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15 anni fa i giorni di Genova…….

18 Luglio 2016 Commenti chiusi

15 anni fa, giovedì 19 Luglio 2001 cominciavano i tragici giorni di Genova.

FOTOGRAFIA: Genova 2001 – Un manifestante inchiodato alla serranda di un negozio e con le mani dietro la schiena da due agenti di polizia – Gianluca Fiesoli


Testo tratto dal libro ” Personal Observations ” di Gianluca Fiesoli,

https://www.youtube.com/watch?v=W2pgSbaffJ0&feature=youtu.be

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Senza alcuna ombra di dubbio i giorni che vanno dal giovedì 19 alla domenica del 22 luglio 2001 sono stati tra i più ignominiosi della Storia della Repubblica italiana. Un escalation di violenza in cui il bilancio poteva essere più pesante e dove le incolpazioni sono da dividersi tra tutti. Stato, forze dell’ ordine che si trovarono impreparati davanti ad un evento dalla valenza così straordinaria, municipalità, ambientalisti, Black Bloc e dimostranti. Fin dalla scelta della città, Genova sembrò completamente inadatta per ospitare un importante sessione di incontri tra i Grandi della Terra, i quali secondo il governo italiano necessitavano di imponenti servizi di coordinamento civili e militari per garantirne la sicurezza durante lo svolgimento.

La topografia del capoluogo ligure mostra che il tessuto urbano non ha una grandissima espansione. Il centro è angusto mentre alle spalle le colline sono sovrastanti e pertanto sbarrano le vie di fuga. Se poi viene istituita un area “ off limits “ con grate di ferro alte tre metri, tombini saldati e barriere di container è palese che per molti sembrò una restrizione alla libertà e quindi era facile prevedere che ci sarebbero stati dei disordini. Lo stesso Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio dei Ministri da pochi mesi, durante un sopralluogo organizzativo confermò queste preoccupazioni sottolineando che l’ indicazione di Genova era stata designata dall’ esecutivo precedente e quindi era oramai troppo tardi per inventare soluzioni immediate e alternative.

Il movimento dei No – Global, più comunemente chiamato “ Popolo di Seattle “, si era formato alla fine del 1999 ed aveva aumentato sensibilmente il numero dei consensi e nel frattempo in Italia gli anarchici avevano ripreso ad esternare il proprio disappunto. Si viveva un declino dell’ ideologia di sistema, le crisi sociali erano evidenti e una parte del mondo della cultura manifestava una certa insofferenza per l’ Italia clericale. Ci si preparava con scetticismo alla nascita dell’ Euro e diverse erano le correnti di pensiero che sostenevano con tenacia il ripristino dell’ effettiva emancipazione dei mercati economici attraverso una politica di deregolamentazione. Una sfida in comune organizzata sulla collaborazione reciproca tra centinaia di gruppi, associazioni di carattere nazionale, studentesche e ambientaliste ma disapprovato da alcuni di non avere molto realismo politico e poco spessore morale se al suo interno si potevano nascondere delle frange eversive in grado di sobillare la violenza. Nonostante il propugnare l’ uguaglianza dei diritti, la globalizzazione è diventata un processo a cui difficilmente si potrà tornare indietro ed impone la graduale riduzione d’ intervento dei singoli governi nell’ economia mondiale, allargando così il divario tra i paesi ricchi e quelli poveri con l’ accrescimento del potere plutocratico alle multinazionali.

Se la manifestazione del giovedì scivolò via senza intoppi, escluso qualche sporadica tensione, invece il peggio doveva ancora arrivare. Il fuggifuggi dei cittadini, la serrata totale degl’ esercizi commerciali e delle banche ne erano la conferma mentre le polemiche televisive, le dietrologie dei partiti, le minaccie via web nelle chat più intransigenti e gl’ allarmi bomba facevano presagire una situazione in caduta irreversibile. Numerosi cortei oramai erano stati programmati e la chiusura della frontiera italo – francese, che aveva l’ intento di respingere i facinorosi, non dette i frutti sperati.

Lo stesso successe per il tentativo di autorizzare marce considerate tranquille e non consentire quelle che venivano definite pericolose. Nella mattinata i manifestanti iniziarono a radunarsi, ognuno con la sua forma di protesta e all’ ora di pranzo si registrarono i primi incidenti. Corso Torino, Via Caffa, Via Tomelaide, Piazza Danovi, Corso Buenos Aires, via Crimea e intorno al carcere di Marassi divennero teatro per un susseguirsi di provocazioni che sfociarono in sassaiole, auto in fiamme, barricate e cariche dei battaglioni della polizia. Un clima surreale e l’ impotenza da parte di quelli che erano rimasti a casa travolse Genova oramai avviluppata dalla nebbia pungente dei gas lacrimogeni. I reparti delle forze dell’ ordine agivano senza una tattica precisa dovuta ad inesattezze di valutazione mentre le comunicazioni radio con la Questura non sempre erano perfette. Il caos regnava totale, il sangue cominciava a scorrere e le strade erano piene di una collera che urlava sempre più forte.

Ma l’ apice si verificò in Piazza Alimonda con la morte di Carlo Giuliani, 23 anni, freddato dai colpi di pistola dell’ ausiliario Mario Placanica. Una tragedia che marchierà per sempre la storia dei summit del G8. Il giovane cessò di vivere nell’ atto di lanciare un estintore contro un “ defender “ dei carabinieri che era rimasto bloccato da un cassonetto della spazzatura mentre stava subendo la furia di un gruppo di estremisti.

La camionetta aveva preso parte all’ assalto del dodicesimo Battaglione Sicilia che voleva colpire sul fianco la marcia delle Tute Bianche, le quali probabilmente avevano l’ intenzione di violare la zona rossa. Erano le cinque e mezza del pomeriggio e la dinamica si svolse in maniera così repentina che non ci fu il tempo e il modo di evitarla. Poi la jeep riuscì a disincagliarsi e passò per ben due volte sopra il corpo esanime disteso sul selciato. La notizia fece il giro del mondo e dentro il Palazzo Ducale alcune riunioni vennero temporaneamente sospese mentre i servizi degli accordi politici finirono in secondo piano nelle edizioni dei telegiornali della sera.

Nella giornata di sabato la solidarietà per la morte del giovane e l’ impatto emotivo sull’ opinione pubblica fecero affluire trecentocinquantamila persone che parteciparono alla grande manifestazione sul lungomare, la quale doveva concludersi nella zona della Fiera. Però ancora una volta il buonsenso da ambo le parti non riuscì a prevalere. La spirale dell’ odio riprese il sopravvento, oramai era guerra aperta. Il corteo si spezzò in due enormi tronconi, dai quali scapparono gente disarmata e con famiglia per evitare di essere coinvolti negli scontri collettivi.

Durante la notte si consumò l’ ultimo atto di violenza che venne imposto con un ordine dall’ alto. L’ irruzione di trecento agenti nella scuola Diaz, sede provvisoria del Genoa Social Forum, è un palese tentativo di massacro e di vendetta, peraltro svolto alla cieca, con prove simulate per giustificarlo e messo in atto solamente su un centinaio di innocenti che comprendevano diversi stranieri. Persino i soprusi e le angherie avvenuti nella caserma di Bolzaneto ribadiscono che i metodi usati dalla polizia non erano certamente conformi ai principi teorici e pratici della democrazia. Sistemi ambigui, che possiamo definirli vicini a quelli dell’ epoca del fascismo e finiscono per compromettere l’ immagine e l’ etica di un organo del potere esecutivo dello Stato.

E’ trascorso più di un decennio da quei convulsi giorni e in questo tempo si è scritto, detto e deplorato con tanta acrimonia. La Giustizia ha svolto lentamente il suo corso e le sentenze dei processi hanno confermato nei vari gradi le responsabilità degli elementi in divisa e di qualche vertice ma numerosi sono i procedimenti archiviati per l’ impossibilità di identificare le persone implicate. Anche dei dimostranti sono stati condannati con l’ imputazione di saccheggio e distruzione. Per i fatti della Diaz in primo grado il Tribunale ha assolto i capi della Mobile, del Servizio della Centrale, i vicedirettori dell’ Ucigos e altri funzionari che durante il dibattimento avevano alzato un impenetrabile cortina di omertà negando così evidenti responsabilità.

Dopo l’ istanza da parte della Procura, l’ appello del 2010 ha ribaltato la sentenza precedente. La Corte di Genova reputò gl’ imputati tutti colpevoli anche se alcune pene vennero considerate lievi e non corrispondenti a quello che aveva chiesto l’ accusa. Venticinque saranno le condanne per complessivi novantotto anni di reclusione. Nel luglio 2012 la Suprema Corte di Cassazione ha confermato in via definitiva questo giudizio e potrebbe costringere alcuni dirigenti a lasciare gli incarichi. Una sentenza che gran parte dell’ ambiente politico italiano ha definito “ importante ma che non restituisce una completa giustizia “.

Mario Placanica ha chiuso con l’ Arma ed è stato congedato. Dopo un periodo di riposo adesso lavora come impiegato all’ Ufficio del Catasto di Catanzaro. Indagato assieme al collega Filippo Cavataio le differenti giurie, compresa quella della Corte Europea dei Diritti dell’ Uomo, hanno sancito che agì per legittima difesa e conseguentemente è stato prosciolto. Però il ritorno alla normalità per l’ ex carabiniere si sta rivelando più difficoltoso del previsto e per diverse volte è salito sulla ribalta della cronaca. Prima per uno strano incidente di auto, poi per delle minacce di morte ricevute da ignoti.

In un secondo tempo è stato sottoposto ad intercettazioni telefoniche e che sono state pubblicate da un settimanale milanese. In esse raccontava di avere seri problemi psicologici dovuti alla vicenda che gli era accaduta, di dover ricorrere giornalmente a dosi di antidepressivi e di soffrire di idee suicidarie. Nella primavera del 2009 il Placanica è stato inquisito dalla Procura della Repubblica calabrese con la grave accusa di violenza sessuale e maltrattamenti nei confronti della figlia dell’ ex convivente, la quale in precedenza aveva sporto denuncia. Insomma, quella tragica settimana di luglio gli ha sicuramente cambiato la vita.

Carlo Giuliani ha pagato carissimo per il fatto di essersi trovato al posto sbagliato nel momento inopportuno, ma soprattutto per una certa sprovvedutezza e follia che talvolta sono proprie della gioventù. Cercare di farne un eroe e altresì un martire è francamente eccessivo da qualsiasi punto di vista si guardi la questione poiché la violenza non è mai giustificata.

Per motivi diversi alcuni anni dopo sono tornato a Genova. E’ sempre bella, imperiosa, affacciata sull’ immensità del mare scuro con i palazzi nobiliari restaurati. Le parole di Paolo Conte si dissolvono nello zefiro di ponente…..” Genova ha i giorni tutti uguali, i gamberoni rossi sono un sogno e il sole è un lampo giallo al parabrise “. Delle rabbie antiche non rimane che uno sbiadito ricordo e una targa alla memoria.

In un carruggio una scritta rossa campeggiava su di un muro d’ ardesia.

Hanno ammazzato Carlo……..Carlo vive.

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Testo tratto da ” Personal Observations ” Gianluca Fiesoli

https://www.youtube.com/watch?v=W2pgSbaffJ0&feature=youtu.be

Vivere in povertà: la storia di Tisha e Anthony.

