Archivio

Post Taggati ‘guerra’

Quattro anni dalla morte di Vittorio Arrigoni.

11 Aprile 2015 Commenti chiusi

Sono passati quattro anni dalla morte di Vittorio Arrigoni e la situazione in West Bank e nella Striscia di Gaza non è per niente migliorata. Una lunga scia di sangue continua imperterrita senza che la Comunità Internazionale riesca a trovare delle soluzioni adeguate in questa terra martoriata mentre tra arabi ed ebrei si convive, per così dire, senza esclusioni di colpi, barriere, occupazioni, attentati….

Un odio ininterrotto oramai domina la regione da lunghi anni e se il succedersi dei ” Grandi Uomini Politici ” non è servito a niente ci sono persone comuni che sul campo cercano di portare pace, solidarietà, aiuti umanitari e speranza. 

Come lo era Vittorio Arrigoni.

__________________

Ieri, 24 Aprile 2011, Bulciago, provincia di Lecco.

Tanta gente, occhi lucidi, scroscianti applausi, una lettera attaccata alla porta di entrata del palazzetto e scritta da un profugo arabo. Un ramoscello d’ ulivo appoggiato sulla bara accanto al kefiah e all’ amato capello nero mentre un coro di innocenti fanciulli canta Blowind in the wind e poi Bella Ciao.

Il mondo di Vittorio Arrigoni, dei giovani, dei numerosi amici ma anche una delegazione venuta dalla lontana Palestina e il vescovo di Gerusalemme.

E’ il testamento di Vik come volesse dire che le differenze tra i popoli, le contrapposizioni delle religioni si superano soltanto con l’ amicizia, la fraternità e l’ aiuto ai più deboli.

Il piccolo paese di Bulciago ha dato l’ estremo saluto al pacifista ucciso dai malvagi salafiti e che ha commosso l’ Italia, ma le bandiere tricolori sono state poche nel giorno del dolore.

Pace soltanto Pace e giustizia, sono le parole con una punta di polemica degl’ amministratori locali verso il Governo, per un ragazzo di soli 36 anni che ha pagato con un prezzo altissimo quelli che definiva i suoi sogni e gl’ ideali, talmente possenti da scegliere  la tormentata enclave di Gaza Strip come residenza stabile.

Ed è proprio quella terra che lo ha tradito. “ Restiamo umani “ era la firma con cui chiudeva ogni post del  blog ” Guerrilla Radio “, i reportage per il Manifesto, sicuramente scomodi a qualcuno poiché veritieri.

Adesso è difficile rimanere solidali dopo quello che abbiamo visto e soprattutto dopo anni di rancori, d’ Intifada, di razzi Qassam sulle città costiere, di occupazioni, barriere di cemento, carri armati e filo spinato, in un massacro che sembra non avere mai fine.

L’ International Solidarity Movement sezione Italia durante la cerimonia ha adagiato sul prato circostante tre grandi striscioni, i quali elencavano i 1414 morti ammazzati nella Striscia di Gaza.

Nella sintetica omelia della messa il sacerdote Don Roberto Crotta ha voluto ricordare Vittorio Arrigoni come un Uomo autentico, coraggioso per le scelte di vita e paladino della libertà, e che la sua utopia come qualcuno l’ ha definita in questi giorni sulla stampa, è invece una speranza che tutti noi desideriamo che non rimanga vana.

_______________________

Il feretro di Vittorio Arrigoni sul tappeto della cerimonia -Immagine di Gianluca Fiesoli.

Quando si dice la fotografia e il coraggio……..

13 Febbraio 2015 Commenti chiusi

Che a monte della fotografia ci sia una passione interna è noto per i professionisti e i dilettanti. In questo caso la differenza tra le  due categorie non è molta.

Al cuore e allo scatto……. non si comanda. Soprattutto quando vivi e operi nella Striscia di Gaza o in luoghi simili e tumultuosi.

Lo dice uno che ci è stato diverse volte. In questi luoghi devi avere e dare un qualcosa in più…..e non si tratta certamente di guadagno e nemmeno di notorietà se poi puoi rimetterci in taluni casi anche la pelle.

Questa breve storia, raccontata dal Corriere della Sera -  http://sociale.corriere.it/io-reporter-torno-a-fotografare-sulla-striscia-di-gaza-in-sedia-a-rotelle/  ha certamente, oltre i dettagli e la notizia, un suo profondo significato.

