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Post Taggati ‘guerra’

La calma apparente di Bangui…….

“Sono passate più di sette settimane e apparentemente a Bangui sta
tornando la calma: non si sentono più i colpi di arma da fuoco e le
persone hanno ripreso a muoversi in città. La paura, però, non è
passata.
Ci sono ancora bande armate per le strade: al loro passaggio le donne
del quartiere cominciano a battere le pentole per richiamare
l’attenzione delle forze di sicurezza.
Nelle province non c’è nessun tipo di controllo: armi, furti, saccheggi e incendi continuano a terrorizzare la popolazione ormai allo stremo e anche gli aiuti umanitari non riescono ad arrivare a destinazione.
Al Centro pediatrico di Emergency il numero dei malati cresce
ogni giorno perché gli ambulatori fuori città sono ancora chiusi e le
medicine non si trovano o costano sempre di più.

Riceviamo più pazienti e in condizioni aggravate dall’attesa e dal
viaggio. Alcuni giorni fa una mamma in cerca di aiuto per il suo bambino
è partita da un villaggio a 85 km da qui. Per strada ha trovato un
ambulatorio aperto, ma senza i farmaci necessari per curarlo: quando è
arrivata da noi, per il bambino era ormai troppo tardi.”

Per maggiori informazioni e donazioni all’ associazione visitare il sito http://www.emergency.it

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Bangui, arrivano i ribelli ma Emergency rimane.

“Dopo giorni di tensioni, ieri i ribelli sono entrati a Bangui.
Alle 7 abbiamo iniziato a sentire i primi spari e il boato dei razzi, tirati vicinissimi all’ospedale: siamo a pochi metri dal Parlamento.
In serata abbiamo ricevuto 3 feriti, una bambina di due anni e due adulti, colpiti da pallottole vaganti. La bambina era stata portata subito al Complexe pédiatrique, l’ospedale pubblico pediatrico, ma era deserto. L’hanno accompagnata da noi perché siamo l’unico ospedale aperto in città.
Il nostro staff è in ospedale da 36 ore per garantire assistenza ai bambini ricoverati.
In giro ci sono sciacalli e ribelli: nessuno si muove. Anzi no: una mamma è arrivata a piedi dal PK12, che dista 8 chilometri da qui, per portare il suo bambino con la febbre dai “medici italiani”.
Da sabato mancano elettricità e acqua: abbiamo 800 litri di scorta, e per far funzionare l’ospedale ne servono 4.000 al giorno”.

Questa è la mail che Ombretta, coordinatrice medica del Centro pediatrico di Bangui, ci ha mandato stamattina.

Il Centro pediatrico di Emergency è al momento l’unico ospedale rimasto aperto in città. Molte organizzazioni stanno lasciando la Repubblica Centrafricana ma noi rimaniamo, per continuare a garantire cure ai bambini che ne hanno bisogno.

Per maggiori informazioni visita il sito: http://www.emergency.it

Afghanistan: Musa Qala, è nato il nuovo posto di primo soccorso.

Di Musa Qala si è parlato nel 2007, durante l’operazione “Snakepit”, quando le
forze Isaf catturarono quella che all’epoca era considerata la roccaforte dei
talebani nella provincia di Helmand. Dopo quella battaglia ce ne sono state
molte altre che non hanno fatto notizia e i combattimenti, nel distretto, sono
tuttora quotidiani.
Nonostante questo, finora nell’area non esistevano
strutture sanitarie gratuite per i feriti, se non l’ospedale di Emergency a
Lashkar-gah: tre ore e mezzo di viaggio su una strada disseminata di posti di
blocco.

Abbiamo iniziato a lavorare per questo Fap un anno fa,
coinvolgendo la popolazione e le autorità locali nella ricerca di un edificio
adatto: non è facile trovarlo in un villaggio in guerra da così lungo
tempo.
Finalmente abbiamo trovato un edificio inutilizzato che abbiamo
trasformato in Fap grazie al lavoro del nostro personale tecnico di Lashkar-gah;
mentre erano in corso i lavori di ristrutturazione, presso il nostro ospedale
venivano formati gli Health Assistant che oggi gestiscono il
Fap.

Presso il Fap di Musa Qala offriamo, gratis come sempre, il primo
soccorso ai feriti e provvediamo al trasferimento in ambulanza dei più gravi al
Centro chirurgico di Lashkar-gah.

Per donazioni, informazioni e quantaltro visita il sito: http://www.emergency.it

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United to end genocide, la nuova campagna internazionale per il Darfur.