L’ incontri tra la gente, ai semafori delle avenues, accovacciati sulle panchine dei giardini pubblici o distesi sotto arrugginite pensiline. Sono riconoscibili per quell’ aria strana, per quel senso di solitudine che si portano appresso, talvolta infagottati dentro abiti logori e dismessi. Il passato non si cancella ed è più importante del presente e di conseguenza il futuro è una grande incognita.

Tisha ha il viso gonfio e butterato è sieropositiva e soffre di altri mali cronici. Dimostra di essere più vecchia della sua età. Intanto che la osservo attentamente prima di fotografarla l’ aspetto diventa malinconico quasi volesse comunicarmi il dolore che gli ha devastato l’ anima. I suoi guai sono cominciati molto presto con l’ abuso e le vio­lenze da parte di un padre alcolizzato. Un percorso esistenziale travagliato segnato dalla morte della madre quando aveva sette anni. Dopo aver finito le scuole medie in cui si sentiva isolata e insoddisfatta ha cominciato a lavorare in uno store department ( grande magazzino ) ma è stata licenziata per scarso rendimento.

Fuggita di casa si è rifugiata nella droga iniettandosi eroina e inalando crack che l’ hanno fatta rotolare nella morsa della disperazione. Anni di umiliazioni, di subdole amicizie, di notti gelate in sordidi ostelli, di ricoveri in ospedale per overdose. Più volte è stata arrestata per furto, spaccio e prostituzione. E’ rimasta incinta senza sapere chi fosse il padre. Il bambino gli è stato tolto dal Tribunale e affidato ai servizi sociali. Poi, ha girovagato a lungo da Austin a San Antonio, da Galveston a Port Arthur per ritornare nella contea di Harris ma qui ha dovuto subire atti di bullismo da parte di alcuni giovani locali.

Anche l’ attuale compagno è disoccupato e senzatetto. La sua vicenda però è leggermente diversa in quanto non ha mai fatto uso di sostanze stupefacenti. Orfano di geni­tori Anthony è nato a Baton Rouge in Louisiana. Di carattere introverso e con un matrimonio fallito alle spalle è stato costretto a lasciare l’ abitazione alla ex moglie. Con la recessione la fabbrica metalmeccanica dove lavorava ha serrato i battenti e a trentanove anni si è ritrovato disoccupato. Per diverso tempo ha campato di espedienti e di lavoretti malpagati, dormendo sotto i viadotti della Eastex Freeway e della 45 Highway che s’ incrociano nella zona marginale della città texana di Houston.

Ambedue sono inseriti nel programma di riabilitazione della SOH ( Star of Hope ), un apostolato cattolico che ha lo scopo di aiutare gli indigenti e adesso vengono seguiti dai volontari, medici e psicologi. La gran parte della popolazione americana raramente si relaziona con le persone che sono oppure sono state dei senzatetto e li considera un problema sociale astratto. La loro difficile condizione è addirittura gravata per il fatto che alcuni stati hanno decretato delle particolari leggi per punirli maggiormente, come ad esempio quella che vieta di chiedere l’ elemosina nelle strade.

Dietro la triste storia di chi ha perduto il domicilio si nascondono numerose concause: dai vizi alle calamità naturali, l’ inaspettata perdita di occupazione e di affetti. Ma anche la disabilità e le negative esperienze carcerarie che impediscono un adeguato ricollocamento nella società. Vittime delle circostanze oppure di situazioni congiunturali sono travolti da infausti eventi senza avere le possibilità di reagire in maniera concreta e il welfare state ( l’ assistenzialismo ) li supporta soltanto parzialmente.

Oltre un terzo della popolazione dei paesi in via di sviluppo non ha un alloggio adeguato per vivere. Il problema si è oramai generalizzato in tutto il mondo ed è reso ancora più complicato dalle etnie che hanno un’ indole migratoria. Esse contribuiscono a formare una società cosmopolita dove le forze politiche hanno sottovalutato l’ importanza degl’ effetti avversi dei cambiamenti economici. Per questi motivi si è venuta a creare una grande disuguaglianza tra gli abitanti. Pure l’ opulenta America non è esente da questa situazione. Anzi, gli Stati Uniti sono il paese occidentale con il maggiore numero di poveri e nonostante la democrazia riflettono tuttora di risvolti di discriminazione razziale. I neri afro-americani, gli ispanici e quelli di origine asiatica hanno una percentuale del tasso di povertà differente dalla razza bianca.

I dati esposti nell’ autunno scorso dal Census Bureau ( l’ Ufficio del Censimento ) lanciano un grido di allarme impressionante che nemmeno le riforme sociali, sanitarie ed economiche volute dal Presidente Barack Obama hanno saputo contrastare. La soglia di povertà ha registrato i livelli tra i più elevati degl’ ultimi cinquanta anni. Numeri che ci fanno comprendere quanto sia fragile la famiglia americana del ceto medio – basso. Un fenomeno che non deve essere considerato transitorio ma bensì è indice di forti preoccupazioni per le prossime generazioni, le quali si troveranno ad affrontare numerosi ostacoli e senza mai avere la certezza di possedere una casa propria e un lavoro stabile. Nella disanima si desume una “ nuova povertà “ che si abbatte sui bambini e su quelli che un tempo erano considerati benestanti.

Tra i senza fissa dimora non tro­viamo solamente persone dedite all’ alcol, prostitute, tossicodipendenti ma altresì manager, ingegneri, titolari di piccole imprese che hanno vissuto con soddisfazione fulgidi periodi che però l’ indebitamento con le banche li ha messi in ginocchio quando l’ economia nazionale è entrata in una fase di stagnazione. La categoria più colpita è quella degl’ architetti per quel filo che li congiunge alla crisi edilizia. Sono parecchi gl’ ex professionisti che si sono dovuti rivolgere alle istituzioni per chiedere un modesto salario di sussistenza.

Negli Stati Uniti il mercato immobiliare è in ribasso da tempo e la progettazione di alloggi pubblici destinati ai bisognosi ha normative poco flessibili. Nel recente biennio i finanziamenti statali per i servizi ai senzatetto hanno subito una riduzione e reperire risorse diventa sempre più difficoltoso. Inoltre, le modalità delle locazioni appesanti­scono il problema, le liste di attesa sono infinite e le organizzazioni sociali ne risentono fortemente.

Oltre due secoli fa il filosofo e teologo francese Hugues Félicité Robert De Lamennais scriveva in una delle sue pubblicazioni: “ Il grido del povero sale fino a Dio ma non arriva alle orecchie dell’ Uomo “.

Ancora oggi mai parole furono più vere.

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Il testo e la foto sono parte di un capitolo del libro Personal Observations di Gianluca Fiesoli.

Immagine:  Tisha e Anthony fotografati alla Soh – Houston, Usa 2006.

Qui sotto il video di presentazione e la prefazione.

https://www.youtube.com/watch?v=W2pgSbaffJ0&feature=youtu.be 

oppure

     http://gianlucafiesoli.blog.tiscali.it/2012/10/15/video-di-presentazione-per-il-libro-personal-observations-di-gianluca-fiesoli/ 

Un giorno molto fortunato….

Video importato

FOTO: Attentato all’ hotel Bagdad, Iraq, 2003 – Gianluca Fiesoli.

Il testo è tratto da un capitolo del libro Personal Observations di Gianluca Fiesoli

 

 

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Oggi è il 12 ottobre del 2003. Nel pomeriggio ho deciso di andare a piedi fino al distretto amministrativo di Sheikh Omar. Pare che gli sciiti della regione stiano organizzando un imponente manifestazione di protesta per chiedere la liberazione dell’ Iman.

Lasciato alle spalle il Palestine dopo circa quattrocento metri davanti all’ Hotel Bagdad c’ è una postazione armata degli iracheni attorniata da barriere di cemento e un blindato statunitense che vigila attentamente.

Sul largo marciapiede gli agenti sorseggiano il “ finjaan shay “ ( una tazza di tè ) e con garbo e curiosità, poiché intuiscono che sono uno straniero, la offrono anche a me. Come spesso avviene in questo genere di incontri occasionali ne approfitto per conversare e chiedere qualche informazione.

Sembra finalmente una giornata tranquilla dopo quelle movimentate nelle scorse settimane. Trascorro con loro un quarto d’ ora scherzando pure del calcio italiano e sulle vignette umoristiche di Silvio Berlusconi, le quali sono abbastanza note da queste parti. Sto riflettendo se entrare nell’ albergo per domandare ulteriori novità della dimostrazione ma poi decido di rinunciare e proseguo il cammino.

Quando sono a metà del ponte della Repubblica e mentre volgo lo sguardo sul palazzo delle telecomunicazioni semidistrutto dalla guerra, un tremendo boato riecheggia nell’ area. Contemporaneamente s’ innalza una grande colonna di fumo grigio in direzione della cornice del fiume. Torno indietro e imbocco nuovamente la Abu Nuwas Street. Decine di persone corrono come impazzite. La gente esce dalle abitazioni, urla incomprensibili. E’ un susseguirsi di istanti caratterizzati da ritmi frenetici e incontrollati. In tanti imbracciano un mitra o una pistola mentre le sirene delle ambulanze del Medical City si avvertono in lontananza.

Dalla zona verde si sono aperte le cerniere di protezione e il comando ha fatto uscire due carri armati preceduti da alcuni veicoli corazzati leggeri. Il vorticoso e inconfon­dibile rumore delle pale rotanti di un Apache e due BlackHawk stanno dilaniando il plumbeo cielo. Sono già sopra le nostre teste, volteggiano a bassa quota.

L’ odore acre dell’ esplosivo si disperde nell’ aria lasciando una scia di morte. I soldati armati di mitra HK416 si affrettano a sbarrare il viale intanto che arrivano le prime troupe delle televisioni dei media.

Un attentatore suicida con un auto piena di deflagrante si è lanciato contro il posto di blocco davanti all’ Hotel Bagdad. Gli agenti con cui appena pochi minuti prima avevo bevuto un tè nell’ esplosione sono tutti morti. Diversi i feriti, tra cui i due militari del tank americano. Per fortuna l’ autobomba non è riuscita a raggiungere l’ entrata dell’ albergo in fondo alla piccola via.

Se mi fossi soffermato ancora un po’  con loro probabilmente sarei stato ucciso.

Soltanto la mia buona stella mi ha consentito di restare vivo.

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FOTO: Attentato all’ hotel Bagdad, Iraq, 2003 – Gianluca Fiesoli.

Il testo è tratto da un capitolo del libro Personal Observations di Gianluca Fiesoli

 

 

Teatro Nuovo di Firenze: serata con video e presentazione del libro Personal Observations di Gianluca Fiesoli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Martedì 3 giugno alle ore 21,30 presso il Teatro Nuovo di Firenze in Via Pietro Fanfani 16 il fotografo Gianluca Fiesoli presenterà il libro ” Personal Observations ” ( Osservazioni Personali ) accompagnato da un video di immagini sui reportages in Iraq, la Palestina, la povertà, gl’ immigrati, i senzatetto, i giorni del G8 e altro ancora.

Seguirà un dibattito sulle argomentazioni della pubblicazione e sulla fotografia.

Si ringrazia per l’ ospitalità l’ Arci Lippi e per la collaborazione il gruppo fotografico Rifredi Immagine, in particolare modo il Presidente Marco Fantechi.

Ingresso libero.

Maggiori informazioni:

http://www.rifredimmagine.it

http://www.gianlucafiesoli.com/index.html

http://youtu.be/W2pgSbaffJ0

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Qui sotto la prefazione del libro scritta da Fabio Cintolesi.

