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Lashkar-gah, la guerra continua.

16 Ottobre 2016 Commenti chiusi

“Anche oggi i combattimenti proseguono vicino a Lashkar-gah. I pazienti continuano ad arrivare, segno che hanno riaperto le strade per permettere il trasporto dei feriti. Al nostro ospedale ne sono già arrivati 9, di cui 5 in gravi condizioni. Chi può sta fuggendo e si sta dirigendo verso Kandahar alla ricerca di un luogo sicuro.

È stata una settimana molto intensa. La città è accerchiata – racconta Daniele, il nostro logista a Lashkar-gah – l’altro giorno un razzo è esploso a 30 mt dall’ospedale. Quando arriva un razzo lo senti subito: prima un fischio poi un rumore metallico e un boato. La struttura e i vetri tremano. Io e Vesna abbiamo radunato subito lo staff e dato indicazioni di stare al coperto e in zone protette.

Nell’ultima settimana abbiamo ammesso 150 nuovi pazienti, in un’ospedale che ha una capienza di 90 posti letto. Stiamo organizzandoci per poter attrezzare nuove postazioni per i feriti in arrivo e abbiamo dovuto dimettere quelli che stavano meglio. I nostri chirurghi hanno lavorato incessantemente negli ultimi sette giorni: 218 operazioni, un numero impressionante”.

Maggiori informazioni visita o iscriviti all’ associazione Emergency – http://www.emergency.it 

L’ Afghanistan ritorna a votare, ma le cose non cambieranno.

In un periodo, quello di Obama, dove l’ America e suoi alleati negl’ ultimi anni hanno deciso di regredire gli sforzi in territori stranieri, proprio In queste ore l’ Afghanistan vota il nuovo Presidente.

Le speranze di una pace stabile sono pressoché minime. La situazione è tuttora molto pericolosa, il terrorismo continua, le recenti leggi attuate sono poco attendibili e non vengono rispettate, mentre tra i vari raggruppamenti locali ci sono conflitti e odi profondi. 

Al di là delle belle parole che la politica internazionale vorrebbe farci credere la realtà in questi luoghi è tutta ben diversa e i numeri da sempre sono incontrovertibili.

Come ci spiega Emergency nelle consuete news che provengono da chi opera sul campo.

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«Abbiamo fatto il possibile, ma con immenso dispiacere vi devo purtroppo comunicare che Mohammad Dhullah, il bambino di 7 mesi ricoverato tre settimane fa a Kabul, non ce l’ha fatta».
Diamo il massimo per cercare di curare ogni paziente, tutti i giorni, tutto il giorno. Purtroppo, però, non riusciamo a salvarli tutti: ci sono pazienti che arrivano da noi in condizioni troppo critiche, ferite che hanno un altissimo rischio di complicazioni.

Il proiettile che aveva colpito Mohammad Dhullah mentre era in braccio alla madre aveva leso la colonna lombare, provocando una fuoriuscita di liquido spinale. Nonostante le cure dei giorni passati, Mohammad Dhullah non ha resistito all’infezione.

Mohammad Dhullah, 7 mesi, è una vittima della guerra in Afghanistan.

Sabato, il 5 aprile, i cittadini afgani voteranno il nuovo Presidente del Paese. Nell’anno del ritiro delle truppe della coalizione internazionale queste elezioni sono un momento cruciale. L’augurio è che segnino l’inizio di una nuova fase per la storia del Paese, ma i fatti sono poco incoraggianti: i pazienti ricoverati negli ospedali di Emergency per ferite di guerra sono in continuo aumento. Nei primi due mesi del 2014 il loro numero è cresciuto del 36% rispetto allo stesso periodo del 2013, del 90% rispetto al 2012. Come sempre, una vittima su tre è un bambino.