Articolo a firma di Paola Arosio – tutti i diritti sono riservati.

_____________

«Io, reporter, torno a fotografare sulla Striscia di Gaza in sedia a rotelle»

di Paola Arosio

In primo piano c’è una donna col capo coperto, intenta a scappare mentre dal cielo piovono schegge di morte. Sullo sfondo cumuli di macerie a perdita d’occhio, deserto di solitudine e distruzione. Questa è una delle foto scattate a Gaza da Momen Faiz, giovane fotografo palestinese costretto su una sedia a rotelle dopo che, nel 2008, i proiettili israeliani gli hanno portato via le gambe.

«È successo mentre ero in servizio», racconta. «Indossavo un cappello e un giubbotto con la scritta “stampa”. Mi ero appostato per fotografare la frontiera chiusa, che impediva il passaggio delle merci necessarie a festeggiare la Id al-Adha, la tradizionale festa islamica del sacrificio».

Di colpo frastuono, sangue, poi più nulla. Momen non può più camminare, resta invalido per sempre.

Una vita, la sua, che non è mai stata facile. Orfano di padre, è il più piccolo di sette fratelli. Nonostante le tante bocche da sfamare, sua madre crede nel valore dell’istruzione: Momen si iscrive alla facoltà di Giornalismo e media, anche se l’incidente blocca il suo percorso.

Si ferma, ma non si arrende. «Dopo quell’attacco la mia vita è cambiata», spiega, «ma io ho scelto di continuare il mio lavoro». Così ogni mattina esce di casa con la macchina fotografica per immortalare la tragedia che travolge Gaza. Ovunque strazio e macerie.

Tornare sui campi di battaglia non è facile per chi ha subito un trauma come il suo. C’è la disabilità, c’è la paura. Ma c’è anche la voglia di continuare a essere un fotoreporter, di documentare crimini e massacri, perché sia i contemporanei che i posteri ne abbiano memoria. Chi crede ancora che esistano guerre giuste dovrebbe conoscerlo di persona o almeno parlarci mezz’ora al telefono. Dovrebbe guardare le sue foto, un grande, pacifico manifesto contro tutte le guerre.

_____________________

ROBERT CAPA IN ITALIA 1943 – 1944.

27 Gennaio 2015 Commenti chiusi

ROBERT CAPA IN ITALIA

1943 – 1944

30 gennaio –26 aprile 2015

stampa giovedì 29 gennaio ore 12

inaugurazione giovedì 29 gennaio ore 18

Spazio Oberdan, Milano

Dopo il successo di Roma, Firenze e Genova arriva allo Spazio Oberdan di Milano la mostra dedicata al grande fotoreporter di guerra Robert Capa, che racconta gli anni della seconda guerra mondiale in Italia.

Per iniziativa della Provincia di Milano, della Fratelli Alinari Fondazione per la Storia della Fotografia e del Museo Nazionale Ungherese di Budapest, con il patrocinio del Comune di Milano, la mostra, dal titolo ROBERT CAPA IN ITALIA presenta 78 immagini in bianco e nero scattate nel biennio 1943 – 44.

“La Provincia di Milano è lieta e oltremodo orgogliosa di ospitare una mostra di eccezionale prestigio, dedicata al celeberrimo pioniere del fotogiornalismo di guerra del ventesimo secolo Robert Capa. Un emblema dell’Arte della Fotografia di guerra, che ha saputo avvicinare intere generazioni ai suoi scatti memorabili ripudiando, nella sua totale accezione, il concetto di guerra.”  Evidenzia l’Assessore alla Cultura della Provincia di Milano – Novo Umberto Maerna.

L’esposizione è curata da Beatrix Lengyel e promossa dal Ministero delle Risorse Umane d’Ungheria e dal Consolato Generale di Ungheria di Milano.

Considerato da alcuni il padre del fotogiornalismo, da altri colui che al fotogiornalismo ha dato una nuova veste e una nuova direzione, Robert Capa (Budapest, 1913 – Thái Binh, Vietnam, 1954) pur non essendo un soldato, visse la maggior parte della sua vita sui campi di battaglia, vicino alla scena, spesso al dolore, a documentare i fatti: “se le tue fotografie non sono all’altezza, non eri abbastanza vicino”, ha confessato più volte.