 

Ho conosciuto Gianluca Fiesoli alcuni anni addietro quando lo contattai per fargli un intervista sulla guerra in Iraq in considerazione che durante quel periodo c’ era stato diverse volte. Fissammo un appuntamento nel suo studio e di questo affabile fiorentino mi colpì la disponibilità, la competenza e la naturalezza al dialogo. Avevo visto le sue fotografie sul web, dalle quali si percepiva una forza espressiva inconsueta dovuta dal motivo che è un buon autore di paesaggismo, d’ immagine turistica e di ritratto.

“ Personal Observations “ è un titolo che si ritrova similmente nella saggistica, nell’ arte moderna, dalla pittura alla musica, tradotto in forme estetiche insieme alla poetica. Ma non solo, anche nelle materie scientifiche è utilizzato come punto di partenza per viaggi esplorativi di dottorato. Ponderazioni su cose o persone con capacità cognitiva, un percorso di critica nell’ interiore, il desiderio della libertà di pensiero nel fermento della creatività.

Fiesoli non ha niente di tutto questo. Le Osservazioni Personali sono esclusivamente delle schiette riflessioni sulle brutali realtà. A suo modo, un testimone del nostro tempo. Qui la fotografia non registra l’ istante temporale della cronaca ma bensì ne sviscera con acutezza le problematiche e con intelligenza non cede al rigido moralismo. Ne alla retorica della denuncia e neppure all’ esagerazione visiva come vorrebbe un comune operatore dell’ informazione.

Quando gli chiesi che cosa lo esortava ad andare in posti complicati, di inopia e a continuare una ricerca in determinate situazioni, la risposta fu precisa e per certi versi sbalorditiva. “ La curiosità, la voglia di raccontare ma soprattutto di capire in loco poiché non ho mai creduto che una foto per quanto superlativamente interpretativa possa descrivere il mondo o la centralità di un avvenimento “.

Il negativo, oggi chiamato file poiché il digitale ha praticamente sostituito l’ analogico, è una maniera di trasfigurare la memoria in immagini che congiungono il passato al presente. La memoria è il fondamento della mente ed ha il vigore di potere far riemergere significativi brandelli dell’ esistenza alzando così il livello della nostra sensibilità. Se smettiamo di attingere alla ritentiva diventa impossibile vivere. Più trascorrono gli anni e maggiore è la sua invasività per respingere l’ inevitabile oblio e tentare di allontanare il sopraggiungere della morte. Con questi proponimenti Gianluca Fiesoli ha percorso migliaia di chilometri consumando intere settimane per appalesare il vero di alcuni eventi e documentare le distruzioni perpetrate dalla natura e dai popoli in un pianeta sempre più tumultuoso.

Però nelle sue foto riesce a dare spazio alla solarità, alla contentezza, alla bellezza sia tecnica che naturale. Emblematiche sono le riproduzioni figurative dei contadini cubani e indonesiani oppure quella al mattino presto quando l’ orda dei turisti non è ancora arrivata all’ interno della Cupola della Roccia di Gerusalemme, da sempre luogo paradigmatico della fede mussulmana in un territorio conteso. Quest’ ultimo scatto esalta la straordinaria ampiezza del campo visivo di un obbiettivo fish eye ( occhio di pesce ) e un tempo di posa interminabile. Ne segue l’ affiorare di qualche proprietà della fotografia: il silenzio, la religiosità, la solitudine. Inoltre non manca un pizzico d’ ironia in una scritta che compare in quel lenzuolo bianco piantato sul molo dalla tranquilla gente di Lampedusa. Infine, il tuffo di un fanciullo nelle limacciose acque del Buruganga in Bangladesh quasi a volere significare un attimo di felicità e di flebile speranza per una vita migliore.

Il fotografo è chiaramente dalla parte degli ultimi, di quelli che affrontano la disperazione nei terremoti e il dolore per un destino avverso. Di chi è obbligato a vivere con mendicità pur di ottenere un pezzo di pane. Di chi ubbidisce all’ arroganza dei potenti dell’ industria che li sfruttano senza ritegno nel lavoro fin da quando sono minorenni. E dei morti che dopo alcuni lustri implorano ancora giustizia tra le montagne della Bosnia Erzegovina come per l’ infelicità dell’ immigrazione di massa.

Li ritrae con una fotocamera chiedendo a sua volta partecipazione e che gli viene donata con umiltà dai soggetti perché ne apprezzano la spontaneità, la quale non cela nessun secondo fine ne quantomeno include la smania di protagonismo. Immagini di un animo penetrante, accompagnate da una sapiente ispirazione e con incisivi valori formali, capaci di discernere l’ indispensabile e di sorprendere per l’ alta qualità di espressione.

Ed è proprio questo modo di vedere e di porsi, al di là dell’ amicizia a cui mi lega, che lo ritengo un fotografo atipico per la completezza delle argomentazioni che si distinguono nei propri lavori. Se esaminiamo con attenzione la parte dedicata alla povertà e ai senza fissa dimora, scavalcando delle istantanee in cui viene alla luce un forte senso di compassione per le condizioni dei soggetti, i ritratti con sfondi bianco e rosso degli homeless americani non mostrano barbe incolte, bocche sdentate, cappotti sdruciti e visi sporchi ma sembrano elementi vicino alla normalità.

Ce lo spiega lui stesso che la “ nuova povertà “ si è oramai incancrenita nelle comunità occidentali fino a intrappolare le persone che vengono investite dalla recessione. Un angoscia sottile, economica e non di vizio. Con questa alternanza di immagini Gianluca Fiesoli esula dallo schema troppo spesso precostituito e dal preconcetto visivo che un indigente fotografato deve essere necessariamente un lurido barbone, un clochard, un essere all’ ultimo stadio che scaturisce ripugnanza e oscenità per raggiungere la meta della foto di sensazione.

Addentrandosi nella lettura dei sei capitoli ( Iraq e Palestina, Giorni del G8, Dentro i terremoti, Senzatetto e vivere in povertà, Sbrebrenica 16 anni dopo, Lavoro ) ci si accorge molto presto di un unione tematica tra di loro. Di un eloquente diversificazione delle spiegazioni e delle esperienze rivolte ad agevolare l’ intelligibilità degli argomenti. Rimane il piccolo rammarico, per ovvie ragioni di spazio e di costi, di non avere potuto inserire nel volume ulteriori reportage sociali, i quali sicuramente sarebbero stati di uguale interesse.

La parte dedicata al lavoro è una rigorosa analisi sullo sfruttamento minorile in Bangladesh, Indonesia e in altri paesi mentre nella sezione di Iraq e Palestina prevale il dettagliato racconto di come siano insidiosi e pieni di tensioni questi luoghi per uno straniero. Anche dentro il Palestine di Bagdad, l’ albergo dei media durante l’ occupazione delle forze di coalizione, nel mezzo della notte si può finire distesi per terra con un feroce dobermann che ti ringhia davanti e un mitra puntato alla testa per un errato controllo di identificazione da parte della sicurezza irachena. Oppure essere arrestato perché viaggiava, a sua insaputa, in un auto pubblica con due ricercati. Paragrafi di vicende che gli sono veramente accadute durante la permanenza.

I fotogrammi di Gianluca Fiesoli si cristallizzano in un libro profondo, da conservare. “ Personal Observations “ è un inno alla dignità con il proposito di illuminare le coscienze e dovuto al tenace impegno del fotogiornalista. Pagine che non lasciano adito all’ indifferenza in quanto effondono una grande umanità senza mai divagare nel pedestre e nel pietismo. Esse ci sottolineano la tangibile presenza di altri mondi ai quali il più delle volte preferiamo chiudere gli occhi, rifuggire per non rimanere contaminati e perfino dichiarare con ipocrisia e senza mezzi termini che non ci appartengono.

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Video di presentazione per il libro Personal Observations di Gianluca Fiesoli.

A questi link di You Tube, Tiscali e Vimeo potete vedere il  video di presentazione del mio libro Personal Observations.

http://youtu.be/W2pgSbaffJ0

http://video.tiscali.it/canali/Arte_e_Cultura/126262.html

https://vimeo.com/79296447

Video importato

La pubblicazione è in tiratura limitata, formato 30X30, 202 pagine, 194 fotografie colore e bianco e nero in stampa di qualità. Per chi fosse interessato ad acquistarlo ed avere informazioni su come riceverlo può inviare una e mail a questo indirizzo - studiofiesoli@gianlucafiesoli.com 

Qui sotto la sovracopertina e la prefazione del libro ( testo di Fabio Cintolesi ).
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Ho conosciuto Gianluca Fiesoli alcuni anni addietro quando lo contattai per fargli un intervista sulla guerra in Iraq in considerazione che durante quel periodo c’ era stato diverse volte. Fissammo un appuntamento nel suo studio e di questo affabile fiorentino mi colpì la disponibilità, la competenza e la naturalezza al dialogo. Avevo visto le sue fotografie sul web, dalle quali si percepiva una forza espressiva inconsueta dovuta dal motivo che è un buon autore di paesaggismo, d’ immagine turistica e di ritratto.

“ Personal Observations “ è un titolo che si ritrova similmente nella saggistica, nell’ arte moderna, dalla pittura alla musica, tradotto in forme estetiche insieme alla poetica. Ma non solo, anche nelle materie scientifiche è utilizzato come punto di partenza per viaggi esplorativi di dottorato. Ponderazioni su cose o persone con capacità cognitiva, un percorso di critica nell’ interiore, il desiderio della libertà di pensiero nel fermento della creatività.

Fiesoli non ha niente di tutto questo. Le Osservazioni Personali sono esclusivamente delle schiette riflessioni sulle brutali realtà. A suo modo, un testimone del nostro tempo. Qui la fotografia non registra l’ istante temporale della cronaca ma bensì ne sviscera con acutezza le problematiche e con intelligenza non cede al rigido moralismo. Ne alla retorica della denuncia e neppure all’ esagerazione visiva come vorrebbe un comune operatore dell’ informazione.

Quando gli chiesi che cosa lo esortava ad andare in posti complicati, di inopia e a continuare una ricerca in determinate situazioni, la risposta fu precisa e per certi versi sbalorditiva. “ La curiosità, la voglia di raccontare ma soprattutto di capire in loco poichè non ho mai creduto che una foto per quanto superlativamente interpretativa possa descrivere il mondo o la centralità di un avvenimento “.

Il negativo, oggi chiamato file poichè il digitale ha praticamente sostituito l’ analogico, è una maniera di trasfigurare la memoria in immagini che congiungono il passato al presente. La memoria è il fondamento della mente ed ha il vigore di potere far riemergere significativi brandelli dell’ esistenza alzando così il livello della nostra sensibilità. Se smettiamo di attingere alla ritentiva diventa impossibile vivere. Più trascorrono gli anni e maggiore è la sua invasività per respingere l’ inevitabile oblio e tentare di allontanare il sopraggiungere della morte. Con questi proponimenti Gianluca Fiesoli ha percorso migliaia di chilometri consumando intere settimane per appalesare il vero di alcuni eventi e documentare le distruzioni perpetrate dalla natura e dai popoli in un pianeta sempre più tumultuoso.

Però nelle sue foto riesce a a dare spazio alla solarità, alla contentezza, alla bellezza sia tecnica che naturale. Emblematiche sono le riproduzioni figurative dei contadini cubani e indonesiani oppure quella al mattino presto quando l’ orda dei turisti non è ancora arrivata all’ interno della Cupola della Roccia di Gerusalemme, da sempre luogo paradigmatico della fede mussulmana in un territorio conteso. Quest’ ultimo scatto esalta la straordinaria ampiezza del campo visivo di un obbiettivo fish eye ( occhio di pesce  ) e un tempo di posa interminabile. Ne segue l’ affiorare di qualche proprietà della fotografia: il silenzio, la religiosità, la solitudine. Inoltre non manca un pizzico d’ ironia in una scritta che compare in quel lenzuolo bianco piantato sul molo dalla tranquilla gente di Lampedusa. Infine, il tuffo di un fanciullo nelle limacciose acque del Buruganga in Bangladesh quasi a volere significare un attimo di felicità e di flebile speranza per una vita migliore.