 

Immagina di ferirti al braccio: un taglio profondo o una frattura all’osso.
Immagina di non poter uscire per chiedere aiuto o cure per ore. Per una notte intera, per esempio.
Immagina che l’ospedale più vicino sia distante ore e che la strada per raggiungerlo sia sconnessa e insicura.
Immagina di non avere nemmeno un mezzo di trasporto per raggiungerlo.
È un incubo, vero?

Ecco, questa è la realtà quotidiana in molti villaggi dell’Afghanistan. L’uomo nella foto è N., 30 anni, ferito a braccio, mano e ginocchio durante un bombardamento. Nonostante avesse bisogno di cure, ha dovuto aspettare una notte intera prima di muoversi: tanto è andata avanti l’operazione militare. Solo al mattino ha potuto raggiungere il Posto di primo soccorso (FAP) di Emergency a Urmuz, dove l’abbiamo stabilizzato e poi trasportato in ambulanza al nostro ospedale di Lashkar-gah per essere operato.

È proprio per aiutare le persone come N., abitanti di villaggi isolati e lontani da qualsiasi struttura sanitaria, che in Afghanistan abbiamo creato – e stiamo ampliando – una rete di FAP dislocati su tutto il territorio, dotati di ambulanze e collegati ai nostri ospedali. Per dare tempestivamente le prime cure, per offrire un trasporto sicuro verso i nostri ospedali, per garantire a tutti il diritto a ricevere assistenza quando ne hanno bisogno.

News da Bangui……

Ieri a Bangui la nuova presidente della Repubblica Centrafricana ha prestato giuramento, ma la situazione nel Paese rimane molto difficile: i combattimenti proseguono sia nei quartieri della capitale sia fuori città.

La forte insicurezza limita gli spostamenti anche per il nostro staff, ma abbiamo comunque continuato a essere presenti tra gli sfollati del PK13, dove offriamo cure gratuite ai bambini. Nei giorni scorsi abbiamo lavorato anche al campo dei profughi ciadiani dove – oltre a garantire le cure pediatriche – abbiamo fatto vaccinazioni contro il morbillo e la poliomielite. Anche se, con il rimpatrio di molte famiglie, il campo si sta svuotando, le condizioni igieniche rimangono terribili: la mancanza di acqua, di servizi igienici e di un luogo dove ripararsi durante la notte sono la causa di infezioni gastrointestinali e alle vie respiratorie.

I letti del Centro pediatrico e del Complexe pédiatrique sono sempre tutti occupati: la scorsa settimana dalle province sono arrivati 7 bambini feriti da arma da fuoco e da machete. Il nostro team sta continuando a lavorare anche per dare assistenza alle urgenze chirurgiche che arrivano da Bangui e da tutta l’area intorno alla città.

Secondo i dati delle agenzie internazionali, i profughi della guerra in Repubblica Centrafricana sono quasi un milione su una popolazione di 4 milioni e seicentomila persone. Molti hanno trovato rifugio nei campi sorti intorno a Bangui, la capitale; alcuni – soprattutto gli stranieri – stanno cercando di lasciare il Paese.

Vicino all’aeroporto, separato dal campo principale, c’è un accampamento di alcune migliaia di civili ciadiani in attesa del rimpatrio. In un grande spiazzo sterrato, occupato da aerei dismessi, ci sono persone accampate ovunque tra cartoni e teli di plastica, senza acqua, senza servizi igienici. Aspettano qui da una ventina di giorni senza nessun genere di assistenza, neanche quella sanitaria: siamo i primi medici a entrare nel campo.

