestinesi.

È accusato di aver promosso l’ateismo con i suoi testi inclusi nell’antologia poetica “Instructions within” (2008), di aver avuto relazioni illecite, di aver mancato di rispetto al profeta Maometto e di aver minacciato la moralità saudita. La sentenza è stata emessa il 17 novembre ed è previsto che Fayadh possa presentare una richiesta d’appello entro trenta giorni.

Fayadh, 35 anni, è rappresentante dell’organizzazione di artisti britannico-saudita Edge of Arabia. Nel 2013 è stato tra i curatori della mostra Rhizoma alla Biennale di Venezia. È stato arrestato nel gennaio del 2014 e nel maggio dello stesso anno è stato condannato a quattro anni di prigione e 800 frustate da un tribunale di Abha, nel sudovest dell’Arabia Saudita.

Dopo che il suo primo ricorso è stato respinto, una nuova corte lo ha condannato a morte.

Mona Kareem, poeta e attivista per i diritti dei migranti che ha lanciato una campagna per la liberazione di Fayadh, ha detto al Guardian che il poeta non può chiedere a un avvocato di difenderlo perché dal giorno del suo arresto non ha più i documenti d’identità. Secondo Kareem, Fayadh sarebbe vittima di discriminazione perché di origine palestinese.

Durante le udienze il poeta ha dichiarato di essere musulmano e ha respinto le accuse.

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Quattro anni dalla morte di Vittorio Arrigoni.

11 Aprile 2015 Commenti chiusi

Sono passati quattro anni dalla morte di Vittorio Arrigoni e la situazione in West Bank e nella Striscia di Gaza non è per niente migliorata. Una lunga scia di sangue continua imperterrita senza che la Comunità Internazionale riesca a trovare delle soluzioni adeguate in questa terra martoriata mentre tra arabi ed ebrei si convive, per così dire, senza esclusioni di colpi, barriere, occupazioni, attentati….

Un odio ininterrotto oramai domina la regione da lunghi anni e se il succedersi dei ” Grandi Uomini Politici ” non è servito a niente ci sono persone comuni che sul campo cercano di portare pace, solidarietà, aiuti umanitari e speranza. 

Come lo era Vittorio Arrigoni.

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Ieri, 24 Aprile 2011, Bulciago, provincia di Lecco.

Tanta gente, occhi lucidi, scroscianti applausi, una lettera attaccata alla porta di entrata del palazzetto e scritta da un profugo arabo. Un ramoscello d’ ulivo appoggiato sulla bara accanto al kefiah e all’ amato capello nero mentre un coro di innocenti fanciulli canta Blowind in the wind e poi Bella Ciao.

Il mondo di Vittorio Arrigoni, dei giovani, dei numerosi amici ma anche una delegazione venuta dalla lontana Palestina e il vescovo di Gerusalemme.

E’ il testamento di Vik come volesse dire che le differenze tra i popoli, le contrapposizioni delle religioni si superano soltanto con l’ amicizia, la fraternità e l’ aiuto ai più deboli.

Il piccolo paese di Bulciago ha dato l’ estremo saluto al pacifista ucciso dai malvagi salafiti e che ha commosso l’ Italia, ma le bandiere tricolori sono state poche nel giorno del dolore.

Pace soltanto Pace e giustizia, sono le parole con una punta di polemica degl’ amministratori locali verso il Governo, per un ragazzo di soli 36 anni che ha pagato con un prezzo altissimo quelli che definiva i suoi sogni e gl’ ideali, talmente possenti da scegliere  la tormentata enclave di Gaza Strip come residenza stabile.

Ed è proprio quella terra che lo ha tradito. “ Restiamo umani “ era la firma con cui chiudeva ogni post del  blog ” Guerrilla Radio “, i reportage per il Manifesto, sicuramente scomodi a qualcuno poiché veritieri.

Adesso è difficile rimanere solidali dopo quello che abbiamo visto e soprattutto dopo anni di rancori, d’ Intifada, di razzi Qassam sulle città costiere, di occupazioni, barriere di cemento, carri armati e filo spinato, in un massacro che sembra non avere mai fine.

L’ International Solidarity Movement sezione Italia durante la cerimonia ha adagiato sul prato circostante tre grandi striscioni, i quali elencavano i 1414 morti ammazzati nella Striscia di Gaza.

Nella sintetica omelia della messa il sacerdote Don Roberto Crotta ha voluto ricordare Vittorio Arrigoni come un Uomo autentico, coraggioso per le scelte di vita e paladino della libertà, e che la sua utopia come qualcuno l’ ha definita in questi giorni sulla stampa, è invece una speranza che tutti noi desideriamo che non rimanga vana.

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Il feretro di Vittorio Arrigoni sul tappeto della cerimonia -Immagine di Gianluca Fiesoli.

Quando si dice la fotografia e il coraggio……..

13 Febbraio 2015 Commenti chiusi

Che a monte della fotografia ci sia una passione interna è noto per i professionisti e i dilettanti. In questo caso la differenza tra le  due categorie non è molta.

Al cuore e allo scatto……. non si comanda. Soprattutto quando vivi e operi nella Striscia di Gaza o in luoghi simili e tumultuosi.

Lo dice uno che ci è stato diverse volte. In questi luoghi devi avere e dare un qualcosa in più…..e non si tratta certamente di guadagno e nemmeno di notorietà se poi puoi rimetterci in taluni casi anche la pelle.