Il fotografo è chiaramente dalla parte degli ultimi, di quelli che affrontano la disperazione nei terremoti e il dolore per un destino avverso. Di chi è obbligato a vivere con mendicità pur di ottenere un pezzo di pane. Di chi ubbidisce all’ arroganza dei potenti dell’ industria che li sfruttano senza ritegno nel lavoro fin da quando sono minorenni. E dei morti che dopo alcuni lustri implorano ancora giustizia tra le montagne della Bosnia Erzegovina come per l’ infelicità dell’ immigrazione di massa.

Li ritrae con una fotocamera chiedendo a sua volta partecipazione e che gli viene donata con umiltà dai soggetti perchè ne apprezzano la spontaneità, la quale non cela nessun secondo fine ne quantomeno include la smania di protagonismo. Immagini di un animo penetrante, accompagnate da una sapiente ispirazione e con incisivi valori formali, capaci di discernere l’ indispensabile e di sorprendere per l’ alta qualità di espressione.

Ed è proprio questo modo di vedere e di porsi, al di là dell’ amicizia a cui mi lega, che lo ritengo un fotografo atipico per la completezza delle argomentazioni che si distinguono nei propri lavori. Se esaminiamo con attenzione la parte dedicata alla povertà e ai senza fissa dimora, scavalcando delle istantanee in cui viene alla luce un forte senso di compassione per le condizioni dei soggetti, i ritratti con sfondi bianco e rosso degli homeless americani non mostrano barbe incolte, bocche sdentate, cappotti sdruciti e visi sporchi ma sembrano elementi vicino alla normalità.

Ce lo spiega lui stesso che la “ nuova povertà “ si è oramai incancrenita nelle comunità occidentali fino a intrappolare le persone che vengono investite dalla recessione. Un angoscia sottile, economica e non di vizio. Con questa alternanza di immagini Gianluca Fiesoli esula dallo schema troppo spesso precostituito e dal preconcetto visivo che un indigente fotografato deve essere necessariamente un lurido barbone, un clochard, un essere all’ ultimo stadio che scaturisce ripugnanza e oscenità per raggiungere la meta della foto di sensazione.

Addentrandosi nella lettura dei sei capitoli ci si accorge molto presto di un unione tematica tra di loro. Di un eloquente diversificazione delle spiegazioni e delle esperienze rivolte ad agevolare l’ intelligibilità degli argomenti. Rimane il piccolo rammarico, per ovvie ragioni di spazio e di costi, di non avere potuto inserire nel volume ulteriori reportages sociali, i quali sicuramente sarebbero stati di uguale interesse.

La parte dedicata al lavoro ( Work ) è una rigorosa analisi sullo sfruttamento minorile in Bangladesh, Indonesia e in altri paesi mentre nella sezione di Iraq e Palestina prevale il dettagliato racconto di come siano insidiosi e pieni di tensioni questi luoghi per uno straniero. Anche dentro il Palestine di Bagdad, l’ albergo dei media durante l’ occupazione delle forze di coalizione, nel mezzo della notte si può finire distesi per terra con un feroce dobermann che ti ringhia davanti e un mitra puntato alla testa per un errato controllo di identificazione da parte della sicurezza irachena. Oppure essere arrestato perchè viaggiava, a sua insaputa, in un auto pubblica con due ricercati. Paragrafi di vicende che gli sono veramente accadute durante la permanenza.

I fotogrammi di Gianluca Fiesoli si cristallizzano in un libro profondo, da conservare. “ Personal Observations “ è un inno alla dignità con il proposito di illuminare le coscienze e dovuto al tenace impegno del fotogiornalista. Pagine che non lasciano adito all’ indifferenza in quanto effondono una grande umanità senza mai divagare nel pedestre e nel pietismo. Esse ci sottolineano la tangibile presenza di altri mondi ai quali il più delle volte preferiamo chiudere gli occhi, rifuggire per non rimanere contaminati e perfino dichiarare con ipocrisia e senza mezzi termini che non ci appartengono.

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Nel triste anniversario le Madri di Srebrenica chiedono ancora giustizia.

  

L’ undici luglio di ogni anno al mausoleo di Potocari nel villaggio di Srebrenica in Bosnia si tiene una solenne e commovente cerimonia nella quale partecipano decine di migliaia di persone da ogni parte del mondo per dare le esequie al continuo ritrovamento dei resti  del vergognoso genocidio avvenuto nel 1995 durante la guerra dei Balcani.

Questa volta sarà dato dignità e sepoltura a 519 vittime, tra cui anche tre donne e sei adolescenti. Dopo 17 anni  giustizia non è stata ancora fatta e purtroppo è probabile che non lo sarà mai. 

Qui sotto ripropongo l’ articolo dell’ anno scorso a cui assistetti alla commemorazione. Lo scritto e le immagini sono parte di un capitolo del mio libro ” Personal Observations “.

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Srebrenica – Potocari, Bosnia Erzegovina, 11 Luglio 2011.

Sedici anni non bastano per alleviare il dolore. Nel giorno della commemorazione la Bosnia Erzegovina si stringe intorno ad altre 613 vittime che sono state pietosamente ricomposte e riconosciute tramite la scienza e i test del dna. Un lavoro complesso eseguito da antropologi forensi e che continua senza un attimo di sosta, con pochi mezzi a disposizione e senza sapere quando finirà.

Suljic Hazan Nedzad era nato nel 1975. E’ stato assassinato a soli venti anni ed è uno dei più giovani di questi ultimi ritrovamenti. La lapide con la mezzaluna porta la numero 451. Oggi sarebbe stato un adulto con una famiglia e un onesto lavoro. La madre siede mestamente davanti alla fossa in attesa che venga sotterrato.

Il suo viso è segnato da profonde rughe e dalla sofferenza che contrastano su un candido fazzoletto color crema il quale le raccoglie i candidi capelli bianchi. In quella che fu un aberrante strage ha perso pure il marito che venne trucidato con una raffica di mitra in un magazzino della borgata di Kravica dopo che aveva tentato di scappare attraverso i boschi. Lei assieme ad altri sfollati dei villaggi circostanti venne trasferita nella zona libera di Tuzla.

Alla fine dell’ anno scorso l’ Istituto Nazionale delle persone scomparse le ha comunicato che avevano ritrovato i resti dell’ unico figlio che aveva. Con voce interrotta da un pianto convulso, nelle frasi che mi vengono tradotte dall’ inviato del quotidiano Oslobodenje di Sarajevo, la donna ci racconta che il ragazzo fu preso durante un rastrellamento dei militanti serbi quando erano appena entrati nel centro abitato.

Da allora non ha saputo più niente, ma in tutto questo tempo nonostante la realtà fosse così evidente e tragica si è sempre illusa di riaverlo vivo. Conclude dicendoci che non conosce neppure la dinamica dell’ omicidio e che è possibile soltanto fare delle ipotesi. Fucilato, torturato, sgozzato con un coltello oppure ucciso in ginocchio con un vigliacco colpo di pistola alla nuca. Probabilmente resterà per sempre un atroce mistero.

Neanche il recente ma tardivo arresto dell’ ex Comandante militare Ratko Mladic, il boia dei Balcani, cancella la disperazione e il rancore che questo popolo si porta addosso. Proprio oggi le vedove di Srebrenica hanno usato toni duri e perentori contro quelli lo hanno preso. Sostengono che da tempo il governo serbo era perfettamente a conoscenza del luogo in cui Mladic si nascondeva e guarda caso la cattura è avvenuta nei giorni della visita a Belgrado di Catherine Aston, l’ Alto Rappresentante per gli Affari Esteri dell’ Unione Europea.

Le donne bosniache chiedono risarcimenti per le vite distrutte. Però, dopo oltre tre lustri sono ancora più di un migliaio i casi pendenti. Sebbene alcuni progressi siano stati fatti per tutelare i diritti umani, il piano di recupero fondi destinato alle famiglie degli scomparsi non è stato pienamente attuato e quindi le controversie rimangono insabbiate nella burocrazia.

E’ una giornata toccante, pregna di tristezza. La ricorrenza del genocidio assume una dimensione e un valore simbolico molto profondo. E’ inammissibile restare insensibili di fronte a queste scene, ma purtroppo nei prossimi anni il numero dei morti accertati salirà ancora. Molte bare saranno tumulate nuovamente perchè ulteriori fosse comuni secondarie sono state individuate tra le montagne e andranno ad aggiungersi alle migliaia di vittime che riposano dal 2003 nel memoriale di Potocari.

Sembra non finire mai il massacro di Srebrenica anche se nella regione c’ è un processo di stabilizzazione e in futuro la prospettiva di aderire nell’ Europa che conta. Resta però il fatto che tuttora vige una situazione temporale ma con le amministrative dell’ autunno 2012 molte cose sul piano legislativo potrebbero mutare poiché non sarà concesso lo statuto speciale e avranno diritto a votare soltanto gl’ effettivi residenti.

Tuttavia l’ annullamento dei valori, le metamorfosi politiche, la perdita dell’ identità culturale, la mancanza di opportunità lavorative e la scarsa volontà di ottemperare collaborazioni tra serbi e bosniaci hanno portato la piccola città alla decadenza.

Ovunque è tangibile un senso di vuoto e di afflizione. Volti diffidenti che celano un fondo oscuro mentre le nuove generazioni quando possono si trasferiscono altrove. Attualmente a Srebrenica vivono circa novemila persone che con il deserto dentro l’ anima restano attaccati alla loro terra e al passato.

Lo sterminio del 1995 è un capitolo così riprovevole che l’ Uomo ha saputo creare con l’ odio e l’ ostilità, armandosi di pesante artiglieria, granate e bombe, fino a mettere in atto una pulizia etnica con lo scopo di sopprimere qualsiasi avversario. Un annientamento che ha un evidente similarità con la pazzia del nazionalsocialismo.

Nonostante ciò in Serbia ancora adesso ci sono rigurgiti di negazionismo dovuti all’ importante sostegno della popolazione verso i partiti più radicali che nell’ elezioni politiche del 2007 ha visto registrare un consenso di quasi un terzo degli elettori.

La strada della riconciliazione è ancora lunga e il Parlamento di Belgrado soltanto quindici anni dopo la fine dei combattimenti ha chiesto ufficialmente scusa alle famiglie delle vittime, qualificando Srebrenica come un “ crimine di guerra “ e non come genocidio, rivendicando però che esistono anche dei delitti subiti dal popolo serbo. La dichiarazione è stata raggiunta dopo quasi tredici ore di acceso dibattito e risolta con una risicata approvazione grazie al voto dei democratici e socialisti.

Dopo quattro anni di lotta armata che coinvolse buona parte dei Balcani occidentali e causò quasi centomila morti con seicentomila profughi, gli episodi di Srebrenica furono decisivi per la svolta finale della guerra. La Storia è nota ma presenta ancora delle zone d’ ombra ed è per questo che ci deve essere di grande insegnamento senza scordare i diversi doveri dei paesi, il supporto spirituale della Chiesa ortodossa serba improntato al revanscismo e del ruolo che l’ Onu ebbe in tutta la vicenda.