Cerchiamo riparo dal sole sotto l’ala di un aereo e iniziamo le visite. Le condizioni di vita all’interno del campo hanno favorito la diffusione di infezioni della pelle e un’epidemia di gastroenterite, riscontriamo patologie da raffreddamento, per ora non gravi, e casi di malaria. Alle quattro dobbiamo lasciare il campo per rispettare il coprifuoco: torneremo domani.
Ieri Arthur è tornato a casa. È arrivato in ospedale accompagnato da un ragazzo che lo aveva trovato in strada, ferito e in stato di incoscienza.
Si è ripreso velocemente dopo l’operazione, ma non potevamo dimetterlo: non sapevamo chi fossero i suoi genitori, né se erano ancora vivi.
Dopo 15 giorni, un membro del nostro staff nazionale ha sentito alla radio l’appello di una madre che cercava il figlio disperso: la descrizione e il nome non lasciavano dubbi, si trattava proprio di Arthur. L’abbiamo rintracciata, rassicurandola sulle condizioni del ragazzo: tra pianti di gioia e ringraziamenti la famiglia si è riunita poco dopo.
In un Paese dove una persona su cinque ha dovuto fuggire dalla propria casa, non abbiamo potuto fare a meno di pensare a quante altre famiglie stanno ancora cercando di ritrovarsi.

Ombretta e Vittoria coordinatrice e pediatra delle attività di Emergency in Repubblica Centrafricana.

Per maggiori informazioni visita il sito http://www.emergency.it

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Rep. Centrafricana: situazione instabile.

Dopo un periodo di relativa tranquillità, a Bangui la situazione è tornata a essere molto instabile. L’insicurezza per la popolazione è palpabile e in città girano moltissimi militari e persone armate. Violenza, furti e rapine sono all’ordine del giorno.

Il nostro personale non ha mai smesso di lavorare, nemmeno nei giorni più caldi del colpo di stato a fine marzo, presso il nostro Centro pediatrico e presso il Complexe pédiatrique dove offre cure chirurgiche.

Tra le conseguenze dell’instabilità degli ultimi mesi c’è un peggioramento della salute della popolazione che tocchiamo con mano ogni giorno. L’impoverimento ha fatto aumentare notevolmente i casi di denutrizione; in più, per la paura di affrontare viaggi lunghi per raggiungere l’ospedale, molti non vengono da noi se non quando la malattia è ormai in stato avanzato.

Per donazioni e informazioni visita il sito http://www.emergency.it

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Storie di migranti………….Le dico nessun problema, ma so di mentire.

Tibia, 7 anni, ha fatto il “viaggio della speranza” con la madre Teweka, incinta di cinque mesi. Il padre è rimasto in Eritrea per adesso, forse non avevano abbastanza soldi per pagare il viaggio di tutti e tre. Tibia e Teweka sono partite dalla Libia e sono sbarcate a Siracusa quattro giorni dopo. Durante il secondo giorno di traversata, una delle taniche di benzina di scorta ha preso fuoco e alcuni passeggeri sono rimasti ustionati. Il viaggio è durato altri due giorni. Arrivati al porto sono stati portati in ospedale, medicati, e poi trasferiti all’Umberto I, dove offriamo assistenza sanitaria gratuita con il nostro Polibus.

Teweka arriva al Polibus con estrema fatica: ha una voluminosa fasciatura sui glutei e sulla coscia destra. Toglierle la fasciatura è uno strazio, piange disperata perché le garze sono attaccate all’ustione. Tibia aspetta chiacchierando con Kalid il mediatore culturale, ma le urla della madre arrivano ben oltre la sala d’attesa, non siamo in grado di proteggerla da questo.

Appena Tibia entra nell’ambulatorio, la mamma le solleva il vestitino: ha le stesse orribili lesioni della madre. Iniziamo a medicare anche lei, e anche lei urla e piange per ogni centimetro di garza che rimuoviamo dalla ferita. Le dico “Maffi muschila”, “nessun problema”, ma so di mentire.

Finita la medicazione diamo loro gli antibiotici necessari a combattere l’infezione. Tibia si siede di fronte a me e inizia a fare un disegno, una casa, un albero, il sole, una nuvola bianca, tre persone: i bambini, ovunque siano nati, qualunque sia il colore della loro pelle, disegnano sempre una casa, un albero, il sole, una nuvola bianca e delle persone… Sorrido, le indico la prima bimba che ha disegnato dicendo “Tibia?” e lei “La! Inti!”, “No! Tu!”.