In oltre vent’anni di attività ha seguito i cinque maggiori conflitti mondiali: la guerra civile spagnola, la guerra sino-giapponese, la seconda guerra mondiale, la guerra arabo-israeliana del 1948 e la prima guerra d’Indocina.
A settanta anni di distanza, la mostra racconta lo sbarco degli Alleati in Italia con una selezione di fotografie provenienti dalla serie Robert Capa Master Selection III conservata a Budapest e acquisita dal Museo Nazionale Ungherese tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009. La serie, composta da 937 fotografie scattate da Capa in 23 paesi di 4 continenti, è una delle tre Master Selection realizzate da Cornell, fratello di Robert Capa, anch’egli fotografo, e da Richard Whelan, biografo di Capa, all’inizio degli anni Novanta e oggi conservate a New York, Tokyo e Budapest. Le serie, identiche tra loro e denominate Master Selection I, II e III, provengono dalla collezione dell’International Center of Photography di New York, dove è conservata l’eredità di Capa.

Esiliato dall’Ungheria nel 1931, Robert Capa inizia la sua attività di fotoreporter a Berlino e diventa famoso per le sue fotografie scattate durante la guerra civile spagnola tra il 1936 il 1939. Quando arriva in Italia come corrispondente di guerra, ritrae la vita dei soldati e dei civili, dallo sbarco in Sicilia fino ad Anzio: un viaggio fotografico, con scatti che vanno dal luglio 1943 al febbraio 1944 per rivelare, con un’umanità priva di retorica, le tante facce della guerra spingendosi fin dentro il cuore del conflitto.

Le immagini colpiscono ancora oggi per la loro immediatezza e per l’empatia che scatenano in chi le guarda. Lo spiega perfettamente John Steinbeck in occasione della pubblicazione commemorativa di alcune fotografie di Robert Capa “Capa sapeva cosa cercare e cosa farne

dopo averlo trovato. Sapeva, ad esempio, che non si può ritrarre la guerra, perché è soprattutto un’emozione. Ma lui è riuscito a fotografare quell’emozione conoscendola da vicino”.

Ed è così che Capa racconta la resa di Palermo, la posta centrale di Napoli distrutta da una bomba ad orologeria o il funerale delle giovanissime vittime delle famose Quattro Giornate di Napoli. E ancora, vicino a Montecassino, la gente che fugge dalle montagne dove impazzano i combattimenti e i soldati alleati accolti a Monreale dalla gente o in perlustrazione in campi opachi di fumo, fermo immagine di una guerra dove cercano – nelle brevi pause – anche il recupero di brandelli di umanità.

Le settantotto fotografie esposte a Spazio Oberdan mostrano una guerra fatta di gente comune, di piccoli paesi uguali in tutto il mondo ridotti in macerie, di soldati e civili, vittime di una stessa strage. L’obiettivo di Robert Capa tratta tutti con la stessa solidarietà, fermando la paura, l’attesa, l’attimo prima dello sparo, il riposo, la speranza.

Così Ernest Hemingway, nel ricordare la scomparsa, descrive il fotografo: ? stato un buon amico e un grande e coraggiosissimo fotografo. Era talmente vivo che uno deve mettercela tutta per pensarlo morto”.

Accompagna la mostra un catalogo con testi di Beatrix Lengyel, Ilona Stemlerné Balog, Éva Fisli e Luigi Tomassini, bilingue italiano/inglese, di 192 pagine e 80 fotografie. E’ una coedizione Museo Nazionale Ungherese di Budapest e Fratelli Alinari, Fondazione per la Storia della Fotografia, prezzo di copertina 35 euro, prezzo speciale in mostra 30€.

Sede : Spazio Oberdan – Milano

Data: 30 gennaio –26 aprile 2015

Orari : 10-19.30

chiuso lunedì

aperta il giorno di Pasqua, il Lunedì dell’Angelo e il 25 aprile

Biglietti: € 8,00 intero – € 6,50 ridotto per gruppi di almeno 15 persone, visitatori oltre i 65 anni, minori da 6 a 18 anni, studenti fino a 25 anni, titolari di apposite convenzioni e coupon - € 3,50 ridotto speciale per scuole - Ingresso gratuito per minori di 6 anni, portatori di handicap e accompagnatori, giornalisti, guide turistiche, un accompagnatore per gruppo, due insegnanti accompagnatori per classe. Prenotazioni al numero 0277406300.