I caschi blu delle compagnie Dutchbat guidati dal colonnello Thom Karremans assistettero impotenti e non intervennerro. Circostanze poco chiare avvennero in quei giorni fino al punto che la fanteria arrivò a stabilire rapporti molto amichevoli con i paramilitari serbi agli ordini di Ratko Mladic, un generale lucido e spietato che era diventato il braccio destro di Radovan Karadzic. Una festa a base di birra, allegria e scambio di regali prima di abbandonare la base al suo destino e che cominciasse il mattatoio. Tuttora restano gl’ interrogativi del perchè i soldati Onu furono lasciati senza un adeguata copertura aerea sebbene ci fossero stati diversi contatti con il comando operativo di Tuzla.

All’ inizio di luglio del 2011 la sentenza di un Tribunale della Corte di Appello di Amsterdam e che ha ribaltato la precedente del 2008, ha condannato lo stato olandese a risarcire alcuni mussulmani senza però specificarne un preciso indennizzo. Un verdetto sicuramente esemplare e per certi versi “ storico e coraggioso “, il quale ha reiterato la corresponsabilità di quella che doveva essere una missione a protezione dell’ enclave e sancisce la fine dell’ immunità, del garantismo e i privilegi che da sempre hanno avuto i Peacekeeper.

Se verrà confermata in via definitiva nel terzo grado di giudizio potrebbe aprirsi la prospettiva di intentare altre vertenze civili ma molte sono le perplessità che tuttociò possa succedere. E’ comunque una decisione utile a comprendere che nelle guerre sotto l’ egida di un organizzazione che dovrebbe cercare di mantenere la pace con la naturale equanimità, invece si nascondono interessi, finzioni, egoismi e tanto cinismo.

Dopo la fine del processo ancora una volta una volta si è riproposto il dibattito sull’ utilità e l’ efficenza delle Nazioni Unite nelle direttive e nei compiti che svolge. Per antinomia è una struttura che utilizza organici militari di altre nazioni e talora durante le operazioni è in disaccordo con i centri di potere politici.

Dignità ed esternazioni misericordiose squarciano il cielo durante la Salatul Janazah, la preghiera collettiva prima della sepoltura e che chiede la grazia dei defunti ad Allah. Le Madri di Srebrenica non vestono in luttuoso nero ma continuano a versare copiose lacrime sulle verdi bare dei congiunti. Il verde è il colore della speranza, della giovinezza, della Natura mentre per l’ Islam è il Paradiso nell’ ultimo viaggio e che consentirà allo spirito di evolversi.

Trentamila, forse quarantamila persone sono arrivate fin qui da ogni parte del mondo per non dimenticare e per continuare a volere giustizia e verità. Tante bandiere e una marcia della Pace che è partita due giorni prima dal villaggio di Nezuk ed ha ripercorso i luoghi della strage.

Sotto un torrido sole che sfiora i quaranta gradi non mancano gli svenimenti degl’ anziani intanto che fin dalle prime luci dell’ alba un’ imponente schieramento di poliziotti ha vigilato sulla sicurezza.

Il rumore di un interminabile fila di automobili ha infranto la quiete e i silenzi di questa rigogliosa valle, nella quale niente sarà più come prima.

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Genova Diaz: una sentenza importante sebbene molto tardiva.

Ci sono voluti undici anni per avere una sentenza definitiva sugl’ incresciosi fatti dell’ assalto e l’ ignobile pestaggio alla scuola Diaz durante i concitati giorni del G8 di Genova. Analizzando il percorso con cui è arrivata ci fa comprendere ancora una volta le lungaggini, la poca efficienza e la scarsa credibilità della Giustizia italiana.

La Corte Suprema della Cassazione ha confermato il verdetto precedente del 2010 che aveva pronunziato la Corte di Appello ligure e che aveva ribaltato il giudizio in primo grado dove i vertici delle forze dell’ ordine erano stati tutti incredibilmente assolti.

I commenti in queste ore sono stati i più disparati: di massimo rispetto verso la Magistratura, di esaltazione, ( a Roma è stata addiruttura organizzato un incontro per festeggiare ) ma anche di perplessità poichè non rende totale Giustizia alle vittime.

Qui sotto inserisco il capitolo per intero ” Genova Days ” del mio libro di testi e immagini Personal Observations e che ripercorre gl’ avvenimenti di quei giorni del luglio 2001.

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Senza alcuna ombra di dubbio i giorni che vanno dal giovedì 19 alla domenica del 22 luglio 2001 sono stati tra i più ignominiosi della Storia della Repubblica italiana. Un escalation di violenza in cui il bilancio poteva essere più pesante e dove le incolpazioni sono da dividersi tra tutti. Stato, forze dell’ ordine che si trovarono impreparati davanti ad un evento dalla valenza così straordinaria, municipalità, ambientalisti, Black Bloc e dimostranti. Fin dalla scelta della città, Genova sembrò completamente inadatta per ospitare un importante sessione di incontri tra i Grandi della Terra, i quali secondo il governo italiano necessitavano di imponenti servizi di coordinamento civili e militari per garantirne la sicurezza durante lo svolgimento.

La topografia del capoluogo ligure mostra che il tessuto urbano non ha una grandissima espansione. Il centro è angusto mentre alle spalle le colline sono sovrastanti e pertanto sbarrano le vie di fuga. Se poi viene istituita un area “ off limits “ con grate di ferro alte tre metri, tombini saldati e barriere di container è palese che per molti sembrò una restrizione alla libertà e quindi era facile prevedere che ci sarebbero stati dei disordini. Lo stesso Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio dei Ministri da pochi mesi, durante un sopralluogo organizzativo confermò queste preoccupazioni sottolineando che l’ indicazione di Genova era stata designata dall’ esecutivo precedente e quindi era oramai troppo tardi per inventare soluzioni immediate e alternative.

Il movimento dei No – Global, più comunemente chiamato “ Popolo di Seattle “, si era stato formato alla fine del 1999 ed aveva aumentato sensibilmente il numero dei consensi e nel frattempo in Italia gli anarchici avevano ripreso ad esternare il proprio disappunto. Si viveva un declino dell’ ideologia di sistema, le crisi sociali erano evidenti e una parte del mondo della cultura manifestava una certa insofferenza per l’ Italia clericale. Ci si preparava con scetticismo alla nascita dell’ Euro e diverse erano le correnti di pensiero che sostenevano con tenacia il ripristino dell’ effettiva emancipazione dei mercati economici attraverso una politica di deregolamentazione. Una sfida in comune organizzata sulla collaborazione reciproca tra centinaia di gruppi, associazioni di carattere nazionale, studentesche e ambientaliste ma disapprovato da alcuni di non avere molto realismo politico e poco spessore morale se al suo interno si potevano nascondere delle frange eversive in grado di sobillare la violenza. Nonostante il propugnare l’ uguaglianza dei diritti, la globalizzazione è diventata un processo a cui difficilmente si potrà tornare indietro ed impone la graduale riduzione d’ intervento dei singoli governi nell’ economia mondiale, allargando così il divario tra i paesi ricchi e quelli poveri con l’ accrescimento del potere plutocratico alle multinazionali.

Se la manifestazione del giovedì scivolò via senza intoppi, escluso qualche sporadica tensione, invece il peggio doveva ancora arrivare. Il fuggifuggi dei cittadini, la serrata totale degl’ esercizi commerciali e delle banche ne erano la conferma mentre le polemiche televisive, le dietrologie dei partiti, le minaccie via web nelle chat più intransigenti e gl’ allarmi bomba facevano presagire una situazione in caduta irreversibile. Numerosi cortei oramai erano stati programmati e la chiusura della frontiera italo – francese, che aveva l’ intento di respingere i facinorosi, non dette i frutti sperati.

Lo stesso successe per il tentativo di autorizzare marce considerate tranquille e non consentire quelle che venivano definite pericolose. Nella mattinata i manifestanti iniziarono a radunarsi, ognuno con la sua forma di protesta e all’ ora di pranzo si registrarono i primi incidenti. Corso Torino, Via Caffa, Via Tomelaide, Piazza Danovi, Corso Buenos Aires, via Crimea e intorno al carcere di Marassi divennero teatro per un susseguirsi di provocazioni che sfociarono in sassaiole, auto in fiamme, barricate e cariche dei battaglioni della polizia. Un clima surreale e l’ impotenza da parte di quelli che erano rimasti a casa travolse Genova oramai avviluppata dalla nebbia pungente dei gas lacrimogeni. I reparti delle forze dell’ ordine agivano senza una tattica precisa dovuta ad inesattezze di valutazione mentre le comunicazioni radio con la Questura non sempre erano perfette. Il caos regnava totale,  il sangue cominciava a scorrere e le strade erano piene di una collera che urlava sempre più forte.

Ma l’ apice si verificò in Piazza Alimonda con la morte di Carlo Giuliani, 23 anni, freddato dai colpi di pistola dell’ ausiliario Mario Placanica. Una tragedia che marchierà per sempre la storia dei summit del G8. Il giovane cessò di vivere nell’ atto di lanciare un estintore contro un “ defender “ dei carabinieri che era rimasto bloccato da un cassonetto della spazzatura mentre stava subendo la furia di un gruppo di estremisti.

La camionetta aveva preso parte all’ assalto del dodicesimo Battaglione Sicilia che voleva colpire sul fianco la marcia delle Tute Bianche, le quali probabilmente avevano l’ intenzione di violare la zona rossa. Erano le cinque e mezza del pomeriggio e la dinamica si svolse in maniera così repentina che non ci fu il tempo e il modo di evitarla. Poi la jeep riuscì a disincagliarsi e passò per ben due volte sopra il corpo esanime disteso sul selciato. La notizia fece il giro del mondo e dentro il Palazzo Ducale alcune riunioni vennero temporaneamente sospese mentre i servizi degli accordi politici finirono in secondo piano nelle edizioni dei telegiornali della sera.

Nella giornata di sabato la solidarietà per la morte del giovane e l’ impatto emotivo sull’ opinione pubblica fecero affluire trecentocinquantamila persone che parteciparono alla grande manifestazione sul lungomare, la quale doveva concludersi nella zona della Fiera. Però ancora una volta il buonsenso da ambo le parti non riuscì a prevalere. La spirale dell’ odio riprese il sopravvento, oramai era guerra aperta. Il corteo si spezzò in due enormi tronconi, dai quali scapparono gente disarmata e con famiglia per evitare di essere coinvolti negli scontri collettivi. Durante la notte si consumò l’ ultimo atto di violenza che venne imposto con un ordine dall’ alto. L’ irruzione di trecento agenti nella scuola Diaz, sede provvisoria del Genoa Social Forum, è un palese tentativo di massacro e di vendetta, peraltro svolto alla cieca, con prove simulate per giustificarlo e messo in atto solamente su un centinaio di innocenti che comprendevano diversi stranieri. Persino i soprusi e le angherie avvenuti nella caserma di Bolzaneto ribadiscono che i metodi usati dalla polizia non erano certamente conformi ai principi teorici e pratici della democrazia. Sistemi ambigui, che possiamo definirli vicini a quelli dell’ epoca del fascismo e finiscono per compromettere l’ immagine e l’ etica di un organo del potere esecutivo dello Stato.