Adesso il disegno è appeso al finestrino dell’ambulatorio.

Daniela, medico sull’ambulatorio mobile di Emergency a Siracusa

Per maggiori informazioni, donazioni ecc. visita il sito  http://www.emergency.it/

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52 feriti e un premio per l’ architettura.

13 Settembre 2013 Nessun commento

Domenica 8 settembre, Maydan Shahr, Afghanistan.

Al nostro Posto di primo soccorso (Fap) sono arrivate 52 persone, tutte rimaste ferite nell’attentato contro la sede dei servizi segreti in città.

L’esplosione ha danneggiato anche l’ospedale pubblico, ferendo 20 pazienti già ricoverati.

Dei feriti arrivati al nostro Fap, 32 sono stati trasferiti con le nostre ambulanze al Centro chirurgico di Kabul.

 

Venerdì 6 settembre, il Centro Salam di cardiochirurgia di Khartoum (Sudan) ha vinto l’Aga Khan Award for Architecture, uno dei più prestigiosi premi di architettura.

«Scandalosamente bello» era stato il mandato, molto sintetico, consegnato agli architetti: volevamo che quell’ospedale fosse soprattutto un luogo “ospitale”, dove la bellezza, il rispetto e l’affermazione della dignità della persona fossero una parte integrante della cura.

In questi anni il Centro Salam è stato un luogo “ospitale” per oltre 46 mila persone, con quasi 5.000 interventi a cuore aperto e 1.200 in emodinamica. Emergency aveva già ricevuto il suo premio.

Per maggiori informazioni e donazioni visita il sito http://www.emergency.it

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Mabin……un proiettile nella pancia.

Mabin è incinta di 5 mesi. Era a casa sua a Musa Qala – nel sud dell’Afghanistan – quando lì vicino sono iniziati i combattimenti.

Mabin è uscita per chiamare due sue figlie che erano fuori casa: aveva paura che rimanessero coinvolte nei combattimenti.

Appena fuori dalla porta, è stata colpita alla pancia da un proiettile vagante.

I suoi familiari l’hanno subito portata al nostro Posto di primo soccorso nel villaggio.

L’abbiamo stabilizzata e trasferita al nostro ospedale per vittime di guerra a Lashkar-gah, dove l’abbiamo operata.

Ora Mabin e il suo bambino stanno bene.

Per maggiori informazioni, donazioni, lasciti e conoscere l’ operato dell’ associazione visita http://www.emergency.it  

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Sangin, quella lotta quotidiana per salvare vite umane.

Un posto di primo soccorso in paesi difficili e convulsi è sempre di fondamentale importanza e generalmente è più a rischio di un attrezzato ospedale che si trova nella capitale, il quale talvolta e a secondo dei casi può contare su una maggiore protezione.

Ma proprio questo lavoro, di First Aid, di urgenza può dipendere il salvataggio di una vita e quindi deve essere svolto con grande coscienza, professionalità e tempestività.

Capire la gravità di un ferito oppure assisterlo nella corsa verso  un centro attrezzato è un opera che tutti noi dovremmo tenere in considerazione. 

La guerra in Afghanistan continua come prosegue la lunghissima scia di morti ( anche italiani ). La fine del conflitto, nonostante i tentativi di accordi e l’ occupazione degl’ occidentali, è ancora molto lontana ma ogni giorno volontari, medici, infermieri lottano pacificamente per arginarla.  

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Nooor Ahmad, maschio, 5 anni. Zagroti,
femmina, 16 anni. Abdul Buki, maschio, 45 anni. Khadigah, femmina, 15 anni.
Razia, femmina, 25 anni. Abdullah, maschio, 70 anni. Haji Mohammed Sadiq,
maschio, 60 anni. Qader, maschio, 40 anni. Mohammed Alim, maschio, 55 anni.
Noor Bibi, femmina, 50 anni. Gullpia, femmina, 18 anni. Fauzia, femmina.
Muzlifa, femmina, 6 anni. Guldasta, femmina, 20 anni. Mustafa, maschio, 16
anni.