Questa breve storia, raccontata dal Corriere della Sera -  http://sociale.corriere.it/io-reporter-torno-a-fotografare-sulla-striscia-di-gaza-in-sedia-a-rotelle/  ha certamente, oltre i dettagli e la notizia, un suo profondo significato.

Articolo a firma di Paola Arosio – tutti i diritti sono riservati.

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«Io, reporter, torno a fotografare sulla Striscia di Gaza in sedia a rotelle»

di Paola Arosio

In primo piano c’è una donna col capo coperto, intenta a scappare mentre dal cielo piovono schegge di morte. Sullo sfondo cumuli di macerie a perdita d’occhio, deserto di solitudine e distruzione. Questa è una delle foto scattate a Gaza da Momen Faiz, giovane fotografo palestinese costretto su una sedia a rotelle dopo che, nel 2008, i proiettili israeliani gli hanno portato via le gambe.

«È successo mentre ero in servizio», racconta. «Indossavo un cappello e un giubbotto con la scritta “stampa”. Mi ero appostato per fotografare la frontiera chiusa, che impediva il passaggio delle merci necessarie a festeggiare la Id al-Adha, la tradizionale festa islamica del sacrificio».

Di colpo frastuono, sangue, poi più nulla. Momen non può più camminare, resta invalido per sempre.

Una vita, la sua, che non è mai stata facile. Orfano di padre, è il più piccolo di sette fratelli. Nonostante le tante bocche da sfamare, sua madre crede nel valore dell’istruzione: Momen si iscrive alla facoltà di Giornalismo e media, anche se l’incidente blocca il suo percorso.

Si ferma, ma non si arrende. «Dopo quell’attacco la mia vita è cambiata», spiega, «ma io ho scelto di continuare il mio lavoro». Così ogni mattina esce di casa con la macchina fotografica per immortalare la tragedia che travolge Gaza. Ovunque strazio e macerie.

Tornare sui campi di battaglia non è facile per chi ha subito un trauma come il suo. C’è la disabilità, c’è la paura. Ma c’è anche la voglia di continuare a essere un fotoreporter, di documentare crimini e massacri, perché sia i contemporanei che i posteri ne abbiano memoria. Chi crede ancora che esistano guerre giuste dovrebbe conoscerlo di persona o almeno parlarci mezz’ora al telefono. Dovrebbe guardare le sue foto, un grande, pacifico manifesto contro tutte le guerre.

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La Polveriera Mediorientale: agorà pubblica.

Il M5S di Firenze organizza una serata informativa e di approfondimento che punta la lente sui numerosi e tragici conflitti che stanno divampando in Medioriente.

Un’agorà pubblica, sulla “polveriera”mediorientale”: una guerra perpetua alimentata dalle scelte e dalle azioni dissennate e scriteriate delle potenze mondiali.

Ne discuteremo in piena onestà intellettuale, insieme a Massimo Artini, vice presidente della commissione Difesa della Camera dei Deputati e Riccardo Ferretti, giornalista e direttore editoriale della rivista Panorama Difesa e Fabio Cintolesi.

Un excursus in primo luogo storico per ricostruire la genesi e le cause di questi devastanti conflitti, l’analisi della situazione attuale e la posizione del Movimento 5 stelle, le possibili soluzioni proposte dai nostri portavoce in Parlamento.

Il contributo al dibattito è aperto di tutti i cittadini per informarsi e per informare tutti, nella consapevolezza dei fatti e delle opinioni.

Casa della Cultura Via Forlanini 164, Firenze
Giovedì 2 Ottobre 2014
dalle ore 21.00 alle ore 23.45

 

Informazioni:

https://www.facebook.com/events/1546534165565570/

https://www.facebook.com/firenzecinquestelle

DIRETTA STREAMING

http://www.ustream.tv/channel/silviafossi

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PS. Parteciperò all’ Agorà e non è escluso anche un mio intervento.

 

 

 

Teatro Nuovo di Firenze: serata con video e presentazione del libro Personal Observations di Gianluca Fiesoli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Martedì 3 giugno alle ore 21,30 presso il Teatro Nuovo di Firenze in Via Pietro Fanfani 16 il fotografo Gianluca Fiesoli presenterà il libro ” Personal Observations ” ( Osservazioni Personali ) accompagnato da un video di immagini sui reportages in Iraq, la Palestina, la povertà, gl’ immigrati, i senzatetto, i giorni del G8 e altro ancora.

Seguirà un dibattito sulle argomentazioni della pubblicazione e sulla fotografia.

Si ringrazia per l’ ospitalità l’ Arci Lippi e per la collaborazione il gruppo fotografico Rifredi Immagine, in particolare modo il Presidente Marco Fantechi.

Ingresso libero.

Maggiori informazioni:

http://www.rifredimmagine.it

http://www.gianlucafiesoli.com/index.html

http://youtu.be/W2pgSbaffJ0

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Qui sotto la prefazione del libro scritta da Fabio Cintolesi.

 

Ho conosciuto Gianluca Fiesoli alcuni anni addietro quando lo contattai per fargli un intervista sulla guerra in Iraq in considerazione che durante quel periodo c’ era stato diverse volte. Fissammo un appuntamento nel suo studio e di questo affabile fiorentino mi colpì la disponibilità, la competenza e la naturalezza al dialogo. Avevo visto le sue fotografie sul web, dalle quali si percepiva una forza espressiva inconsueta dovuta dal motivo che è un buon autore di paesaggismo, d’ immagine turistica e di ritratto.