Prende il via la nuova campagna 2013 “#DARFUR10″, un hashtag per non dimenticare. Partecipate attraverso la petizione globale promossa insieme a “United to End Genocide” e diffondendo i video della campagna italiana con testimonial d’eccezione. Dieci anni fa il Governo del Sudan (GoS) iniziò il massacro contro i civili in Darfur, uccidendone oltre 300.000 e causando lo sfollamento di tre milioni di Darfuri. Nonostante i tentativi di pace, l’uccisione continua anche oggi.
Anche con una forza di peacekeeping delle Nazioni Unite sul terreno, i Darfuri rimangono vulnerabili agli attacchi e continuano a verificarsi estreme violazioni ai diritti umani. Dal 2010, le Nazioni Unite hanno rilevato oltre 200 attacchi in Darfur.

Il GoS è il principale responsabile delle violenze contro i civili in Darfur. Il governo ha ostacolato le forze di peacekeeping delle Nazioni Unite, ha rifiutato di perseguire i funzionari accusati di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, ha bloccato gli aiuti internazionali, ha bombardato i civili, ha esteso i suoi attacchi ai villaggi oltre il Darfur.
Il continuo esodo di oltre due milioni di sfollati ha creato una perenne crisi umanitaria in Darfur. Le Nazioni Unite stimano che un altro milione di persone sono scappate dalle proprie dimore o sono state vittime di violenze negli stati di Abyei, Sud Kordofan, e Nilo Azzurro.
La comunità internazionale si è riunita per riportare l’attenzione del mondo sul Darfur un’altra volta – ora è tempo di entrare nuovamente in azione. Unisciti a noi nel chiedere alla comunità internazionale e alle Nazioni Unite di porre fine al bombardamento aereo e agli altri attacchi ai civili, di condannare la detenzione arbitraria e le violazioni dei diritti umani a Khartoum e ovunque; di fornire aiuto ai milioni di persone che stanno soffrendo; e di spingere per una giusta e duratura pace per il Darfur e per tutto il Sudan.

Prendi visione dell’informativa per la privacy e firma la petizione globale, promossa da Italians for Darfur con United to End Genocide.

“Come cittadini del mondo, preoccupati per quanto accade ancora in Sudan, chiediamo che vengano spese tutte le risorse a disposizione per portare alla fine la sofferenza del popolo del Darfur e delle altre aree del Sudan sotto attacco, compreso il Nilo Azzurro e il Sud Kordofan; per risolevere la crisi umanitaria; per assicurare i responsabili dei crimini contro l’umanità alla giustizia; per proteggere i deboli e garantire una pace giusta e stabile al Darfur e a tutto il Sudan”
FIRMA

Il 2013 sarà un anno che vedrà impegnate in prima linea organizzazioni come Amnesty International e star internazionali per riportare sotto i riflettori questa grave crisi dimenticata. E grazie all’associazione promotrice nel nostro Paese dell’azione di sensibilizzazione per i diritti umani in Sudan, parte una nuova campagna con testimonial d’eccezione come George Clooney, Monica Guerritore, Fiorella Mannoia e Negramaro.
Un video con foto, musica e parole che raccontano il dramma delle popolazioni del Sudan colpite da fame, malattia e bombardamenti accompagnati dal ritmo incalzante di “Giù le mani dagli occhi”, uno dei più importanti pezzi della band pugliese.

GUARDA E DIFFONDI I VIDEO:

DARFUR10 (1’06)

DARFUR10 (2’02)
Il video è firmato da Vittorio Ferrara, tv producer e regista di Rai e Mediaset, il quale ha saputo concentrare in poco più di un minuto l’essenza di questa crisi.br> La presentazione ufficiale, contestuale alla conferenza per il decennale dell’inizio del conflitto, che si avvale del Patrocinio del Senato della Repubblica, si è svolta nella biblioteca “Giovanni Spadolini, piazza della Minerva, il 20 febbraio scorso. La campagna Darfur 10 ha il sostegno della rete delle Giornaliste indipendenti libere e autonome (GiUliA) e di Articolo 21.
Nel corso della presentazione è stato illustrato il Rapporto 2013 sulla situazione della crisi ed è stata inaugurata la mostra “Volti e colori del Darfur” curata dall’africanista Antonella Napoli che ha ricevuto la Medaglia di Rappresentanza della Presidenza della Repubblica che resterà aperta al pubblico fino a sabato 24 febbraio.
A distanza di dieci anni dall’inizio del conflitto in Darfur, che ha lasciato sul campo 300mila morti e oltre due milioni di sfollati, la situazione nella regione rimane di grande instabilità, in quella che è stata definita la crisi umanitaria più dimenticata del mondo. In sole 48 ore, a metà gennaio, nell’area di Kebkabya – nord Darfur, sono andati distrutti 25 villaggi e 100mila persone costrette alla fuga.
Questo è quanto emerso dalla presentazione del Rapporto “Sudan, Darfur. Dieci anni di crisi”, redatto dall’associazione per i diritti umani Italians for Darfur Onlus.
“Le condizioni di vita degli sfollati assistiti nei campi profughi sono notevolmente peggiorate – ha sottolineato nel corso della presentazione del rapporto Antonella Napoli, giornalista e presidente di Italians for Darfur, rientrata di recente da una missione in Sudan. – Se Khartoum e le Nazioni Unite non riusciranno a colmare al più presto le lacune assistenziali che sia al Nord sia al Sud rendono indegna l’esistenza di quasi 2 milioni di sfollati, la situazione non potrà che deteriorarsi ulteriormente. Chiediamo al governo di permettere alle ong internazionali espulse di tornare nel paese. Se così non fosse, Italians for Darfur proseguirà la propria campagna di sensibilizzazione e di denuncia, ma anche di aiuto alle vittime del conflitto, in particolare i bambini, che maggiormente pagano per questa lunga e spaventosa crisi”.
Diffondi l’hashtag #Darfur10 su Twitter, segui il canale twitter di Italians for Darfur ONLUS.