E’ trascorso più di un decennio da quei convulsi giorni e in questo tempo si è scritto, detto e deplorato con tanta acrimonia. La Giustizia ha svolto lentamente il suo corso e le sentenze dei processi hanno confermato nei vari gradi le responsabilità degli elementi in divisa e di qualche vertice ma numerosi sono i procedimenti archiviati per l’ impossibilità di identificare le persone implicate. Anche dei dimostranti sono stati condannati con l’ imputazione di saccheggio e distruzione. Per i fatti della Diaz in primo grado il Tribunale ha assolto i capi della Mobile, del Servizio della Centrale, i vicedirettori dell’ Ucigos e altri funzionari che durante il dibattimento avevano alzato un impenetrabile cortina di omertà negando così evidenti responsabilità.

Dopo l’ istanza da parte della Procura, l’ appello del 2010 ha ribaltato la sentenza precedente. La Corte di Genova reputò gl’ imputati tutti colpevoli anche se alcune pene  vennero considerate lievi e non corrispondenti a quello che aveva chiesto l’ accusa. Venticinque saranno le condanne per complessivi novantotto anni di reclusione. Nel luglio 2012 la Suprema Corte di Cassazione ha confermato in via definitiva questo giudizio e potrebbe costringere alcuni dirigenti a lasciare gli incarichi. Una sentenza che gran parte dell’ ambiente politico italiano ha definito “ importante ma che non restituisce una completa giustizia “.

Mario Placanica ha chiuso con l’ Arma ed è stato congedato. Dopo un periodo di riposo adesso lavora come impiegato all’ Ufficio del Catasto di Catanzaro. Indagato assieme al collega Filippo Cavataio le differenti giurie, compresa quella della Corte Europea dei Diritti dell’ Uomo, hanno sancito che agì per legittima difesa e conseguentemente è stato prosciolto. Però il ritorno alla normalità per l’ ex carabiniere si sta rivelando più difficoltoso del previsto e per diverse volte è salito sulla ribalta della cronaca. Prima per uno strano incidente di auto, poi per delle minacce di morte ricevute da ignoti. In un secondo tempo è stato sottoposto ad intercettazioni telefoniche e che sono state pubblicate da un settimanale milanese. In esse raccontava di avere seri problemi psicologici dovuti alla vicenda che gli era accaduta, di dover ricorrere giornalmente a dosi di antidepressivi e di soffrire di idee suicidarie. Nella primavera del 2009 il Placanica è stato inquisito dalla Procura della Repubblica calabrese con la grave accusa di violenza sessuale e maltrattamenti nei confronti della figlia dell’ ex convivente, la quale in precedenza aveva sporto denuncia. Insomma, quella tragica settimana di luglio gli ha sicuramente cambiato la vita.

Carlo Giuliani ha pagato carissimo per il fatto di essersi trovato al posto sbagliato nel momento inopportuno, ma soprattutto per una certa sprovvedutezza e follia che talvolta sono proprie della gioventù. Cercare di farne un eroe e altresì un martire è francamente eccessivo da qualsiasi punto di vista si guardi la questione poiché la violenza non è mai giustificata.

Per motivi diversi alcuni anni dopo sono tornato a Genova. E’ sempre bella, imperiosa, affacciata sull’ immensità del mare scuro con i palazzi nobiliari restaurati. Le parole di Paolo Conte si dissolvono nello zefiro di ponente…..” Genova ha i giorni tutti uguali, i gamberoni rossi sono un sogno e il sole è un lampo giallo al parabrise “. Delle rabbie antiche non rimane che uno sbiadito ricordo e una targa alla memoria.

In un carruggio una scritta rossa campeggiava su di un muro d’ ardesia.

Hanno ammazzato Carlo……..Carlo vive.

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Ho visto quattro terremoti e racconto la mia esperienza.

In queste difficili ore per l’ Italia ma soprattutto per la regione dell’ Emilia Romagna, oltre alla solidarietà ( anche io ho fatto una piccola donazione ), voglio raccontare la mia esperienza sui terremoti.

Questo articolo  è tratto dal mio libro Personal Observations e dal capitolo “ Inside the earthquakes “.

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Erano le tre di notte del 19 agosto 1999 quando la faglia del Mar di Marmara in Turchia scivolò negl’ abissi terrestri per ben oltre dieci chilometri, rilasciando così un energia talmente violenta che distrusse buona parte delle zone densamente popolate e situate sulla fascia costiera.

L’ area Nord Anatolica venne fortemente offesa da una rottura di oltre novanta miglia che nei punti più vasti raggiunse la larghezza di sei metri, con un magnitudo 7,8 della scala Richter. Fu uno dei sismi più devastanti dell’ era moderna, simile come potenza a quello di San Francisco avvenuto all’ inizio del Novecento.

Gli studi dei geologi e sismologi hanno accertato che la paraclasi prima della zona epicentrale aveva sobbalzato per quasi quaranta minuti ma con un intensità molto bassa. La popolazione non avvertì un minimo sussulto e di conseguenza non ebbe nessuna possibilità di prepararsi una via di fuga. Come spesso accade in queste sciagure, immediatamente nacque un sentimento di solidarietà in mezzo al pianto, al dolore, alla morte e innalzandosi altissimo oltrepassò le accuse della gente contro lo Stato, il quale veniva considerato responsabile di  appalti truccati, di aver approvato piani regolatori con una cementificazione scriteriata e colpevole delle deficienze strutturali su cui gl’ edifici e gl’ impianti fognari erano stati costruiti.

Le cifre ufficiali del Governo di Ankara parlarono di oltre diciassettemila deceduti e più di trentamila feriti ma si presume che siano stati un numero superiore. Già sul seppellimento dei cadaveri ci furono delle risentite polemiche poiché si sospettava che fossero stati gettati nelle fosse comuni. A Izmit, Yalova, Bursa, Golcuk, Bolu, Adapazari, Sakarya, i rapporti esplicati nei mesi successivi hanno evidenziato nutrite colpe delle amministrazioni municipali. E’ emblematica la fotografia scattata da un elicottero del C. P. T. ( Civil Protection Turkish )sul centro di Golcuk dove l’ antica moschea era rimasta perfettamente intatta intanto che la zona urbana circostante aveva collassato al suolo.

Non era indispensabile salire tra cumuli e nembi per capire che sono stati commessi pesanti errori in un territorio da sempre considerato ad elevato pericolo sismico. Ad un occhio attento difficilmente sfuggiva che molte abitazioni furono fabbricate con materiali scadenti. Pilastri mal progettati, beton eccessivo che si sgretolava con facilità nei punti di debolezza mentre il complesso dei ferri annegati nel getto del conglomerato cementizio erano spesso di diametro ridotto.

“ Cardboard houses “ – case di cartone – le chiamano gli americani ma probabilmente saranno state rifatte uguali.

I maremoti, lo tsunami, le frane e gli uragani sono sempre esistiti ma con l’ avvento del secondo millennio sono diventati quasi parte integrante della nostra quotidianità. Non passa stagione che non succeda qualcosa di drammatico. A detta di diversi ricercatori è un segnale inquietante, il quale si è decisamente accentuato rispetto al passato. Il rapporto sulle calamità naturali stilato nel 2010 dal Dipartimento Usa ci fa notare che dal 1900 ad oggi i sismi superiori ai 1000 morti sono stati 118.

Le correlazioni tra terremoti e aumento della temperatura oppure con i test nucleari o la magnetostrizione, ( l’ attività solare e il campomagnetico esterno ), sono tuttora a livello di ipotesi e che non trovano delle conferme nelle approfondite ricerche che sono state attuate negli ultimi decenni.

La sismicità che è il valore insieme alla frequenza con cui si manifestano i terremoti, è una caratteristica fisica del pianeta. Sono poche le contromisure per combattere questi fenomeni: il costante monitoraggio del terreno, la prevenzione della vulnerabilità con costruzioni di alto livello qualitativo e in aree a basso rischio tellurico.

Dopo il cataclisma di Qazvin nel 1962, quello di Tabas e negl’ anni novanta nella valle di Rudbar, l’ Iran ha conosciuto un altra tragedia il 26 dicembre del 2003. Il terremoto di Bam ha una dinamica affine a quella anatolica, in piena notte, senza scampo per gl’ abitanti che dormivano. L’ epicentro è avvenuto a tredici chilometri dalla città, nel deserto salato di Dasht-e-Lut, ad una profondità di ottomila metri in un area sismica attiva che però non aveva riportato terremoti storici prima di questo terrificante evento.

La durata del movimento vibratorio è stata stimata tra i sette e dodici secondi in due travolgenti fasi. Magnitudo 6,6 e quindi inferiore a quello turco, ma pur sempre intenso poichè il picco registrato dall’ accelerometro arrivò fino a 0,98g.

Oltre alla perdita delle vite umane è andata praticamente distrutta un enorme eredità culturale, la Cittadella “ Arg e Bam “, decretata nel 2004 dall’ istituzione intergovernativa dell’ Unesco come Patrimonio dell’ Umanità.

Lo Zoorkhaneh ( uno ampio spazio per l’ esecuzione di sport tradizionali ), la Moschea del Profeta, i quartieri attigui, la Madrassa ( la scuola dei religiosi ), i torrioni adibiti a funzioni difensive e il sepolcro monumentale hanno patito ingenti danni. Un area strategica adagiata sul plateau mediorientale che ebbe il massimo splendore tra il VI e il X secolo. Anticamera dell’ Afghanistan e del Pakistan, Bam era un’ importante crocevia per il commercio delle sete e i tessuti, che poi nel corso dei secoli ha dovuto sopportare carestie e dominazioni, a cominciare da quelle persiana e ismailita.

Il sito archeologico è un’ eccezionale testimonianza delimitato da poderose muraglie che raggiungono i nove metri di altezza. Un raro esempio di insediamento fortificato, la cui peculiarità è lo strato di mattoni con il fango usato per edificarlo. Il paesaggio culturale di Bam è sicuramente l’ interazione fra Uomo e Natura dove il sistema d’ irrigazione ( Qanat ) formato da canali e tunnel ha saputo portare vita e sviluppo nel deserto.

In Iran la macchina dei soccorsi non fu imponente e neanche immediata. Nelle ore successive alla catastrofe il governo degli Ayatollah a causa della crisi interna e con l’ occidente, comunicò agli organi di stampa che rifiutava qualsiasi forma di aiuto credendo di potercela fare da soli o perlomeno con i paesi considerati amici.

“ Le questioni umanitarie non devono essere intrecciate con gli inveterati problemi che ci sono con gli Stati Uniti. Se ci sarà un sostanziale cambiamento da parte dell’ amministrazione americana, sia nei toni che nei comportamenti diplomatici, allora prenderemo in considerazione un nuovo sviluppo nelle nostre relazioni “.

Un discorso di propaganda e di pervicace ostilità in un periodo di notevole importanza per la nazione e per tutto il Medio Oriente. Le rivolte studentesche per le libertà civili erano ricominciate nelle piazze di Teheran, la repressione si faceva sempre più dura ed alcuni alleati dell’ ala riformista erano stati costretti a dimettersi dai seggi del Parlamento.

Due anni prima i terroristi di Al-Qaeda avevano colpito le torri gemelle di New York e George W. Bush, che nel frattempo aveva ordinato di invadere l’ Afghanistan, era convinto che nell’ attentato ci fosse una compartecipazione degl’ iraniani, mentre da pochi giorni le forze della coalizione avevano catturato il rais Saddam Hussein in Iraq.

Soltanto dopo la visita del Presidente Khatami a Bavarat e Bam insieme al Governatore della provincia di Kerman, avvenuta alla fine dell’ anno, si accorsero quanto era grande il disastro. Di fronte all’ incalzare degli improperi della folla, non bastarono le facili promesse mascherate dalla fede e così il regime fece un’ inversione di rotta aprendo le frontiere alle cooperazioni sanitarie internazionali.