“ Personal Observations “ è un titolo che si ritrova similmente nella saggistica, nell’ arte moderna, dalla pittura alla musica, tradotto in forme estetiche insieme alla poetica. Ma non solo, anche nelle materie scientifiche è utilizzato come punto di partenza per viaggi esplorativi di dottorato. Ponderazioni su cose o persone con capacità cognitiva, un percorso di critica nell’ interiore, il desiderio della libertà di pensiero nel fermento della creatività.

Fiesoli non ha niente di tutto questo. Le Osservazioni Personali sono esclusivamente delle schiette riflessioni sulle brutali realtà. A suo modo, un testimone del nostro tempo. Qui la fotografia non registra l’ istante temporale della cronaca ma bensì ne sviscera con acutezza le problematiche e con intelligenza non cede al rigido moralismo. Ne alla retorica della denuncia e neppure all’ esagerazione visiva come vorrebbe un comune operatore dell’ informazione.

Quando gli chiesi che cosa lo esortava ad andare in posti complicati, di inopia e a continuare una ricerca in determinate situazioni, la risposta fu precisa e per certi versi sbalorditiva. “ La curiosità, la voglia di raccontare ma soprattutto di capire in loco poiché non ho mai creduto che una foto per quanto superlativamente interpretativa possa descrivere il mondo o la centralità di un avvenimento “.

Il negativo, oggi chiamato file poiché il digitale ha praticamente sostituito l’ analogico, è una maniera di trasfigurare la memoria in immagini che congiungono il passato al presente. La memoria è il fondamento della mente ed ha il vigore di potere far riemergere significativi brandelli dell’ esistenza alzando così il livello della nostra sensibilità. Se smettiamo di attingere alla ritentiva diventa impossibile vivere. Più trascorrono gli anni e maggiore è la sua invasività per respingere l’ inevitabile oblio e tentare di allontanare il sopraggiungere della morte. Con questi proponimenti Gianluca Fiesoli ha percorso migliaia di chilometri consumando intere settimane per appalesare il vero di alcuni eventi e documentare le distruzioni perpetrate dalla natura e dai popoli in un pianeta sempre più tumultuoso.

Però nelle sue foto riesce a dare spazio alla solarità, alla contentezza, alla bellezza sia tecnica che naturale. Emblematiche sono le riproduzioni figurative dei contadini cubani e indonesiani oppure quella al mattino presto quando l’ orda dei turisti non è ancora arrivata all’ interno della Cupola della Roccia di Gerusalemme, da sempre luogo paradigmatico della fede mussulmana in un territorio conteso. Quest’ ultimo scatto esalta la straordinaria ampiezza del campo visivo di un obbiettivo fish eye ( occhio di pesce ) e un tempo di posa interminabile. Ne segue l’ affiorare di qualche proprietà della fotografia: il silenzio, la religiosità, la solitudine. Inoltre non manca un pizzico d’ ironia in una scritta che compare in quel lenzuolo bianco piantato sul molo dalla tranquilla gente di Lampedusa. Infine, il tuffo di un fanciullo nelle limacciose acque del Buruganga in Bangladesh quasi a volere significare un attimo di felicità e di flebile speranza per una vita migliore.

Il fotografo è chiaramente dalla parte degli ultimi, di quelli che affrontano la disperazione nei terremoti e il dolore per un destino avverso. Di chi è obbligato a vivere con mendicità pur di ottenere un pezzo di pane. Di chi ubbidisce all’ arroganza dei potenti dell’ industria che li sfruttano senza ritegno nel lavoro fin da quando sono minorenni. E dei morti che dopo alcuni lustri implorano ancora giustizia tra le montagne della Bosnia Erzegovina come per l’ infelicità dell’ immigrazione di massa.

Li ritrae con una fotocamera chiedendo a sua volta partecipazione e che gli viene donata con umiltà dai soggetti perché ne apprezzano la spontaneità, la quale non cela nessun secondo fine ne quantomeno include la smania di protagonismo. Immagini di un animo penetrante, accompagnate da una sapiente ispirazione e con incisivi valori formali, capaci di discernere l’ indispensabile e di sorprendere per l’ alta qualità di espressione.

Ed è proprio questo modo di vedere e di porsi, al di là dell’ amicizia a cui mi lega, che lo ritengo un fotografo atipico per la completezza delle argomentazioni che si distinguono nei propri lavori. Se esaminiamo con attenzione la parte dedicata alla povertà e ai senza fissa dimora, scavalcando delle istantanee in cui viene alla luce un forte senso di compassione per le condizioni dei soggetti, i ritratti con sfondi bianco e rosso degli homeless americani non mostrano barbe incolte, bocche sdentate, cappotti sdruciti e visi sporchi ma sembrano elementi vicino alla normalità.

Ce lo spiega lui stesso che la “ nuova povertà “ si è oramai incancrenita nelle comunità occidentali fino a intrappolare le persone che vengono investite dalla recessione. Un angoscia sottile, economica e non di vizio. Con questa alternanza di immagini Gianluca Fiesoli esula dallo schema troppo spesso precostituito e dal preconcetto visivo che un indigente fotografato deve essere necessariamente un lurido barbone, un clochard, un essere all’ ultimo stadio che scaturisce ripugnanza e oscenità per raggiungere la meta della foto di sensazione.