Grazie.
ITALIANS FOR DARFUR ONLUS
www.italiansfordarfur.it  

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ITALIANS FOR DARFUR ONLUS e’ l’associazione per i diritti umani con sede a Roma, alla quale aderiscono giornalisti, artisti, educatori e operatori umanitari. Il costante impegno e la convinta partecipazione alla causa hanno permesso a Italians for Darfur di accreditarsi da subito presso le Istituzioni e i mezzi di informazione, promuovendo campagne di sensibilizzazione e informazione e progetti umanitari al fianco di organizzazioni locali.

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Quella gioia immensa dopo il dolore.

21 Settembre 2012 Nessun commento

Vivere nei paesi tumultuosi non è solo un avventura ma anche disperazione. Laggiù l’ esistenza è spesso appesa ad un filo.

Ma nonostante tutto il coraggio di andare avanti e la dignità possono ridarti una speranza anche dopo essere stata ferito da una mina o da un khalashnikov.

E’ proprio vero……..dopo la tempesta viene sempre il sole…….

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Si chiama Ridigul, ha trent’anni ed è stata ferita dall’esplosione di una mina nel distretto di Grishk. Il marito l’ha trasportata subito al nostro Posto di primo soccorso, dove i nostri infermieri l’hanno stabilizzata e trasferita in ambulanza al Centro chirurgico delle vittime di guerra di Lashkar-gah.

Fin qui sembra la cronaca di una “normale” giornata di lavoro a Lashkar-gah. Ma Ridigul è incinta di otto mesi e una delle tante schegge che l’hanno colpita si trova a pochi centimetri dal bambino.
Le facciamo un’ecografia prima di entrare in sala operatoria: il bambino è vivo.
I nostri chirurghi si preparano per una laparotomia e, inaspettatamente – questo è un Centro di chirurgia di guerra – un parto cesareo.

Durante l’operazione, in sala come in tutto l’ospedale, regna il silenzio: temiamo che il bambino abbia riportato dei danni. C’è anche un po’ di ansia: può sembrare strano, ma quando sei abituato a curare vittime di guerra tutti i giorni, un parto diventa un evento straordinario, quasi spiazzante.

A un certo punto, sentiamo un pianto percorrere i corridoi fino alle cucine. Non è un pianto di dolore, come spesso siamo abituati ad ascoltare in queste corsie, ma quello di una nuova vita.
Giorgia, come l’ha chiamata affettuosamente il nostro personale, sta bene ed è già attaccata al seno della sua mamma.

Scritto da Lorenzo, logista di Emergency in Afghanistan.

Per maggiori informazioni, donazioni e quant’ altro visita il sito di Emergency – http://www.emergency.it

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Layla, cerchiamo di salvarle la vita.

Layla Ibrahim Issa Jumul, 23 anni, sudanese, è stata condannata a

morte tramite lapidazione il 10 luglio 2012 dalla Corte Criminale di

Mayo, Khartoum, sulla base dell’Articolo 146 del Codice Penale

Sudanese del 1991. La ragazza, accusata di adulterio, è ora detenuta

nel carcere femminile di Omdurman, nei pressi della capitale sudanese,

con il figlio di sei mesi.

<http://3.bp.blogspot.com/-qgoDRpFf-sQ/UBllJad_sBI/AAAAAAAAC4I/mCUod3Dc7n4/s1600/bloody+stone.jpg>

Dopo il successo della mobilitazione internazionale contro la

lapidazione di Intisar Sharif Abdallah, rilasciata lo scorso luglio,

Amnesty International e Italians for Darfur ONLUS rilanciano la sfida

anche questa volta, chiedendo al governo sudanese che venga salvata la

vita della giovane madre e venga riformato il Codice Penale sudanese.