Sono i feriti di guerra che domenica scorsa abbiamo trasportato dal Posto di primo
soccorso di Sangin al Centro chirurgico di Lashkar-gah, Afghanistan. Quindici
persone, per la maggior parte donne e bambini.

A causa del numero sempre crescente di
feriti, abbiamo dovuto aggiungere una seconda ambulanza per garantire il
trasferimento di tutti in tempi rapidi verso il Centro.

I combattimenti sono sempre più intensi e non danno tregua alla popolazione locale; le corsie del
nostro ospedale di Lashkar-gah sono piene.
Noi ci siamo, per
offrire cure gratuite alle vittime di questa terribile e interminabile guerra.
Lo possiamo fare anche grazie al tuo aiuto.

Per maggiori informazioni visita il sito –  http://www.emergency.it

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La calma apparente di Bangui…….

“Sono passate più di sette settimane e apparentemente a Bangui sta
tornando la calma: non si sentono più i colpi di arma da fuoco e le
persone hanno ripreso a muoversi in città. La paura, però, non è
passata.
Ci sono ancora bande armate per le strade: al loro passaggio le donne
del quartiere cominciano a battere le pentole per richiamare
l’attenzione delle forze di sicurezza.
Nelle province non c’è nessun tipo di controllo: armi, furti, saccheggi e incendi continuano a terrorizzare la popolazione ormai allo stremo e anche gli aiuti umanitari non riescono ad arrivare a destinazione.
Al Centro pediatrico di Emergency il numero dei malati cresce
ogni giorno perché gli ambulatori fuori città sono ancora chiusi e le
medicine non si trovano o costano sempre di più.

Riceviamo più pazienti e in condizioni aggravate dall’attesa e dal
viaggio. Alcuni giorni fa una mamma in cerca di aiuto per il suo bambino
è partita da un villaggio a 85 km da qui. Per strada ha trovato un
ambulatorio aperto, ma senza i farmaci necessari per curarlo: quando è
arrivata da noi, per il bambino era ormai troppo tardi.”

Per maggiori informazioni e donazioni all’ associazione visitare il sito http://www.emergency.it

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Bangui, arrivano i ribelli ma Emergency rimane.

“Dopo giorni di tensioni, ieri i ribelli sono entrati a Bangui.
Alle 7 abbiamo iniziato a sentire i primi spari e il boato dei razzi, tirati vicinissimi all’ospedale: siamo a pochi metri dal Parlamento.
In serata abbiamo ricevuto 3 feriti, una bambina di due anni e due adulti, colpiti da pallottole vaganti. La bambina era stata portata subito al Complexe pédiatrique, l’ospedale pubblico pediatrico, ma era deserto. L’hanno accompagnata da noi perché siamo l’unico ospedale aperto in città.
Il nostro staff è in ospedale da 36 ore per garantire assistenza ai bambini ricoverati.
In giro ci sono sciacalli e ribelli: nessuno si muove. Anzi no: una mamma è arrivata a piedi dal PK12, che dista 8 chilometri da qui, per portare il suo bambino con la febbre dai “medici italiani”.
Da sabato mancano elettricità e acqua: abbiamo 800 litri di scorta, e per far funzionare l’ospedale ne servono 4.000 al giorno”.

Questa è la mail che Ombretta, coordinatrice medica del Centro pediatrico di Bangui, ci ha mandato stamattina.

Il Centro pediatrico di Emergency è al momento l’unico ospedale rimasto aperto in città. Molte organizzazioni stanno lasciando la Repubblica Centrafricana ma noi rimaniamo, per continuare a garantire cure ai bambini che ne hanno bisogno.

Per maggiori informazioni visita il sito: http://www.emergency.it

Vanessa, quella voglia di vivere che non si ferma davanti a niente.