Addentrandosi nella lettura dei sei capitoli ( Iraq e Palestina, Giorni del G8, Dentro i terremoti, Senzatetto e vivere in povertà, Sbrebrenica 16 anni dopo, Lavoro ) ci si accorge molto presto di un unione tematica tra di loro. Di un eloquente diversificazione delle spiegazioni e delle esperienze rivolte ad agevolare l’ intelligibilità degli argomenti. Rimane il piccolo rammarico, per ovvie ragioni di spazio e di costi, di non avere potuto inserire nel volume ulteriori reportage sociali, i quali sicuramente sarebbero stati di uguale interesse.

La parte dedicata al lavoro è una rigorosa analisi sullo sfruttamento minorile in Bangladesh, Indonesia e in altri paesi mentre nella sezione di Iraq e Palestina prevale il dettagliato racconto di come siano insidiosi e pieni di tensioni questi luoghi per uno straniero. Anche dentro il Palestine di Bagdad, l’ albergo dei media durante l’ occupazione delle forze di coalizione, nel mezzo della notte si può finire distesi per terra con un feroce dobermann che ti ringhia davanti e un mitra puntato alla testa per un errato controllo di identificazione da parte della sicurezza irachena. Oppure essere arrestato perché viaggiava, a sua insaputa, in un auto pubblica con due ricercati. Paragrafi di vicende che gli sono veramente accadute durante la permanenza.

I fotogrammi di Gianluca Fiesoli si cristallizzano in un libro profondo, da conservare. “ Personal Observations “ è un inno alla dignità con il proposito di illuminare le coscienze e dovuto al tenace impegno del fotogiornalista. Pagine che non lasciano adito all’ indifferenza in quanto effondono una grande umanità senza mai divagare nel pedestre e nel pietismo. Esse ci sottolineano la tangibile presenza di altri mondi ai quali il più delle volte preferiamo chiudere gli occhi, rifuggire per non rimanere contaminati e perfino dichiarare con ipocrisia e senza mezzi termini che non ci appartengono.

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La storia di Ahmed Shom.

Ho ricevuto questa e mail che inserisco qui sotto con la risposta.

Buongiorno,

dopo aver visitato il suo sito del quale le faccio i complimenti  ho scoperto anche il blog di Tiscali.

Siccome ho intenzione di fare anche io un blog e  sto cercando degli spunti in giro per il web, avrei da
porgli una particolare domanda sulla dedica e il perché a quel bambino che si chiama Ahmed Shom.

Nel ringraziarla le auguro buon lavoro.

Cesare

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La dedica non è indirizzata ad una particolare persona ma in genere a quelli che hanno meno. Il fatto che sia stata inserita è dovuto alla ” linea ” del blog che tratta anche questi temi e ad una naturale ” personalizzazione “.

Sono stato diverse volte in Palestina.  All’ inizio della seconda intifada avevo conosciuto Ahmed Shom nella Striscia di Gaza. Viveva nei pressi di un campo profughi dell’ enclave. Passammo diverso tempo insieme e conobbi anche la famiglia con la quale nacque una sincera amicizia. Mi dettero ospitalità per molti giorni.

Era un bambino vivace, occhi scuri e vispi, che come i suoi coetanei covava odio per gli israeliani. Più che comprensibile quando si cresce in un territorio dove il sangue scorre quasi ogni giorno, la tensione è sempre alta, la povertà è disarmante e il futuro dovrebbe essere altrove ma non è possibile andarci.

Aveva una forte simpatia per me in considerazione della differenza di età e perché lì gli stranieri sono rari. Due anni dopo quando ritornai mi soffermai nuovamente alla loro casa. La madre e il fratello maggiore mi dissero che era ” salito in cielo “.

I soldati dell’ Idf durante un operazione lo uccisero, forse per sbaglio. La dinamica dell’ accaduto mi è sempre rimasta poco chiara.

Ahmed aveva soltanto nove anni.

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Video di presentazione per il libro Personal Observations di Gianluca Fiesoli.

A questi link di You Tube, Tiscali e Vimeo potete vedere il  video di presentazione del mio libro Personal Observations.

http://youtu.be/W2pgSbaffJ0

http://video.tiscali.it/canali/Arte_e_Cultura/126262.html

https://vimeo.com/79296447

Video importato

La pubblicazione è in tiratura limitata, formato 30X30, 202 pagine, 194 fotografie colore e bianco e nero in stampa di qualità. Per chi fosse interessato ad acquistarlo ed avere informazioni su come riceverlo può inviare una e mail a questo indirizzo - studiofiesoli@gianlucafiesoli.com 

Qui sotto la sovracopertina e la prefazione del libro ( testo di Fabio Cintolesi ).
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Ho conosciuto Gianluca Fiesoli alcuni anni addietro quando lo contattai per fargli un intervista sulla guerra in Iraq in considerazione che durante quel periodo c’ era stato diverse volte. Fissammo un appuntamento nel suo studio e di questo affabile fiorentino mi colpì la disponibilità, la competenza e la naturalezza al dialogo. Avevo visto le sue fotografie sul web, dalle quali si percepiva una forza espressiva inconsueta dovuta dal motivo che è un buon autore di paesaggismo, d’ immagine turistica e di ritratto.