La lapidazione di Layla Ibrahim Issa Jumul è chiaramente in contrasto

con la stessa Costituzione sudanese che sancisce la non applicabilità

della sentenza per donne in stato di gravidanza e in allattamento. Il

processo sarebbe stato condotto in maniera iniqua, senza che la donna

abbia potuto avvalersi del proprio legale, in violazione dell’Articolo

135 del Criminal Procedure Act.

 

Ora si ripresenta l’occasione, dopo il successo delle trascorse

iniziative, di renderci tutti protagonisti nella corsa contro il tempo

per salvare la vita di Layla, donna e madre sudanese, condannata a

morte per lapidazione. Chi non ha già firmato il precedente appello

contro la lapidazione, lo può fare ora, subito.

 

Salva la vita di layla, firma qui

<http://www.italianblogsfordarfur.it/petizione/index.php>

 

Il successo della precedente iniziativa

 

Italians for Darfur lo scorso 12 giugno aveva lanciato una petizione

per chiedere la liberazione della giovane accusata di adulterio,

Intisar Sharif, obiettivo raggiunto grazie all’impegno delle

organizzazioni che l’hanno rilanciata, tra cui Giornaliste Unite

Libere Autonome, Articolo 21, Associazione delle donne migranti.

Intisar era detenuta in isolamento, con il suo bambino di 5 mesi dal

22 aprile, con l’accusa di adulterio e condannata senza rappresentanza

legale. La vicenda era stata denunciata da Human Rights Watch e

Amnesty International e rilanciata in Italia da Italians for Darfur

che insieme ad Amnesty Italia ha raccolto decine di migliaia di firme.

La notizia è stata confermata ufficialmente dagli avvocati difensori

della giovane donna e dai volontari di “Strategic Initiative for Women

in Horn of Africa” che hanno supportato Intisar e i suoi familiari

durante la detenzione. La giovane è stata rilasciata senza condizioni

e senza alcuna spesa ulteriore.

Salva la vita di layla, firma qui

<http://www.italianblogsfordarfur.it/petizione/index.php>

Nel triste anniversario le Madri di Srebrenica chiedono ancora giustizia.

  

L’ undici luglio di ogni anno al mausoleo di Potocari nel villaggio di Srebrenica in Bosnia si tiene una solenne e commovente cerimonia nella quale affluiscono decine di migliaia di persone da ogni parte del mondo per dare le esequie al continuo ritrovamento dei resti  del vergognoso genocidio avvenuto nel lontano 1995 durante la guerra dei Balcani.

Questa volta sarà dato dignità e sepoltura a 519 vittime, tra cui anche tre donne e sei adolescenti. Dopo 17 anni  giustizia non è stata ancora fatta e purtroppo è probabile che non lo sarà mai. 

Qui sotto ripropongo l’ articolo dell’ anno scorso a cui assistetti alla commemorazione. Lo scritto e le immagini sono parte di un capitolo del mio libro ” Personal Observations “.

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Srebrenica – Potocari, Bosnia Erzegovina, 11 Luglio 2011.

Sedici anni non bastano per alleviare il dolore. Nel giorno della commemorazione la Bosnia Erzegovina si stringe intorno ad altre 613 vittime che sono state pietosamente ricomposte e riconosciute tramite la scienza e i test del dna. Un lavoro complesso eseguito da antropologi forensi e che continua senza un attimo di sosta, con pochi mezzi a disposizione e senza sapere quando finirà.

Suljic Hazan Nedzad era nato nel 1975. E’ stato assassinato a soli venti anni ed è uno dei più giovani di questi ultimi ritrovamenti. La lapide con la mezzaluna porta la numero 451. Oggi sarebbe stato un adulto con una famiglia e un onesto lavoro. La madre siede mestamente davanti alla fossa in attesa che venga sotterrato.

Il suo viso è segnato da profonde rughe e dalla sofferenza che contrastano su un candido fazzoletto color crema il quale le raccoglie i candidi capelli bianchi. In quella che fu un aberrante strage ha perso pure il marito che venne trucidato con una raffica di mitra in un magazzino della borgata di Kravica dopo che aveva tentato di scappare attraverso i boschi. Lei assieme ad altri sfollati dei villaggi circostanti venne trasferita nella zona libera di Tuzla.

Alla fine dell’ anno scorso l’ Istituto Nazionale delle persone scomparse le ha comunicato che avevano ritrovato i resti dell’ unico figlio che aveva. Con voce interrotta da un pianto convulso, nelle frasi che mi vengono tradotte dall’ inviato del quotidiano Oslobodenje di Sarajevo, la donna ci racconta che il ragazzo fu preso durante un rastrellamento dei militanti serbi quando erano appena entrati nel centro abitato.