Informazioni al pubblico

Provincia di Milano/Spazio Oberdan, tel. 02 774063.02; www.provincia.milano.it/cultura

Uffici stampa:

-  Alinari/Valeria Cossu. 055

press@alinari.it

- Provincia di Milano/Cultura – tel.02 774063.58

p.merisio@provincia.milano.it

ROBERT CAPA IN ITALIA

 Mostra a cura di:

Beatrix Lengyel

Direzione e produzione:

Museo Nazionale Ungherese

Direttore generale: László Csorba

Vice direttore finanziario: Attila Zsurki

Organizzazione:

Fratelli Alinari Fondazione

Presidente: Claudio de Polo

Coordinamento:Valeria Cossu

Progetto grafico:

Andrea Bak

Filippo Corretti Design

Traduzioni:

Katalin Bognár, Maurizio Ceccarelli,

Lilla Zsófia Cseh, Christopher Ryan

Collaboratori:

Andrea Bitainé Kovács, Dóra Csordás,

Éva Fisli, Ákos Marosfalvi,

Gyula Miklovics, Edit Miszlai,

József Ormos, János Pataki,

Zita Sor, László Tokai, Anna Váradi

Cornici: SZS Dekor Bt.

Assicurazione: Uniqua Insurance Company

Trasporti: Hungart Logistic Ltd.

Fotografie: Robert Capa ©International Center of Photography/Magnum

Collezione del Museo Nazionale Ungherese

Testi in mostra tratti dal volume:

Robert Capa, Leggermente fuori fuoco,

traduz. P. Berengo Gardin, Ed. Contrasto

Robert Capa, Slightly Out of Focus, Henry Holt Company, New York, 1947

Si rigrazia per la gentile collaborazione:

Robert Koch e Alessandra Mauro, Contrasto

Dorottya Batik e Tommaso Goli, Università di  Firenze

________

Free via Skype

L’ Afghanistan ritorna a votare, ma le cose non cambieranno.

In un periodo, quello di Obama, dove l’ America e suoi alleati negl’ ultimi anni hanno deciso di regredire gli sforzi in territori stranieri, proprio In queste ore l’ Afghanistan vota il nuovo Presidente.

Le speranze di una pace stabile sono pressoché minime. La situazione è tuttora molto pericolosa, il terrorismo continua, le recenti leggi attuate sono poco attendibili e non vengono rispettate, mentre tra i vari raggruppamenti locali ci sono conflitti e odi profondi. 

Al di là delle belle parole che la politica internazionale vorrebbe farci credere la realtà in questi luoghi è tutta ben diversa e i numeri da sempre sono incontrovertibili.

Come ci spiega Emergency nelle consuete news che provengono da chi opera sul campo.

______________________

«Abbiamo fatto il possibile, ma con immenso dispiacere vi devo purtroppo comunicare che Mohammad Dhullah, il bambino di 7 mesi ricoverato tre settimane fa a Kabul, non ce l’ha fatta».
Diamo il massimo per cercare di curare ogni paziente, tutti i giorni, tutto il giorno. Purtroppo, però, non riusciamo a salvarli tutti: ci sono pazienti che arrivano da noi in condizioni troppo critiche, ferite che hanno un altissimo rischio di complicazioni.

Il proiettile che aveva colpito Mohammad Dhullah mentre era in braccio alla madre aveva leso la colonna lombare, provocando una fuoriuscita di liquido spinale. Nonostante le cure dei giorni passati, Mohammad Dhullah non ha resistito all’infezione.

Mohammad Dhullah, 7 mesi, è una vittima della guerra in Afghanistan.

Sabato, il 5 aprile, i cittadini afgani voteranno il nuovo Presidente del Paese. Nell’anno del ritiro delle truppe della coalizione internazionale queste elezioni sono un momento cruciale. L’augurio è che segnino l’inizio di una nuova fase per la storia del Paese, ma i fatti sono poco incoraggianti: i pazienti ricoverati negli ospedali di Emergency per ferite di guerra sono in continuo aumento. Nei primi due mesi del 2014 il loro numero è cresciuto del 36% rispetto allo stesso periodo del 2013, del 90% rispetto al 2012. Come sempre, una vittima su tre è un bambino.