Malgrado le notizie siano sporadiche e con poca possibilità di verifica, a distanza di diversi anni Bam ha avuto una lenta ricostruzione basata su un progetto di spostamento della città che sembra sia avvenuto soltanto parzialmente. Il lavoro di ripristino della Cittadella è garantito dalla supervisione dell’ Iranian Cultural Heritage Organization ma viene svolto dalla comunità scientifica internazionale e dalle università giapponesi, le quali hanno stanziato oltre un milione di dollari. Anche il Ministero dei Beni Culturali italiano ha fatto un investimento. Duecentocinquantamila euro ed ha inviato un gruppo di tecnici per il restauro e la messa in sicurezza della torre maggiore che è situata sulla cinta muraria sud-occidentale.

Purtroppo queste sciagure lasciano lacerazioni indelebili e spesso sono dimenticate dal mondo. Dall’ esposizione informativa di un’ equipe dell’ Earthquake Engineering Research Institute, i quali hanno analizzato a lungo la salute mentale e la condizione socioeconomica dei superstiti, si evince che la situazione umana è particolarmente preoccupante. La regione ha perduto la fonte di sostentamento che veniva dal turismo, la produzione artigianale è alquanto rallentata, mentre si sono incrementati i tassi della criminalità, della disoccupazione, dell’ uso di stupefacenti e dei suicidi.

Raccontare per immagini un sisma è un lavoro inusuale che ti cala in una realtà penosa. E’ fondamentale essere senziente e agire in punta di piedi per non disintegrare la dignità delle persone. D’ altra parte questo “ scomodo ruolo “ è obbligatorio per chi vuol fare informazione. Se sia giusto o no documentare avvenimenti angosciosi è un argomento mai risolto e che non spetta certamente a me a deciderlo, ma la nostra società nell’ era della comunicazione globale ha oramai annullato le distanze fisiche e culturali e quindi non ne può fare a meno.

Ho fotografato quattro terremoti ed avrei molti episodi da ricordare, tutti differenti. Però la sera che giunsi ad Izmit è quello che mi è rimasto più impresso nella memoria.

Quando stavo per entrare nel palazzo dell’ hockey su ghiaccio dove erano sistemati i cadaveri e le bare mentre il sistema di raffreddamento erogava il massimo della potenza per ritardarne la decomposizione, l’ addetto alla sorveglianza dandomi una mascherina per proteggermi dall’ insopportabile fetore e da possibili bacilli, guardandomi diritto negli occhi mi disse:

“ Te la senti ? “.

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Elogio dell’ Evasore Fiscale.

Domenica 11 settembre 2011 sarà presentato il libro “Elogio dell’Evasore Fiscale”, alla presenza dell’autore Leonardo Facco.
 
L’incontro si svolgerà alla ex cava di Bacchereto alle ore 17 a Carmignano ( Firenze ).
Al di là del titolo provocatorio, quello che verrà presentato è un libro ricco di grandi spunti di interesse e l’incontro sarà un’occasione rara di dibattito e di confronto su un tema quanto mai di attualità, dove mancano in assoluto voci contro corrente.
L’ incontro avrà come mediatore Fabio Cintolesi.
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Breve descrizione del libro
 
“Le tasse sono un furto e non pagarle è legittima difesa”. Non si tratta di uno slogan da qualunquisti o dell’affermazione di qualche evasore. Le imposte, come spiega l’etimologia stessa della parola, sono un atto di coercizione bella e buona, un esproprio ai danni di chi onestamente lavora e produce, una rapina legalizzata. Lo Stato adopera come scusa i beni e i servizi che fornisce, anche se nella realtà essi sono pessimi e costosissimi. Servendosi delle parole dei grandi pensatori e di fatti concreti, Leonardo Pacco confuta le tesi dei gabellatori, cominciando la sua opera di smascheramento proprio dal re dei tassatori, quel Tommaso Padoa Schioppa che, nel 2007, durante un programma televisivo ebbe l’ardire di sostenere che “le tasse sono bellissime”. “Elogio dell’evasore fiscale” non è una mera provocazione culturale né un’operazione populistica, bensì l’espressione di una coscienza di classe che va maturando in Italia. Che non si limita alla semplice reazione “antipolitica” alla corruzione e alle inefficienze della classe governante, ma va in profondità, arrivando a interrogarsi sull’intera organizzazione dello Stato e degli enti pubblici con dati, numeri, rapporti istituzionali, dalle clamorose truffe nascoste nelle accise al prelievo occulto da parte dello Stato nelle nostre tasche, passando per tutta una serie di trucchi, tra i quali la clamorosa “tassa sulla tassa”.
 
 
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Srebrenica, 613 numeri per un dolore mai dimenticato.

 

Srebrenica 1

( L’ articolo è parte di un capitolo del libro Personal Observations di Gianluca Fiesoli ).

Srebrenica – Potocari, Bosnia Erzegovina, 11 Luglio 2011.

Sedici anni non bastano per alleviare il dolore. Nel giorno della commemorazione la Bosnia Erzegovina si stringe intorno ad altre 613 vittime che sono state pietosamente ricomposte e
riconosciute tramite gli esami del dna. Un lavoro complesso eseguito da antropologi forensi e che continua senza un attimo di sosta. Scovano riscontri con disciplina dottrinale pur non sapendo quando finirà.

Suljic Hazan Nedzad era nato nel 1975. E’ stato assassinato a soli venti anni ed è uno dei più giovani di questi ultimi ritrovamenti. La lapide con la mezzaluna porta la numero 451. Oggi sarebbe stato un adulto con una famiglia e un onesto lavoro. La madre siede mestamente davanti alla fossa in attesa che venga sotterrato. Il viso è segnato da profonde rughe e dalla sofferenza che contrastano su un candido fazzoletto color crema il quale le raccoglie i candidi capelli bianchi.

In quella che fu un aberrante strage ha perso pure il marito che venne trucidato con una raffica di mitra in un magazzino della borgata di Kravica dopo che aveva tentato di scappare attraverso i boschi. Lei assieme ad altri sfollati dei villaggi circostanti venne trasferita nella zona libera di Tuzla.

Alla fine dell’ anno scorso l’ Istituto Nazionale delle persone scomparse le ha comunicato che avevano ritrovato alcuni resti dell’ unico figlio che aveva. Con voce interrotta da un pianto convulso, nelle frasi che mi vengono tradotte dall’ inviato del quotidiano Oslobodenje di Sarajevo, la donna ci racconta che il ragazzo fu preso durante un ra­strellamento dei militanti serbi quando erano appena entrati nel centro abitato.

Da allora non ha saputo più niente, ma in tutto questo tempo sebbene la tragica realtà fosse così evidente si è sempre illusa di riaverlo vivo. Mentre abbassa lo sguardo conclude dicendoci che mille pensieri le corrono nella mente e che non passa giorno che non pensi a quei terrificanti momenti. Ma quello che le fa più male è che non conosce neppure la dinamica dell’ omicidio e il nome dell’ assassino. Fucilato, torturato, sgozzato con un coltello oppure ucciso in ginocchio con un vigliacco colpo di pistola alla nuca. Probabilmente resterà per sempre un atroce mistero.

Neanche il recente ma tardivo arresto dell’ ex Comandante militare Ratko Mladic, il boia dei Balcani, restituisce serenità e fiducia a questo popolo. Proprio in queste ore le vedove di Srebrenica con un comunicato inviato ai media hanno usato toni duri e perentori contro quelli che lo hanno preso. Contestano il fatto che da tempo il governo serbo era perfettamente a conoscenza del luogo in cui Mladic si nascondeva e guarda caso la cattura è avvenuta nei giorni della visita a Belgrado di Cathe­rine Aston, l’ Alto Rappresentante per gli Affari Esteri dell’ Unione Europea.

Le donne bosniache chiedono risarcimenti per le vite distrutte e condanne per i tanti delitti che sono tuttora impuniti. Dopo oltre tre lustri sono circa un migliaio i casi pendenti. Malgrado alcuni progressi siano stati fatti per tutelare i diritti umani, il programma di recupero fondi destinato alle famiglie degli scomparsi non è stato del tutto attuato e quindi le controversie rimangono insabbiate nella burocrazia.

E’ una giornata toccante, pregna di tristezza. La ricorrenza del genocidio assume una dimensione simbolica molto profonda. E’ inammissibile rimanere insensibili di fronte a queste scene ma purtroppo nei prossimi anni il numero dei morti accertati salirà ancora. Ulteriori fosse di cadaveri sono state individuate tra le montagne e lungo il fiume Drina durante le ricerche dei militari del Multinational Specialized Unit ( MSU ). Dopo l’ agnizione nei laboratori i resti andranno ad aggiungersi alle migliaia di vittime che già riposano dal 2003 nel memoriale di Potocari.

Sembra non finire mai il massacro di Srebrenica anche se nella regione continua il processo di stabilizzazione e in futuro la prospettiva di aderire nell’ Europa che conta. Resta però il fatto che tuttora vige una situazione temporale ma con le
amministrative dell’ autunno 2012 molte cose sul piano legislativo potrebbero mutare poichè non sarà concesso lo statuto speciale e avranno diritto a votare soltanto gli effettivi residenti.

Prima della guerra Srebrenica era uno dei fiori all’ occhiello del governo di Tito. Il socialismo ne aveva fatto una zona di redditizia economia con lo sfruttamento delle miniere di argento e di bauxite. Vivace era il richiamo turistico per via del benessere che erogavano le sorgenti termali. Quarantamila persone vivevano in un oasi di pace. Adesso tutto è cambiato. L’ annullamento dei valori, le metamorfosi politiche, lo smarrimento dell’ identità culturale, la mancanza di opportunità lavorative e la scarsa vo­lontà di ottemperare collaborazioni tra serbi e bosniaci hanno portato la piccola città alla decadenza.

Ovunque si avverte un senso di vuoto e di afflizione. Volti diffidenti che celano un fondo oscuro mentre i giovani quando possono si trasferiscono altrove. Attualmente a Srebrenica vivono poche migliaia di persone che con il deserto dentro l’ anima restano attaccati alla loro terra e al passato.

Lo sterminio del 1995 è un capitolo così riprovevole che l’ Uomo ha saputo creare con l’ ostilità, armandosi di pesante artiglieria, granate e bombe, fino a mettere in atto una pulizia etnica per sopprimere qualsiasi avversario. Un annientamento che ha un inconfutabile affinità con la pazzia del nazionalsocialismo.

Nonostante ciò in Serbia ancora adesso ci sono rigurgiti di negazionismo dovuti all’ importante sostegno della popolazione verso i partiti più radicali che nell’ elezioni politiche del 2007 ha visto registrare un consenso di quasi un terzo degli elettori. Al ballottaggio delle ultime presidenziali il leader conservatore e nazionalista Tomislav Nikolic ha sconfitto il presidente uscente Boris Tadic, liberale e riformista che aveva guidato il paese nelle due precedenti legislature, il quale aveva basato la sua campagna sul miglioramento della situazione economica con la convinzione di riuscire ad avere nuovi e ingenti investimenti stranieri.

La strada della riconciliazione è ancora lunga. Il Parlamento di Belgrado soltanto quindici anni dopo la fine dei combattimenti ha chiesto ufficialmente scusa alle famiglie delle vittime, qualificando Srebrenica come un “ crimine di guerra “ e non come genocidio, rivendicando però che esistono anche dei delitti subiti dal popolo serbo. La dichiarazione è stata stilata dopo tredici ore di acceso dibattito e risolta con una risicata approvazione grazie al voto dei democratici e socialisti, i due partiti che si battono per fare entrare la Serbia nell’ Unione Europea.