Da allora non ha saputo più niente, ma in tutto questo tempo nonostante la realtà fosse così evidente e tragica si è sempre illusa di riaverlo vivo. Conclude dicendoci che non conosce neppure la dinamica dell’ omicidio e che è possibile soltanto fare delle ipotesi. Fucilato, torturato, sgozzato con un coltello oppure ucciso in ginocchio con un vigliacco colpo di pistola alla nuca. Probabilmente resterà per sempre un atroce mistero.

Neanche il recente ma tardivo arresto dell’ ex Comandante militare Ratko Mladic, il boia dei Balcani, cancella la disperazione e il rancore che questo popolo si porta addosso. Proprio oggi le vedove di Srebrenica hanno usato toni duri e perentori contro quelli lo hanno preso. Sostengono che da tempo il governo serbo era perfettamente a conoscenza del luogo in cui Mladic si nascondeva e guarda caso la cattura è avvenuta nei giorni della visita a Belgrado di Catherine Aston, l’ Alto Rappresentante per gli Affari Esteri dell’ Unione Europea.

Le donne bosniache chiedono risarcimenti per le vite distrutte. Però, dopo oltre tre lustri sono ancora più di un migliaio i casi pendenti. Sebbene alcuni progressi siano stati fatti per tutelare i diritti umani, il piano di recupero fondi destinato alle famiglie degli scomparsi non è stato pienamente attuato e quindi le controversie rimangono insabbiate nella burocrazia.

E’ una giornata toccante, pregna di tristezza. La ricorrenza del genocidio assume una dimensione e un valore simbolico molto profondo. E’ inammissibile restare insensibili di fronte a queste scene, ma purtroppo nei prossimi anni il numero dei morti accertati salirà ancora. Molte bare saranno tumulate nuovamente perchè ulteriori fosse comuni secondarie sono state individuate tra le montagne e andranno ad aggiungersi alle migliaia di vittime che riposano dal 2003 nel memoriale di Potocari.

Sembra non finire mai il massacro di Srebrenica anche se nella regione c’ è un processo di stabilizzazione e in futuro la prospettiva di aderire nell’ Europa che conta. Resta però il fatto che tuttora vige una situazione temporale ma con le amministrative dell’ autunno 2012 molte cose sul piano legislativo potrebbero mutare poiché non sarà concesso lo statuto speciale e avranno diritto a votare soltanto gl’ effettivi residenti.

Tuttavia l’ annullamento dei valori, le metamorfosi politiche, la perdita dell’ identità culturale, la mancanza di opportunità lavorative e la scarsa volontà di ottemperare collaborazioni tra serbi e bosniaci hanno portato la piccola città alla decadenza.

Ovunque è tangibile un senso di vuoto e di afflizione. Volti diffidenti che celano un fondo oscuro mentre le nuove generazioni quando possono si trasferiscono altrove. Attualmente a Srebrenica vivono circa novemila persone che con il deserto dentro l’ anima restano attaccati alla loro terra e al passato.

Lo sterminio del 1995 è un capitolo così riprovevole che l’ Uomo ha saputo creare con l’ odio e l’ ostilità, armandosi di pesante artiglieria, granate e bombe, fino a mettere in atto una pulizia etnica con lo scopo di sopprimere qualsiasi avversario. Un annientamento che ha un evidente similarità con la pazzia del nazionalsocialismo.

Nonostante ciò in Serbia ancora adesso ci sono rigurgiti di negazionismo dovuti all’ importante sostegno della popolazione verso i partiti più radicali che nell’ elezioni politiche del 2007 ha visto registrare un consenso di quasi un terzo degli elettori.

La strada della riconciliazione è ancora lunga e il Parlamento di Belgrado soltanto quindici anni dopo la fine dei combattimenti ha chiesto ufficialmente scusa alle famiglie delle vittime, qualificando Srebrenica come un “ crimine di guerra “ e non come genocidio, rivendicando però che esistono anche dei delitti subiti dal popolo serbo. La dichiarazione è stata raggiunta dopo quasi tredici ore di acceso dibattito e risolta con una risicata approvazione grazie al voto dei democratici e socialisti.

Dopo quattro anni di lotta armata che coinvolse buona parte dei Balcani occidentali e causò quasi centomila morti con seicentomila profughi, gli episodi di Srebrenica furono decisivi per la svolta finale della guerra. La Storia è nota ma presenta ancora delle zone d’ ombra ed è per questo che ci deve essere di grande insegnamento senza scordare i diversi doveri dei paesi, il supporto spirituale della Chiesa ortodossa serba improntato al revanscismo e del ruolo che l’ Onu ebbe in tutta la vicenda.

I caschi blu delle compagnie Dutchbat guidati dal colonnello Thom Karremans assistettero impotenti e non intervennerro. Circostanze poco chiare avvennero in quei giorni fino al punto che la fanteria arrivò a stabilire rapporti molto amichevoli con i paramilitari serbi agli ordini di Ratko Mladic, un generale lucido e spietato che era diventato il braccio destro di Radovan Karadzic. Una festa a base di birra, allegria e scambio di regali prima di abbandonare la base al suo destino e che cominciasse il mattatoio. Tuttora restano gl’ interrogativi del perchè i soldati Onu furono lasciati senza un adeguata copertura aerea sebbene ci fossero stati diversi contatti con il comando operativo di Tuzla.