 

Immagina di ferirti al braccio: un taglio profondo o una frattura all’osso.
Immagina di non poter uscire per chiedere aiuto o cure per ore. Per una notte intera, per esempio.
Immagina che l’ospedale più vicino sia distante ore e che la strada per raggiungerlo sia sconnessa e insicura.
Immagina di non avere nemmeno un mezzo di trasporto per raggiungerlo.
È un incubo, vero?

Ecco, questa è la realtà quotidiana in molti villaggi dell’Afghanistan. L’uomo nella foto è N., 30 anni, ferito a braccio, mano e ginocchio durante un bombardamento. Nonostante avesse bisogno di cure, ha dovuto aspettare una notte intera prima di muoversi: tanto è andata avanti l’operazione militare. Solo al mattino ha potuto raggiungere il Posto di primo soccorso (FAP) di Emergency a Urmuz, dove l’abbiamo stabilizzato e poi trasportato in ambulanza al nostro ospedale di Lashkar-gah per essere operato.

È proprio per aiutare le persone come N., abitanti di villaggi isolati e lontani da qualsiasi struttura sanitaria, che in Afghanistan abbiamo creato – e stiamo ampliando – una rete di FAP dislocati su tutto il territorio, dotati di ambulanze e collegati ai nostri ospedali. Per dare tempestivamente le prime cure, per offrire un trasporto sicuro verso i nostri ospedali, per garantire a tutti il diritto a ricevere assistenza quando ne hanno bisogno.

News da Bangui……

Ieri a Bangui la nuova presidente della Repubblica Centrafricana ha prestato giuramento, ma la situazione nel Paese rimane molto difficile: i combattimenti proseguono sia nei quartieri della capitale sia fuori città.

La forte insicurezza limita gli spostamenti anche per il nostro staff, ma abbiamo comunque continuato a essere presenti tra gli sfollati del PK13, dove offriamo cure gratuite ai bambini. Nei giorni scorsi abbiamo lavorato anche al campo dei profughi ciadiani dove – oltre a garantire le cure pediatriche – abbiamo fatto vaccinazioni contro il morbillo e la poliomielite. Anche se, con il rimpatrio di molte famiglie, il campo si sta svuotando, le condizioni igieniche rimangono terribili: la mancanza di acqua, di servizi igienici e di un luogo dove ripararsi durante la notte sono la causa di infezioni gastrointestinali e alle vie respiratorie.

I letti del Centro pediatrico e del Complexe pédiatrique sono sempre tutti occupati: la scorsa settimana dalle province sono arrivati 7 bambini feriti da arma da fuoco e da machete. Il nostro team sta continuando a lavorare anche per dare assistenza alle urgenze chirurgiche che arrivano da Bangui e da tutta l’area intorno alla città.

Secondo i dati delle agenzie internazionali, i profughi della guerra in Repubblica Centrafricana sono quasi un milione su una popolazione di 4 milioni e seicentomila persone. Molti hanno trovato rifugio nei campi sorti intorno a Bangui, la capitale; alcuni – soprattutto gli stranieri – stanno cercando di lasciare il Paese.

Vicino all’aeroporto, separato dal campo principale, c’è un accampamento di alcune migliaia di civili ciadiani in attesa del rimpatrio. In un grande spiazzo sterrato, occupato da aerei dismessi, ci sono persone accampate ovunque tra cartoni e teli di plastica, senza acqua, senza servizi igienici. Aspettano qui da una ventina di giorni senza nessun genere di assistenza, neanche quella sanitaria: siamo i primi medici a entrare nel campo.