“ Personal Observations “ è un titolo che si ritrova similmente nella saggistica, nell’ arte moderna, dalla pittura alla musica, tradotto in forme estetiche insieme alla poetica. Ma non solo, anche nelle materie scientifiche è utilizzato come punto di partenza per viaggi esplorativi di dottorato. Ponderazioni su cose o persone con capacità cognitiva, un percorso di critica nell’ interiore, il desiderio della libertà di pensiero nel fermento della creatività.

Fiesoli non ha niente di tutto questo. Le Osservazioni Personali sono esclusivamente delle schiette riflessioni sulle brutali realtà. A suo modo, un testimone del nostro tempo. Qui la fotografia non registra l’ istante temporale della cronaca ma bensì ne sviscera con acutezza le problematiche e con intelligenza non cede al rigido moralismo. Ne alla retorica della denuncia e neppure all’ esagerazione visiva come vorrebbe un comune operatore dell’ informazione.

Quando gli chiesi che cosa lo esortava ad andare in posti complicati, di inopia e a continuare una ricerca in determinate situazioni, la risposta fu precisa e per certi versi sbalorditiva. “ La curiosità, la voglia di raccontare ma soprattutto di capire in loco poichè non ho mai creduto che una foto per quanto superlativamente interpretativa possa descrivere il mondo o la centralità di un avvenimento “.

Il negativo, oggi chiamato file poichè il digitale ha praticamente sostituito l’ analogico, è una maniera di trasfigurare la memoria in immagini che congiungono il passato al presente. La memoria è il fondamento della mente ed ha il vigore di potere far riemergere significativi brandelli dell’ esistenza alzando così il livello della nostra sensibilità. Se smettiamo di attingere alla ritentiva diventa impossibile vivere. Più trascorrono gli anni e maggiore è la sua invasività per respingere l’ inevitabile oblio e tentare di allontanare il sopraggiungere della morte. Con questi proponimenti Gianluca Fiesoli ha percorso migliaia di chilometri consumando intere settimane per appalesare il vero di alcuni eventi e documentare le distruzioni perpetrate dalla natura e dai popoli in un pianeta sempre più tumultuoso.

Però nelle sue foto riesce a a dare spazio alla solarità, alla contentezza, alla bellezza sia tecnica che naturale. Emblematiche sono le riproduzioni figurative dei contadini cubani e indonesiani oppure quella al mattino presto quando l’ orda dei turisti non è ancora arrivata all’ interno della Cupola della Roccia di Gerusalemme, da sempre luogo paradigmatico della fede mussulmana in un territorio conteso. Quest’ ultimo scatto esalta la straordinaria ampiezza del campo visivo di un obbiettivo fish eye ( occhio di pesce  ) e un tempo di posa interminabile. Ne segue l’ affiorare di qualche proprietà della fotografia: il silenzio, la religiosità, la solitudine. Inoltre non manca un pizzico d’ ironia in una scritta che compare in quel lenzuolo bianco piantato sul molo dalla tranquilla gente di Lampedusa. Infine, il tuffo di un fanciullo nelle limacciose acque del Buruganga in Bangladesh quasi a volere significare un attimo di felicità e di flebile speranza per una vita migliore.

Il fotografo è chiaramente dalla parte degli ultimi, di quelli che affrontano la disperazione nei terremoti e il dolore per un destino avverso. Di chi è obbligato a vivere con mendicità pur di ottenere un pezzo di pane. Di chi ubbidisce all’ arroganza dei potenti dell’ industria che li sfruttano senza ritegno nel lavoro fin da quando sono minorenni. E dei morti che dopo alcuni lustri implorano ancora giustizia tra le montagne della Bosnia Erzegovina come per l’ infelicità dell’ immigrazione di massa.

Li ritrae con una fotocamera chiedendo a sua volta partecipazione e che gli viene donata con umiltà dai soggetti perchè ne apprezzano la spontaneità, la quale non cela nessun secondo fine ne quantomeno include la smania di protagonismo. Immagini di un animo penetrante, accompagnate da una sapiente ispirazione e con incisivi valori formali, capaci di discernere l’ indispensabile e di sorprendere per l’ alta qualità di espressione.

Ed è proprio questo modo di vedere e di porsi, al di là dell’ amicizia a cui mi lega, che lo ritengo un fotografo atipico per la completezza delle argomentazioni che si distinguono nei propri lavori. Se esaminiamo con attenzione la parte dedicata alla povertà e ai senza fissa dimora, scavalcando delle istantanee in cui viene alla luce un forte senso di compassione per le condizioni dei soggetti, i ritratti con sfondi bianco e rosso degli homeless americani non mostrano barbe incolte, bocche sdentate, cappotti sdruciti e visi sporchi ma sembrano elementi vicino alla normalità.

Ce lo spiega lui stesso che la “ nuova povertà “ si è oramai incancrenita nelle comunità occidentali fino a intrappolare le persone che vengono investite dalla recessione. Un angoscia sottile, economica e non di vizio. Con questa alternanza di immagini Gianluca Fiesoli esula dallo schema troppo spesso precostituito e dal preconcetto visivo che un indigente fotografato deve essere necessariamente un lurido barbone, un clochard, un essere all’ ultimo stadio che scaturisce ripugnanza e oscenità per raggiungere la meta della foto di sensazione.

Addentrandosi nella lettura dei sei capitoli ci si accorge molto presto di un unione tematica tra di loro. Di un eloquente diversificazione delle spiegazioni e delle esperienze rivolte ad agevolare l’ intelligibilità degli argomenti. Rimane il piccolo rammarico, per ovvie ragioni di spazio e di costi, di non avere potuto inserire nel volume ulteriori reportages sociali, i quali sicuramente sarebbero stati di uguale interesse.