All’ inizio di luglio del 2011 la sentenza di un Tribunale della Corte di Appello di Amsterdam e che ha ribaltato la precedente del 2008, ha condannato lo stato olandese a risarcire alcuni mussulmani senza però specificarne un preciso indennizzo. Un verdetto sicuramente esemplare e per certi versi “ storico e coraggioso “, il quale ha reiterato la corresponsabilità di quella che doveva essere una missione a protezione dell’ enclave e sancisce la fine dell’ immunità, del garantismo e i privilegi che da sempre hanno avuto i Peacekeeper.

Se verrà confermata in via definitiva nel terzo grado di giudizio potrebbe aprirsi la prospettiva di intentare altre vertenze civili ma molte sono le perplessità che tuttociò possa succedere. E’ comunque una decisione utile a comprendere che nelle guerre sotto l’ egida di un organizzazione che dovrebbe cercare di mantenere la pace con la naturale equanimità, invece si nascondono interessi, finzioni, egoismi e tanto cinismo.

Dopo la fine del processo ancora una volta una volta si è riproposto il dibattito sull’ utilità e l’ efficenza delle Nazioni Unite nelle direttive e nei compiti che svolge. Per antinomia è una struttura che utilizza organici militari di altre nazioni e talora durante le operazioni è in disaccordo con i centri di potere politici.

Dignità ed esternazioni misericordiose squarciano il cielo durante la Salatul Janazah, la preghiera collettiva prima della sepoltura e che chiede la grazia dei defunti ad Allah. Le Madri di Srebrenica non vestono in luttuoso nero ma continuano a versare copiose lacrime sulle verdi bare dei congiunti. Il verde è il colore della speranza, della giovinezza, della Natura mentre per l’ Islam è il Paradiso nell’ ultimo viaggio e che consentirà allo spirito di evolversi.

Trentamila, forse quarantamila persone sono arrivate fin qui da ogni parte del mondo per non dimenticare e per continuare a volere giustizia e verità. Tante bandiere e una marcia della Pace che è partita due giorni prima dal villaggio di Nezuk ed ha ripercorso i luoghi della strage.

Sotto un torrido sole che sfiora i quaranta gradi non mancano gli svenimenti degl’ anziani intanto che fin dalle prime luci dell’ alba un’ imponente schieramento di poliziotti ha vigilato sulla sicurezza.

Il rumore di un interminabile fila di automobili ha infranto la quiete e i silenzi di questa rigogliosa valle, nella quale niente sarà più come prima.

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Buon compleanno ad Emergency assieme alla storia di Gekmatullah.

Il 15 maggio 1994 – 18 anni fa – nasceva Emergency, per curare le vittime, “anzi le vittime civili dei conflitti, perché crediamo che chi fa le guerre abbia, in ogni caso, pesanti responsabilità. Come si spiegherebbe altrimenti che i civili inermi rappresentano oggi più del novanta per cento delle vittime di ogni conflitto?”. Così spiegavamo le ragioni di Emergency sul primo numero del nostro trimestrale.

Diciotto anni dopo abbiamo curato gratuitamente oltre 4 milioni e mezzo di persone, vittime della guerra, delle mine antiuomo e della povertà. Abbiamo lavorato in 16 Paesi, aperto ospedali, centri pediatrici, centri di maternità, posti di primo soccorso, centri sanitari, centri di riabilitazione, poliambulatori, ambulatori mobili, un centro di cardiochirurgia.

Gekmatullah ha 12 anni. Abita lontano da Kabul, vicino al confine pakistano.

I suoi ricordi sono pochi e confusi: gli ultimi minuti a scuola, il percorso verso casa, un boato, le urla di altri ragazzini come lui, una nuvola di fumo, il forte dolore poi più nulla.

Lo abbiamo curato al nostro centro di Kabul. Gekmatullah ha l’omero sinistro fratturato e qualche bruciatura. Forse è stato un razzo, forse una mina. Di sicuro c’è solo che Gekmatullah è un’altra vittima di questa interminabile guerra.

Per donazioni, per visionare il lavoro dell’ associazione e per informazioni visita il sito – http://www.emergency.it

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Quelle storie lungo la strada tra Sulaimaniya e Penjween……

4 Maggio 2012 Commenti chiusi

Lungo la strada tra Sulaimaniya e Penjween, le botteghe artigiane dei nostri ex pazienti

Bakir Sadiq e Abubakar sono due nostri ex pazienti ora falegnami. Bakir ha 40 anni, è sposato e ha 7 figli. «Voglio arrivare alla dozzina», dice ridendo. Abubakar ha 24 anni. Hanno aperto la loro bottega dopo aver seguito uno dei nostri corsi di formazione professionale. «La gente comincia a conoscerci, gli affari vanno bene» dicono mentre lavorano per ultimare un armadio.