Cerchiamo riparo dal sole sotto l’ala di un aereo e iniziamo le visite. Le condizioni di vita all’interno del campo hanno favorito la diffusione di infezioni della pelle e un’epidemia di gastroenterite, riscontriamo patologie da raffreddamento, per ora non gravi, e casi di malaria. Alle quattro dobbiamo lasciare il campo per rispettare il coprifuoco: torneremo domani.
Ieri Arthur è tornato a casa. È arrivato in ospedale accompagnato da un ragazzo che lo aveva trovato in strada, ferito e in stato di incoscienza.
Si è ripreso velocemente dopo l’operazione, ma non potevamo dimetterlo: non sapevamo chi fossero i suoi genitori, né se erano ancora vivi.
Dopo 15 giorni, un membro del nostro staff nazionale ha sentito alla radio l’appello di una madre che cercava il figlio disperso: la descrizione e il nome non lasciavano dubbi, si trattava proprio di Arthur. L’abbiamo rintracciata, rassicurandola sulle condizioni del ragazzo: tra pianti di gioia e ringraziamenti la famiglia si è riunita poco dopo.
In un Paese dove una persona su cinque ha dovuto fuggire dalla propria casa, non abbiamo potuto fare a meno di pensare a quante altre famiglie stanno ancora cercando di ritrovarsi.

Ombretta e Vittoria coordinatrice e pediatra delle attività di Emergency in Repubblica Centrafricana.

Per maggiori informazioni visita il sito http://www.emergency.it

____________

Un convegno sull’ infanzia rubata.

L’INFANZIA RUBATA Lo sfruttamento militare dei bambini Ieri E Oggi.

Giovedì 28 novembre 2013 ore 16,00 – 20,00 Camera dei Deputati, Sala delle Colonne, Via Poli 18 – Roma.

Ore 16:00 PROIEZIONE DEL FILM “I FIGLI DELLA GUERRA”* (Messico,

2004) Regia: Luis Mandoki Sceneggiatura: Oscar Torres Durata: 120’

Ore 18:00 DIBATTITO Apertura: Beatrice Lorenzin, Ministro della Salute

Intervengono: Eugenia Roccella, Vicepresidente Commissione Affari Sociali Oscar Torres, Scrittore e sceneggiatore del film “I Figli della Guerra” Akwasi Yadom Adarkwah, Presidente del Mother Child Ravera Center, “Family Homes Movement”, Sierra Leone Antonella Napoli, Giornalista, Presidente di “Italians for Darfur” ONLUS Modera e conclude: Fiamma Nirenstein, Giornalista e scrittrice, Presidente di Summit

*Il film si basa sull’infanzia dello scrittore Oscar Orlando Torres, che sarà presente al convegno. Anni ’80, El Salvador: infuria la guerra civile. Indebolito da due anni di scontri, l’esercito è costretto a rifornire le sue fila con i giovani figli della nazione, di solito rapiti negli assalti ai villaggi. Una storia di formazione sullo sfondo di una tragedia collettiva. Si ringrazia Lionsgate, titolare dei diritti internazionali del film, per la gentile concessione della pellicola.

E’ prevista traduzione simultanea inglese-italiano-inglese

E’ necessario accreditarsi: Tel: 06-67605244, cell. 393 805 8906 email:

summitinformation@gmail.com

N. B. Per gli uomini è obbligatorio indossare la giacca

 

________________________

LA GUERRA VISTA DAGLI OCCHI DI UN BAMBINO…..

Bilal, 8 anni, stava giocando con gli amici nei pressi di casa sua nella provincia di Kapisa, in Afghanistan, quando lì vicino sono scoppiati dei combattimenti.

Una granata “vagante” è esplosa a meno di un metro da lui ferendolo. Urla, terrore, disperazione, poi l’ambulanza e l’arrivo al nostro ospedale di Anabah, le cure.

Durante il ricovero Bilal fa molti disegni. Un giorno me ne mostra uno, tutto orgoglioso. L’ha fatto con un’innocenza spiazzante, mostrando una fila di macchine prese d’assalto da aerei che bombardano e soldati che sparano con i mitragliatori.

Mi sorride: a lui è andata bene, la granata che lo ha colpito gli ha “solo” spezzato una gamba.

Il suo compagno di stanza Wazibullah, invece, è stato ferito da un colpo di Kalashnikov alla schiena: lui si è salvato, ma non ce l’ha fatta il suo amico, un bambino con gli occhi verdi e l’aria spaventata, a cui ho stretto la mano per un’ora in attesa che lo operassero.

Dall’ospedale di Emergency ad Anabah, Afghanistan.

Per donazioni, tesseramento, informazioni visita il sito http://www.emergency.it

_________________________

 

Uno dei disegni fatti da Bilal

Rep. Centrafricana: situazione instabile.