E’ proprio vero quando nella vita c’ è la forza d’ animo e
la volontà si possono superare anche le prove più tremende.

A vent’ anni è ancora tutto intero, recitava una famosa canzone,
ma non per Vanessa che nel 2011 ha iniziato un terribile calvario.

Da una semplice influenza che non si curava nonostante la
massiccia assunzione di antibiotici, un giorno i medici di uno ospedale fiorentino
hanno scoperto che era affetta da una leucemia lifoblastica, di natura maligna e di carattere
progressivo.

Improvvisamente il mondo gli è cascato addosso  stravolgendo pure quella che fino allora era
una famiglia serena e felice.

Chemioterapia, operazioni chirurgiche e trapianto del
midollo spinale, la ragazza ha dovuto lasciare la scuola e quel desiderio di
diplomarsi si stava dissolvendo nel nulla dopo aver fatto tanti sacrifici.

Vanessa è una ragazza mite, “ una secchiona “, capelli neri,
occhi castani e viso acqua e sapone……… una delle tante giovani di oggi, con i suoi
ideali, i suoi sogni…….e gli amici internettiani a dargli calore e affetto………

Ha perso due anni di studi perchè non poteva reggere le lezioni assieme alle cure.

Ma la scuola gli ha permesso di recuperarli indirizzandola a dare gli esami da privatista e studiando a casa in un stanza sterilizzata.

Lunghe ore di lezione con mascherine e protezioni onde evitare qualsiasi
possibile contagio fino all’ esame di Stato che si è svolto nel salotto.

Vanessa ha superato le tre prove scritte e l’ orale, in
maniera brillante e senza fare trasparire un minimo di incertezza.

Voto finale 10.

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Buon compleanno ad Emergency assieme alla storia di Gekmatullah.

Il 15 maggio 1994 – 18 anni fa – nasceva Emergency, per curare le vittime, “anzi le vittime civili dei conflitti, perché crediamo che chi fa le guerre abbia, in ogni caso, pesanti responsabilità. Come si spiegherebbe altrimenti che i civili inermi rappresentano oggi più del novanta per cento delle vittime di ogni conflitto?”. Così spiegavamo le ragioni di Emergency sul primo numero del nostro trimestrale.

Diciotto anni dopo abbiamo curato gratuitamente oltre 4 milioni e mezzo di persone, vittime della guerra, delle mine antiuomo e della povertà. Abbiamo lavorato in 16 Paesi, aperto ospedali, centri pediatrici, centri di maternità, posti di primo soccorso, centri sanitari, centri di riabilitazione, poliambulatori, ambulatori mobili, un centro di cardiochirurgia.

Gekmatullah ha 12 anni. Abita lontano da Kabul, vicino al confine pakistano.

I suoi ricordi sono pochi e confusi: gli ultimi minuti a scuola, il percorso verso casa, un boato, le urla di altri ragazzini come lui, una nuvola di fumo, il forte dolore poi più nulla.

Lo abbiamo curato al nostro centro di Kabul. Gekmatullah ha l’omero sinistro fratturato e qualche bruciatura. Forse è stato un razzo, forse una mina. Di sicuro c’è solo che Gekmatullah è un’altra vittima di questa interminabile guerra.

Per donazioni, per visionare il lavoro dell’ associazione e per informazioni visita il sito – http://www.emergency.it

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Quelle storie lungo la strada tra Sulaimaniya e Penjween……

4 Maggio 2012 Commenti chiusi

Lungo la strada tra Sulaimaniya e Penjween, le botteghe artigiane dei nostri ex pazienti

Bakir Sadiq e Abubakar sono due nostri ex pazienti ora falegnami. Bakir ha 40 anni, è sposato e ha 7 figli. «Voglio arrivare alla dozzina», dice ridendo. Abubakar ha 24 anni. Hanno aperto la loro bottega dopo aver seguito uno dei nostri corsi di formazione professionale. «La gente comincia a conoscerci, gli affari vanno bene» dicono mentre lavorano per ultimare un armadio.