Dopo quattro anni di lotta armata che coinvolse buona parte dei Balcani occidentali e lasciò sul terreno quasi centomila morti con mezzo milione di profughi, gli episodi di Sre­brenica furono decisivi per la svolta finale della guerra. La Storia è nota ma presenta ancora delle zone d’ ombra ed è per questo che ci deve essere di grande insegnamento senza scordare i diversi doveri dei paesi, il supporto spirituale della Chiesa ortodossa serba improntato al revanscismo e del ruolo chiave che l’ Onu ebbe in tutta la vicenda.

I caschi blu delle compagnie Dutchbat guidati dal colonnello Thom Karremans assistettero impotenti e non intervennero. Circostanze poco chiare avvennero in quei giorni fino al punto che la fanteria arrivò a stabilire rapporti molto amichevoli con i paramilitari serbi agli ordini di Ratko Mladic, un generale lucido e spietato che era diventato il braccio destro di Radovan Karadzic.

Una festa a base di birra, allegria e scambio di regali prima di abbandonare la base al suo destino e che cominciasse il mattatoio. Ancora adesso restano gl’ interrogativi del perchè i soldati Onu fossero privi di carburante e male equipaggiati ma soprattutto perché furono lasciati senza un adeguata copertura aerea sebbene ci fossero stati diversi contatti con il comando operativo di Tuzla. La spiegazione ufficiale delle Nazioni Unite e dei capi dell’ Unprofor non ha mai pienamente convinto. Essi sostenevano che un intervento aereo avrebbe potuto interrompere i delicati colloqui di pace che si stavano svolgendo a Belgrado tra l’ Onu e Milosevic.

All’ inizio di luglio del 2011 la sentenza di un Tribunale della Corte di Appello di Amsterdam e che ha ribaltato la precedente del 2008, ha condannato lo stato olandese a risarcire alcuni mussulmani senza però specificarne un preciso indennizzo. Un verdetto sicuramente esemplare e per certi versi “ storico e coraggioso “, il quale ha reiterato la corresponsabilità di quella che doveva essere una missione a protezione dell’ enclave e sancisce la fine dell’ immunità, del garantismo e i privilegi che da sempre hanno avuto i Peacekeeper.

Se verrà confermata in via definitiva nel terzo grado di giudizio potrebbe aprirsi la prospettiva di intentare altre vertenze civili ma molte sono le perplessità che tuttociò possa succedere. E’ comunque una decisione utile a comprendere che nelle guerre sotto l’ egida di un organizzazione che dovrebbe cercare di mantenere la pace con la naturale equanimità, invece si nascondono interessi, finzioni, egoismi e cinismo.

Dopo la fine del processo ancora una volta una volta si è riproposto il dibattito sull’ utilità e l’ effi­cenza delle Nazioni Unite nelle direttive e nei compiti che svolge. Per antinomia è una struttura che utilizza organici militari di altre nazioni e talora durante le operazioni è in disaccordo con i centri di potere politici.

Dignità ed esternazioni misericordiose squarciano il cielo durante la Salatul Janazah, la preghiera collettiva prima della sepoltura e che chiede ad Allah la grazia dei defunti. Le Madri di Srebrenica non vestono in luttuoso nero ma continuano a versare copiose lacrime sulle verdi bare dei congiunti. Il verde è il colore della speranza, della giovi­nezza, della Natura mentre per l’ Islam è il Paradiso nell’ ultimo viaggio e che consentirà allo spirito di evolversi.

Una grande folla è arrivata fin qui da ogni parte del mondo, per non dimenticare ma soprattutto per continuare a volere verità e giustizia. Tante bandiere e una marcia della Pace che è partita dal villaggio di Nezuk ed ha ripercorso i luoghi della strage. Sotto un torrido sole che fa diventare l’ aria soffocante non mancano gli svenimenti degl’ anziani intanto che fin dalle prime luci dell’ alba un’ imponente schieramento di poliziotti ha vigilato sulla sicurezza.

Per un giorno il rumore di un interminabile fila di automobili ha infranto la quiete e i silenzi di questa rigogliosa valle, nella quale niente sarà più come prima.

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 Srebrenica 2

Srebrenica 3

Foto di Gianluca Fiesoli.

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Quando la Vita va ai supplementari.

 

Ci sono dei giorni che possono influire sensibilmente sulle nostre esistenze, il cui ricordo è talmente forte che quelle date rimangono impresse per sempre nelle nostre memorie.

Prosegui la lettura…

L’ Impero della camorra…….un nuovo libro.

Calcio: Giancarlo Antognoni, la sua vita in un libro.


Qualcuno disse che quando giocava contemporaneamente guardava le stelle, ma era soltanto la fisionomia di un portamento che però non ha avuto molti eguali nel calcio. L?eleganza, il tocco, la visione di gioco e i suoi millimetrici lanci hanno scritto pagine di Storia calcistica italiane e non solo, mentre all?ombra del Cupolone è rimasto sempre nel cuore di tutti.
Esce in questi giorni la pubblicazione ? Antognoni ? Firenze e il suo campione ? edito da Polistampa e scritto a piene mani da alcuni giornalisti della Nazione.
Il libro ripercorre l? ? amore ? che intercorre tra la città e l?Uomo e che non si è mai definitivamente infranto, nonostante il passare degl?anni, le polemiche e gl?avvicendamenti con le diverse società che si sono insediate alla guida amministrativa della Fiorentina.
Una carriera splendida ma anche sfortunata a causa dei diversi infortuni che lo hanno costretto a periodi di inattività e sotto questo aspetto ? Antonio ?, come lo chiamano gli amici più intimi, poteva certamente vincere di più.
Ma quello che ha colpito soprattutto nel giocatore è stata la totale lealtà, sincerità e abnegazione quando era un professionista, ribadita anche dopo come dirigente impegnato nel suo lavoro mettendo a completa disposizione l?esperienza acquisita.
Rare qualità che sono state riconosciute da tutti e che hanno convinto recentemente i dirigenti federali ad affidargli l?importante incarico di coordinatore generale delle Nazionali minori tra i 16 e i 19 anni.
Giancarlo Antognoni è stata una bandiera della squadra viola e poteva benissimo andarsene in club più blasonati dove sicuramente avrebbe allargato la bacheca dei trofei e il portafoglio, ma resistette alle continue tentazioni mosso da quello straordinario sentimento di calore che i tifosi gli hanno sempre riservato.
Il volume ripercorre con alcuni inediti la bellissima parabola dell?atleta, pagine che s?incrociano con le diverse e importanti testimonianze di personaggi fiorentini.

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Fotografia: Giancarlo Antognoni – Gianluca Fiesoli ©.
Riferimenti: Calcio: libro di Giancarlo Antognoni.

" Prigionieri di Guantanamo ".


Giovedì 3 marzo presso la libreria Majakovskij fi Firenze alle ore 21.30 si tiene l’incontro di presentazione del libro ” I prigionieri di Guantanamo “, scritto a piene mani dai due giornalisti indipendenti Fabio Cintolesi e Michele Ravagnolo.
Il libro è edito dalla casa editrice Nuovi Mondi Media e rileva la spinosa questione del carcere di Guantanamo ponendo forti interrogativi al lettore.
I due autori da anni si occupano di analisi legati ai conflitti internazionali.
Per maggiori informazioni potete andare all’indirizzo:

http://www.cpafisud.org

Un appuntamento da non perdere che può chiarire diverse curiosità e problematiche sull’argomento trattato.

G. Fiesoli.

Foto: Locandina incontro.

Riferimenti: ” Prigionieri di Guantanamo “.

Chronicles: Volume One.

26 Settembre 2004 3 commenti


” Il libro dell’anno, un edizione straordinaria, scritto in maniera eccellente e che farà conoscere la parte segreta della vita di Bob Dylan “.
Con queste parole la casa editrice Schuster, un colosso americano, ha dichiarato che il 12 ottobre, in anteprima mondiale verrà presentato – Chronicles: Volume One – è la prima parte di oltre trecento pagine di una trilogia autobiografica.
Per la prima volta Bob Dylan si è raccontato a Sean Penn in veste di autore dell’intervista racchiusa in 5 cd allegati all’imponente volume.
La versione italiana sarà edita da Feltrinelli.
Il libro conterrà anche la ripubblicazione di ” Lyrics: 1962 – 2001 “, un ulteriore tomo che colleziona i testi di tutte le canzoni scritte da Dylan, famose e sconosciute.
D. Rosenthal, editor dell’opera, ha dichiarato che già oltre duecentomila copie sono state prenotate con internet ed è convinto di venderne altre trecentomila prima della presentazione alla stampa mondiale.
E mentre è di questi giorni la morte di Kenny Buttrey, eclettico batterista e arrangiatore di Dylan nei dischi, Blonde on Blonde, J. W. Harding, Nashville Skyline e altri, Bob Dylan nell’ultima intervista rilasciata ad Usa Today dichiara ” guerra ” mediatica con questo libro a tutti quelli che lo hanno ” spiato ” in questi anni per prendere informazioni personali e pubblicarli su libri e biografie non autorizzate.
Anche se le tematiche e le rivelazione che tutti si aspettano sono coperte da stretto riserbo, è trapelato che il libro svelerà alcuni dettagli del secondo matrimonio negl’anni ottanta, poi naufragato, con una corista del gruppo, che però non è una novità in quanto H. Sounes in un libro aveva già reso noto questo ” amore segreto ” dell’artista. Sembra che si parlerà anche delle sue scelte artistiche personali che sono state compiute nel corso della sua carriera.
Robert Zimmermann, in arte Bob Dylan, personaggio alquanto talentuoso e allo stesso tempo controverso, riservato, non è soltanto un cantautore e chitarrista ma un anche un poeta e profeta.
B. Dylan è stato e rimane un fenomeno di costume per volontà delle folle, un cantante per una sua scelta di stile, di gusto e di genere con una profonda vocazione che lo ha da sempre contraddistinto per farlo arrivare ad un successo planetario.
Il menestrello della canzone che iniziera il Fall Tuor U.S. 2004 da Santa Clara in California il 14 ottobre e terminerà in aprile nell’Ohio, attraversando tutta l’America, continua a fare numerosi concerti con un riscontro di pubblico che nonostante il passare dei decenni lo continua ad amare.
I cambiamenti e le sorprese a cui ci ha abituato lo hanno portato spesso ad essere contestato dalla critica, in ultimo il discusso spot pubblicitario in cui compariva in maniera ironica con la bellissima modella Lima.
Un video, patinato, per l’azienda di lingerie, Victoria’s Secrets, in una Venezia surreale e da sogno, alla conferma del sensuale mondo del commercio, dell alta moda e del potere terreno.
La presenza di Bob Dylan suscitò critiche anche dal pubblico e forse è il caso ricordare una strofa di una delle sue canzoni più note scritta nel gennaio del 1964, in uno dei momenti più fulgidi della professione – ” The times they are a changin’ ” :

” Venite scrittori e critici
che profetizzate con le vostre penne
e tenete gli occhi bene aperti
non vi sarà data un altra scelta
e non parlate troppo presto
perchè la ruota sta ancora girando
e nessuno può dire
chi sarà designato
il perdente di adesso
sarà domani il vincente
perchè i tempi stanno cambiando “.

Eh si Mister Dylan i tempi sono proprio cambiati…..

G. Fiesoli.

Riferimenti: Chronicles: Volume One