Sul lato opposto della strada si trova la bottega di Farhad, 24 anni. Quando aveva 4 anni, Farhad è stato ferito gravemente alla gamba per lo scoppio di una mina con la quale stava giocando: il padre l’aveva portata a casa ignorando cosa fosse veramente. Nel 2011 è venuto al nostro Centro di Sulaimaniya, gli abbiamo applicato una protesi e proposto un corso di formazione in sartoria. Dopo soli 6 mesi di attività è molto contento: confeziona tra i 40 e i 50 vestiti da uomo al mese, soprattutto vestiti tradizionali curdi.

Fuori da tutte queste botteghe è esposto con orgoglio il logo di Emergency: finiti i corsi aiutiamo i neodiplomati ad aprire la loro attività.
Molte si ingrandiscono nel tempo, come la falegnameria di Abdul Raheem, che ora dà lavoro anche a uno dei suoi figli.

Nameeq, 47 anni, ha subito l’amputazione della gamba sinistra – anche lui a causa di una mina – e ora lavora come fabbro. «Il lavoro va bene e guadagno bene: posso mantenere la mia famiglia, mia moglie e i miei sette figli» ci dice. Poi esce dalla bottega e torna poco dopo con il figlio più piccolo e un’anguria che ci offre a fette. «Grazie, grazie per tutto quello che avete fatto per me».

Per maggiori informazioni visita il sito http://www.emergency.it

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La convalescenza di Husabullah.

 

” Nella provincia di Baghlan, a 7 ore di macchina da Kabul, vive Husabullah. Husabullah, 14 anni, stava tornando a casa dalla lezione di inglese quando un gruppo di persone al bordo della strada ha attirato la sua attenzione: erano arrivati tutti per aiutare la vittima di una mina appena esplosa. Proprio mentre Husabullah si stava avvicinando è esplosa un’altra mina: fortunatamente il ragazzo era lontano, ma una scheggia lo ha comunque ferito al piede. Il padre di Husabullah lo ha subito portato a Kabul, al nostro ospedale. Ora Husabullah trascorre tranquillo la convalescenza in compagnia di altri ragazzi, vittime delle mine come lui, e del nostro personale sanitario che lo accudisce.”

Per maggiori informazioni, donazioni e altro visita il sito http://www.emergency.it 

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Notizie dall’ Helmand, South Afghanistan.

BOMBARDAMENTI IN HELMAND: EMERGENCY CHIEDE CHE I FERITI ABBIANO ACCESSO ALLE CURE.

Da alcuni giorni le forze Nato stanno bombardando il villaggio di Mirbandao, nella provincia di Helmand, nel Sud dell’Afghanistan.

Nella provincia, Emergency ha un ospedale per feriti di guerra a Lashkar-gah e tre Posti di primo soccorso.
Né l’ospedale, né il Posto di primo soccorso di Grishk, il più vicino alla zona dei bombardamenti, hanno ricevuto feriti.

Il nostro staff è stato informato dalla popolazione locale che l’area è completamente circondata e posti di blocco militari impediscono l’allontanamento dei feriti dalla zona dei combattimenti.

Tutto ciò costituisce un’aperta violazione del Diritto Umanitario Internazionale oltre a rappresentare un’offesa alla nostra coscienza civile.

Emergency chiede pertanto che venga aperto con la massima urgenza un corridoio umanitario per garantire l’evacuazione dei civili e il trasferimento dei feriti.

Per maggiori informazioni, donazioni, aiuti, visita il sito http://www.emergency.it   

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Una petizione per fermare il bagno di sangue in Siria.

Ogni giorno che passa la marcia di Bashar al-Assad per soffocare il movimento siriano pro-democrazia avanza e raggiunge nuovi livelli di orrore: bombardamenti di quartieri dove vivono civili innocenti, taglio dell’energia elettrica e delle linee telefoniche cosicché le famiglie non possono chiedere aiuto, blocco degli aiuti medici perché non curino i feriti. Ma finalmente c’è l’ombra della speranza che potrebbe mettere fine al terrore.