La parte dedicata al lavoro ( Work ) è una rigorosa analisi sullo sfruttamento minorile in Bangladesh, Indonesia e in altri paesi mentre nella sezione di Iraq e Palestina prevale il dettagliato racconto di come siano insidiosi e pieni di tensioni questi luoghi per uno straniero. Anche dentro il Palestine di Bagdad, l’ albergo dei media durante l’ occupazione delle forze di coalizione, nel mezzo della notte si può finire distesi per terra con un feroce dobermann che ti ringhia davanti e un mitra puntato alla testa per un errato controllo di identificazione da parte della sicurezza irachena. Oppure essere arrestato perchè viaggiava, a sua insaputa, in un auto pubblica con due ricercati. Paragrafi di vicende che gli sono veramente accadute durante la permanenza.

I fotogrammi di Gianluca Fiesoli si cristallizzano in un libro profondo, da conservare. “ Personal Observations “ è un inno alla dignità con il proposito di illuminare le coscienze e dovuto al tenace impegno del fotogiornalista. Pagine che non lasciano adito all’ indifferenza in quanto effondono una grande umanità senza mai divagare nel pedestre e nel pietismo. Esse ci sottolineano la tangibile presenza di altri mondi ai quali il più delle volte preferiamo chiudere gli occhi, rifuggire per non rimanere contaminati e perfino dichiarare con ipocrisia e senza mezzi termini che non ci appartengono.

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L’ ultimo saluto a Vik, messaggero di libertà e della pace.

25 Aprile 2011 2 commenti

Lettera profugo copia 4

Ieri, 24 Aprile 2011, Bulciago, provincia di Lecco.

Tanta gente, occhi lucidi, scroscianti applausi, una lettera attaccata alla porta di entrata del palazzetto e scritta da un profugo arabo. Un ramoscello d’ ulivo appoggiato sulla bara accanto al kefiah e all’ amato capello nero mentre un coro di innocenti fanciulli canta Blowind in the wind e poi Bella Ciao.

Il mondo di Vittorio Arrigoni, dei giovani, dei numerosi amici ma anche una delegazione venuta dalla lontana Palestina e il vescovo di Gerusalemme.

E’ il testamento di Vik come volesse dire che le differenze tra i popoli, le contrapposizioni delle religioni si superano soltanto con l’ amicizia, la fraternità e l’ aiuto ai più deboli.

Il piccolo paese di Bulciago ha dato l’ estremo saluto al pacifista ucciso dai malvagi salafiti e che ha commosso l’ Italia, ma le bandiere tricolori sono state poche nel giorno del dolore.

Pace soltanto Pace e giustizia, sono le parole con una punta di polemica degl’ amministratori locali verso il Governo, per un ragazzo di soli 36 anni che ha pagato con un prezzo altissimo quelli che definiva i suoi sogni e gl’ ideali, talmente possenti da scegliere  la tormentata enclave di Gaza Strip come residenza stabile.

Ed è proprio quella terra che lo ha tradito. “ Restiamo umani “ era la firma con cui chiudeva ogni post del  blog ” Guerrilla Radio “, i reportage per il Manifesto, sicuramente scomodi a qualcuno poiché veritieri.

Adesso è difficile rimanere solidali dopo quello che abbiamo visto e soprattutto dopo anni di rancori, d’ Intifada, di razzi Qassam sulle città costiere, di occupazioni, barriere di cemento, carri armati e filo spinato, in un massacro che sembra non avere mai fine.

L’ International Solidarity Movement sezione Italia durante la cerimonia ha adagiato sul prato circostante tre grandi striscioni, i quali elencavano i 1414 morti ammazzati nella Striscia di Gaza.

Nella sintetica omelia della messa il sacerdote Don Roberto Crotta ha voluto ricordare Vittorio Arrigoni come un Uomo autentico, coraggioso per le scelte di vita e paladino della libertà, e che la sua utopia come qualcuno l’ ha definita in questi giorni sulla stampa, è invece una speranza che tutti noi desideriamo che non rimanga vana.

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Il feretro di Vittorio Arrigoni sul tappeto della cerimonia -Immagine di Gianluca Fiesoli.

la bara di Vittorio arrigoni

Precisazioni sui fatti di Gaza.

SUI FATTI DI GAZA.

Nella notte del 31 maggio un cargo umanitario è stato assaltato in acque internazionali dai reparti dell’esercito israeliano. Si parla di almeno 10 morti e decine di feriti tra i passeggeri della nave. Secondo gli organizzatori del cargo umanitario, si è trattato di un deliberato atto di guerra contro civili inermi. Quello che è certo è che, ancora una volta, si è scelto di usare lo strumento della violenza, anziché le armi della politica e del dialogo, e a farne le spese sono i civili. Emergency condanna con fermezza questo crimine perpetrato contro gli operatori umanitari a bordo delle navi della Freedom Flotilla.

f.to emergency – Per maggiori informazioni visita il sito http://www.emergency.it

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Concordo pienamente con la presa di parte e di condanna dell’ Associazione  Emergency. Sono stato tante volte, in Palestina, in West Bank e in Gaza Strip e conosco benissimo la mentalità guerrafondaia ebrea, che non di rado si nasconde sotto l’ aspetto della sicurezza, ma a sua volta riconosco anche alcune “ colpe “ dei palestinesi in un conflitto oramai definito senza fine.