Sul lato opposto della strada si trova la bottega di Farhad, 24 anni. Quando aveva 4 anni, Farhad è stato ferito gravemente alla gamba per lo scoppio di una mina con la quale stava giocando: il padre l’aveva portata a casa ignorando cosa fosse veramente. Nel 2011 è venuto al nostro Centro di Sulaimaniya, gli abbiamo applicato una protesi e proposto un corso di formazione in sartoria. Dopo soli 6 mesi di attività è molto contento: confeziona tra i 40 e i 50 vestiti da uomo al mese, soprattutto vestiti tradizionali curdi.

Fuori da tutte queste botteghe è esposto con orgoglio il logo di Emergency: finiti i corsi aiutiamo i neodiplomati ad aprire la loro attività.
Molte si ingrandiscono nel tempo, come la falegnameria di Abdul Raheem, che ora dà lavoro anche a uno dei suoi figli.

Nameeq, 47 anni, ha subito l’amputazione della gamba sinistra – anche lui a causa di una mina – e ora lavora come fabbro. «Il lavoro va bene e guadagno bene: posso mantenere la mia famiglia, mia moglie e i miei sette figli» ci dice. Poi esce dalla bottega e torna poco dopo con il figlio più piccolo e un’anguria che ci offre a fette. «Grazie, grazie per tutto quello che avete fatto per me».

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Nazeema, la storia di una fisioterapista afgana.

Nazeema, fisioterapista del nostro ospedale a Lashkar-gah

Nazeema è una fisioterapista afgana che lavora nel nostro ospedale di Lashkar-gah  da quasi un anno.

Vive da sola coi suoi 4 figli; suo marito è tossicodipendente e per questo è stato allontanato dalla famiglia.

Quando lavora, Nazeema lascia i figli dalla nonna o dalla mamma, ma il pensiero che possa loro accadere qualcosa non la abbandona mai: una volta suo marito ha fatto irruzione in casa tentando di rapirne uno.

A Nazeema piace il suo lavoro e spesso fa anche ore extra.

Un giorno Nazeema è arrivata in ospedale con un paio di scarpette da bambina. Le ha comprate per Quadermina, una bambina di 6 anni ricoverata in corsia perché colpita dall’esplosione di un ordigno che ha ucciso la madre e 6 fratelli.

Quando finisce il suo turno in ospedale, Nazeema studia: ce lo ha raccontato quando ci ha chiesto il permesso di uscire mezz’ora prima dal lavoro, per preparare gli esami di accesso alla classe superiore, l’ultima del ciclo di studi.

Nazeema ha le idee chiare sul suo futuro.

Per donazioni, informazioni, iscrizioni e il lavoro dell’ associazione visita il sito

http://www.emergency.it

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Lashkar-gah: una terapia intensiva che sembra un reparto pediatrico.

“Negli ultimi due giorni abbiamo ricevuto numerosi bambini: questa mattina la terapia intensiva sembra un reparto pediatrico.

Sono tutti ricoverati per ferite di guerra. Samiullah ha 2 anni, viene da Nadali ed è stato ferito da un proiettile. Adesso è in terapia intensiva: gli abbiamo applicato un drenaggio toracico, clinicamente sembra stabile.

Non conosciamo la dinamica esatta dell’incidente ma probabilmente è stato un colpo partito per errore da un’arma che il padre aveva in casa. Mohamed Nabi, 5 anni, viene anche lui da Nadali.

Colpito dalle schegge di un’esplosione, ha riportato ferite alla testa, alla coscia sinistra e all’inguine destro. Khatema ha 2 anni e, come Samiullah e Mohamed Nabi, è originaria di Nadali.

È stata colpita dalle schegge di un’esplosione, ha riportato ferite all’addome e una frattura all’avambraccio sinistro.

Ora è in condizioni stabili. Samiullah, Mohamed Nabi, Khatema: tutte vittime di una guerra che si perpetua da anni.”

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