A fronte del fallimento del Consiglio di sicurezza dell’ONU della settimana scorsa, i vicini della Siria che fanno parte della Lega araba hanno preso le redini in mano. Hanno convocato altre potenze chiave in un vertice d’urgenza la prossima settimana in Tunisia, e Avaaz sarà al tavolo con il movimento siriano pro-democrazia per consegnare un mandato chiaro per agire ora.
Cogliamo questa opportunità per mettere fine al bagno di sangue ed evitare un altro compromesso annacquato che rinnovi ad Assad la licenza di uccidere il suo popolo. Soltanto se trasferiremo l’indignazione dell’opinione pubblica globale in una petizione da milioni di firme, potremo costringere i negoziatori ad agire ora per mettere fine a questa catastrofe umanitaria. Clicca sotto per firmare la petizione – sarà consegnata direttamente ai delegati al vertice:

http://www.avaaz.org 

I leader studenteschi e le madri che mese dopo mese hanno guidato le manifestazioni pacifiche per la libertà ora stanno fronteggiando la potenza dell’armata militare di Assad. Stanno chiedendo al mondo aiuto affinché la Primavera siriana non vada incontro a una morte orribile nelle strade di Homs, Hama e Idlib.
Finora la Lega araba e l’ONU hanno fallito nel fermare la mattanza. Ma la comunità internazionale sa che non può più rinviare l’azione. Non c’è alcuna panacea per fermare tutto questo, ma un mix di sanzioni mirate, azione umanitaria, sostegno all’opposizione per costituire un governo alternativo che unisca il popolo diviso in sette, e un piano per aiutare quelli che hanno paura del cambio del regime.
In situazioni come questa il livello d’indignazione pubblica può fare la differenza fra un’azione forte e una diplomazia inconcludente. Dimostriamo a quel vertice della prossima settimana la determinazione globale a salvare la Primavera siriana e fermare il bagno di sangue.

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Gulaly, una mina tra le gambe ma guarirà.

Dal Centro chirurgico di Kabul, Afghanistan.

Gulaly ha 13 anni. Non va a scuola e ogni mattina, insieme con la madre e un cugino, va a fare la legna.
Il 2 dicembre, nascosta tra i rami caduti, ha trovato anche una mina. L’esplosione le ha distrutto una gamba e ferito malamente l’altra.
Due mesi dopo l’intervento Gulaly ha iniziato a stare in piedi con un girello.

Appena le ferite saranno guarite, potrà finalmente tornare a casa.

Per donazioni, informazioni e attività dell’ associazione visita il sito http://www.emergency.it

 

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Port Sudan, arrivano i primi ricoveri.

Primi ricoveri al Centro pediatrico di Port Sudan: Yonis e Hadil

A fine dicembre abbiamo aperto il Centro pediatrico di Port Sudan, dove offriamo assistenza sanitaria gratuita ai bambini fino ai 14 anni. Nelle prime settimane di attività abbiamo visitato numerosi pazienti nei 3 ambulatori di cui è dotato il Centro; da domenica 22 gennaio abbiamo iniziato a ricoverare i pazienti più gravi.

Yonis ha 34 giorni e, a differenza del suo gemello, è debole e fortemente disidratato: capita frequentemente quando una madre si trova a doversi prendere cura di due bambini contemporaneamente.

Hadil è una bambina Beja – la tribù più numerosa nello stato del Red Sea, dove si trova il Centro. A 9 anni, Hadil pesa 8 chili: oltre alla grave malnutrizione, i nostri medici la stanno curando anche per una brutta polmonite.

Per maggiori informazioni, donazioni e quant’ altro visita il sito http://www.emergency.it

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Afghanistan, un nuovo posto di primo soccorso per la guerra.

Azra, il trentesimo posto di primo soccorso in Afghanistan.

Sabato 26 novembre ha iniziato le attività il Posto di primo soccorso (Fap – First aid post) di Azra, nella provincia di Logar, a 4 ore di macchina dalla capitale Kabul.

L’apertura di questo Fap è stata fortemente voluta dalle autorità locali e dalla popolazione: dal 25 giugno, giorno in cui un attentato suicida ha distrutto l’ospedale pubblico uccidendo 20 persone, non c’erano presidi sanitari nella zona.

Presso il Fap di Azra, il personale afgano formato da Emergency garantisce il Primo soccorso alle vittime della guerra e delle mine antiuomo, ai feriti da incidenti stradali e ai pazienti con traumi. I casi più gravi, che necessitano di un intervento, sono trasferiti in ambulanza al nostro Centro chirurgico per vittime di guerra a Kabul. Nei prossimi mesi, le attività del Fap verranno ampliate anche all’assistenza sanitaria di base.

Quello di Azra è il quarto Posto di primo soccorso aperto da Emergency in Afghanistan nel solo 2011. Come quelli di Maydan Shahr (nella provincia di Wardak), Garmsir e Sangin (nella provincia di Helmand), anche il Fap di Azra si trova in un’area dove gli scontri tra esercito afgano e talebani sono quotidiani.

Con l’apertura del Fap di Azra, diventano 30 i posti di primo soccorso 

gestiti da Emergency in Afghanistan.

Per maggiori informazioni visita il sito http://www.emergency.it

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