Pertanto la mia volontà “ politica “ sta nel mezzo e si affida solo alla speranza e al desiderio di una via di Pace.

L’ assalto israeliano alla “ Freedom Flottilla  “  degl’ aiuti umanitari è da condannare senza appello, sia per le violenza del tutto gratuita e dittatoriale e che ha fatto morire diversi civili, sia che per l’ incrinatura che porterà ancora una volta sul processo di Pace, il quale nonostante passino gl’ anni non ha mai raggiunto risultati estremamente concreti e soprattutto duraturi.

Di questi ripetuti stop va aggiunto l’ annosa incapacità della comunità internazionale e del menefreghismo di alcuni paesi come gli Stati Uniti che di questa parte mediorientale non interessa granché.

Resta il fatto, avendolo anche vissuto anche con le mie esperienze, che l’ Idf o i soldati israeliani vanno molto per il sottile non solo con i palestinesi ma anche con gli stranieri.

In qualsiasi circostanza ogni bersaglio da colpire è figlio dell’ odio.

Senza ritegno.

Basta ricordare l’ uccisione di Ciriello, fotoreporter del Corriere della Sera, che fu assassinato per ironia della sorte da un tank israeliano. Il pilota del carro era pienamente consapevole di sparare ad un addetto dei Media che era là solamente per raccontare.

Gianluca Fiesoli.

Un guestbook per le immagini.

Al sito di Gianluca Fiesoli sono state aggiunte nuove immagini nella sezione reportage e cronaca dedicate alla Palestina e al dopo guerra iracheno.

Inoltre è stato inserito un guestbook ( in gergo internettiano  -  libro degl’ ospiti ) dove si possono scrivere critiche, commenti, elogi all’ indirizzo -  http://users4.smartgb.com/g/g.php?a=s&i=g44-47229-68 

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Guestbook

Palestina, continuano i rapimenti.

Nablus, oggi. Dopo un periodo leggermente più tranquillo riprendono i rapimenti in terra santa. Tre donne americane appartenenti ad organizzazioni umanitarie sarebbero state prese dal Fronte popolare per la liberazione della Palestina. Lo riferisce Al Jazera e la notizia rimbalza sui media occidentali.
Al momento non si conosce i nomi delle sequestrate e le eventuali richieste dei terroristi.
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Riferimenti: Palestina

Elezioni in Palestina nel segno di Arafat.

26 Dicembre 2004 2 commenti


E’ partita la campagna elettorale dei diversi candidati che cercheranno di guidare la regione nei prossimi anni. Adesso che il pezzo di storia Arafat, si è consumato, l’opinione pubblica mondiale è ansiosa di conoscere il nuovo leader e se costui riuscirà a far ritornare la pace nell’area mediorientale.
I differenti candidati stanno raccogliendo la difficile eredità che Arafat ha lasciato, sia nel bene che nel male. Sostituire ugualmente un capo amato e carismatico per tanti anni, comunque non sarà ripetibile. Già in questi giorni quasi tutti i pretendenti si sono ricollegati a Lui: Abu Mazen, il favorito sia per esperienza, sia perchè aveva lavorato a fianco del Rais e poi cacciato dallo stesso, ha iniziato con un comizio nella principale piazza di Ramallah dopo aver osservato un minuto di silenzio sulla tomba situata nel Muqata alla periferia della città.
Gli intenti e i piani politici dei candidati sono molto simili l’uno con l’altro: tutti predicano la pace e promettono di rinnovare un definitivo dialogo con il vicino Israele, di abbassare la disoccupazione in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza e di fondare dei principi del nuovo stato che tutti s’impegnano a costruire in futuro.
Abu Mazen, quasi settantenne, ha l’appoggio peraltro importante dell’attuale leadership americana e in queste ore ha fatto pubblicare sui giornali locali una sua foto in compagnia del vecchio rais, quasi a far capire al popolo palestinese l’intenzione di continuarne le gesta e le azioni politiche. Probabilmente è soltanto un modo per farsi pubblicità e accaparrasi consensi ma è anche segnale di una non nuova linfa politica e che fà trasparire delle forti contraddizioni.
Abu Mazen si è anche recato alla messa di mezzanotte del Natale a Betlemme, la quale si svolge nella Chiesa della Natività. E’ stato autorizzato dal servizio di sicurezza israeliano: un gesto importante e di notevole distensione da ambo le parti.
Mustafa Barghouti, parente del più violento capofila incarcerato a Tel Aviv e impossibilitato a candidarsi, è considerato un ottimo mediatore e diplomatico, intellettuale di ” sinistra “, si è presentato all’apertura della campagna elettorale con lo stesso tipo di kefiah che portava assiduamente Arafat, cosa che non si era visto prima…..un altro richiamo all’anziano rais…..
Gli altri cinque aspiranti non avrebbero nessuna possibilità di vittoria e sono considerati minori.
Questi due candidati dovrebbero raccogliere la maggioranza dei voti e secondo le previsioni locali Abu Mazen dovrebbe essere il vincitore.
La campagna elettorale si concluderà il 7 gennaio 2005.
Le autorità militari israeliane hanno comunicato che i check point saranno aperti e i controlli saranno velocizzati ma sempre con lo scopo di garantire la sicurezza e di far spostare la gente da un distretto all’altro per andare a esprimersi con le schede.
Intanto in queste ore si stanno votando in West Bank le municipali, i primi risultati danno in testa il partito di Al Fatah con un buon vantaggio su quello di Hamas con dei candidati indipendenti e al momento lo spoglio delle schede, che vanno a rilento, sarebbe di circa 23 dei 26 consigli comunali.
Queste votazioni oltre a definire le municipalità sono un importante test per le presidenziali e dalla risposta odierna si può intuire chi sarà la nuova guida dell’autorità palestinese.
L’affluenza alle urne al momento viene stimata intorno all’85 %, un dato notevole considerato la difficoltà in cui si svolgono e le prime del nuovo corso politico.
Intanto focolai di violenza si registrano nella disastrata Jenin: un capo locale della brigata di Alqsa è stato ucciso dagl’agenti dell’Idf ed era considerato dai servizi segreti il braccio destro del comandante della regione.
Nei dintorni del valico di frontiera di Erez, nella Striscia di Gaza, un ordigno è esploso accidentalmente ed ha ferito due palestinesi in modo non grave. Gli israeliani stanno accertando le dinamiche dell’incidente.
Adesso che sono passati quasi due mesi dalla morte di Arafat il mio modesto e personale ricordo di quella figura si riconduce alle due volte che l’ho incontrato: la prima, nell’anno 2000, lo vidi a una dimostazione palestinese nelle strade di Gaza. Era impossibile avvicinarsi, la gente lo acclamava, cercava di toccarlo e anche fotografarlo era pressochè inattuabile. In quei tempi era facile vederlo nella striscia, in quanto aveva il suo ufficio a Gaza City.
Nel marzo 2002 chiesi all’onnipresente Nabille Houburdini di scattargli alcune immagini. Telefonai da Gerusalemme Est e dopo aver oltrepassato il blindato punto di controllo di Khalandya giunsi a Ramallah.
Altri controlli, ma stavolta meno ossessivi, quindi entrai nel Quartier Generale, un assembramento disordinato di edifici, difeso da numerosi militari palestinesi e circondato da alti muri di protezione. Ci ho trascorso quattro giorni, ho mangiato con loro e ho dormito in una stanza con l’operatore televisivo della tv palestinese. Arafat aveva ogni giorno molti impegni e all’interno del suo Muqata c’era un gran via vai di persone.
Ho assistito a diversi incontri: Solana, El van Dick, i rappresentanti delle chiese ortodosse e altro ancora. Le riunioni politiche proseguivano fino a tardi e i media di diversi paesi era appostati per riprendere le conference press.
Ogni tanto si sentivano dal’esterno degli spari o esplosioni: scontri tra palestinesi ed ebrei nelle campagne circostanti della città.
Quando lo fotografai in privato non mi concesse moltissimo tempo, una ventina di minuti da solo nella sua stanza. Mi chiese, tramite il suo interlocutore che parlava inglese perfettamente, se avevo intenzione di intervistarlo e se ero un giornalista italiano, perchè Lui non rilasciava interviste a stranieri. Non era vero. Gli risposi, no, ma mi piacerebbe, ma io voglio solamente farle delle foto e allora Yasser Arafat mi disse se dovevamo andare sulla terrazza del tetto della palazzina.
Gli risposi che erano le sei del pomeriggio e fuori era buio……Lui, forse, non si rendeva conto in quanto non usciva da diversi mesi dai suoi ambienti ed era sempre chiuso tra il suo ufficio, la sua camera, il salone dei ricevimenti e le sale riunioni.
Mi disse se doveva mettersi in posa….. con quell’aria un pò ambigua, saggia e talvolta irridente…
Gli risposi stia alla scrivania e in modo naturale come se io non ci fossi.
Non volevo eseguire dei ritratti standard ma bensì mentre lavorava o in maniera spontanea, quasi non se ne accorgesse, anche perchè le condizioni di luce erano un pò scarse e lavoravo con il treppiede e in medio formato. Avrei poi avuto altre occasioni negl’incontri di riprenderlo in mezzo alle persone o quando accompagnava un ospite all’uscita del grande piazzale interno.
Quando conclusi il mio lavoro chiamò la segretaria ai rapporti con l’estero, Janina, la quale parlava un eccellente italiano. Gli disse di convocare il suo fotografo che operava nel Muqata e che dava le immagini ai giornali palestinesi e collaborava con la Reuters.
Volle farsi riprendere con me, chissà forse credeva che fossi importante oppure soltanto un gesto di cortesia. Poi lo salutai e lo abbracciai in maniera islamica: gli dissi ” Tank you very much and good luck President ” e mi rispose immediatamente ” Of it I have need……”.
Successivamente i quattro giorni trascorsi nel suo ” rifugio ” ritornai a Gerusalemme e poi andai ad Hebron.
Alcune settimane dopo i tank israeliani occuparono l’area del suo Muqata sfondando il muro di cinta, distrussero le auto parcheggiate e cannoneggiarono il palazzo.
Arafat si salvò a stento per l’ennesima volta e le immagini televisive della Cnn con la candela in mano e gl’occhi stralunati fecero il giro del mondo…..

Gianluca Fiesoli.

***Fotografia: Javier Solana e Yasser Arafat, conference press in Ramallah, 2002 – Gianluca Fiesoli ©.

Riferimenti: Elezioni in Palestina nel segno di Arafat.

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