Dopo un periodo di relativa tranquillità, a Bangui la situazione è tornata a essere molto instabile. L’insicurezza per la popolazione è palpabile e in città girano moltissimi militari e persone armate. Violenza, furti e rapine sono all’ordine del giorno.

Il nostro personale non ha mai smesso di lavorare, nemmeno nei giorni più caldi del colpo di stato a fine marzo, presso il nostro Centro pediatrico e presso il Complexe pédiatrique dove offre cure chirurgiche.

Tra le conseguenze dell’instabilità degli ultimi mesi c’è un peggioramento della salute della popolazione che tocchiamo con mano ogni giorno. L’impoverimento ha fatto aumentare notevolmente i casi di denutrizione; in più, per la paura di affrontare viaggi lunghi per raggiungere l’ospedale, molti non vengono da noi se non quando la malattia è ormai in stato avanzato.

Per donazioni e informazioni visita il sito http://www.emergency.it

_______________

Balcani, terre ignote e guerre incomprese. 1991 -2013

 

Balcani, terre ignote e guerre incomprese. 1991 -2013

Venerdì 4 ottobre ore 17

Associazione Culturale “IL CHIASSINO”

Piazza del Plebiscito, 21

56041 Castelnuovo di Val di Cecina

Cell. 331 1101172 – Per maggiori informazioni

http://www.chiassino.it/

Conferenza e confronto con:

Claudio Gherardini – giornalista indipendente

Simone Malavolti

Dottore di ricerca in Storia contemporanea specializzato in Storia dei Balcani
occidentali, lavora per l’Associazione Trentino con i Balcani.

Durante l’incontro sarà proiettato il video:

Personal (hi)stories è una video-inchiesta che raccoglie le testimonianze di
chi ha deciso di raccontarsi, un’opportunità per chi non vuole che le memorie
rimangano e si perdano tra le mura domestiche, uno strumento di ascolto,
raccolta e valorizzazione di testimonianze.

 

_________________

 

52 feriti e un premio per l’ architettura.

13 Settembre 2013 Nessun commento

Domenica 8 settembre, Maydan Shahr, Afghanistan.

Al nostro Posto di primo soccorso (Fap) sono arrivate 52 persone, tutte rimaste ferite nell’attentato contro la sede dei servizi segreti in città.

L’esplosione ha danneggiato anche l’ospedale pubblico, ferendo 20 pazienti già ricoverati.

Dei feriti arrivati al nostro Fap, 32 sono stati trasferiti con le nostre ambulanze al Centro chirurgico di Kabul.

 

Venerdì 6 settembre, il Centro Salam di cardiochirurgia di Khartoum (Sudan) ha vinto l’Aga Khan Award for Architecture, uno dei più prestigiosi premi di architettura.

«Scandalosamente bello» era stato il mandato, molto sintetico, consegnato agli architetti: volevamo che quell’ospedale fosse soprattutto un luogo “ospitale”, dove la bellezza, il rispetto e l’affermazione della dignità della persona fossero una parte integrante della cura.

In questi anni il Centro Salam è stato un luogo “ospitale” per oltre 46 mila persone, con quasi 5.000 interventi a cuore aperto e 1.200 in emodinamica. Emergency aveva già ricevuto il suo premio.

Per maggiori informazioni e donazioni visita il sito http://www.emergency.it

________________

 

 

IL “RECORD” CHE NON VORREMMO BATTERE

“Tra gennaio e luglio, i nostri ospedali di Lashkar-gah e Kabul hanno registrato un aumento del 55% di ammissioni di feriti di guerra rispetto al 2012, del 70% rispetto al 2011.
Nell’ospedale di Lashkar-gah l’incremento è stato del 90% rispetto al 2012 e del 111% rispetto al 2011″.

Emanuele, coordinatore del Programma Afghanistan

Forse ti sembrerà di aver già letto questa e-mail: i combattimenti in Afghanistan che si intensificano, i feriti che aumentano, i nostri ospedali pieni. Quante volte abbiamo parlato, negli ultimi anni, di “record” di feriti di guerra, un “record” che faremmo volentieri a meno di battere?

Per far fronte all’aumento del numero dei feriti, negli ultimi mesi abbiamo potenziato la nostra presenza in Afghanistan avviando nuovi Posti di primo soccorso, per essere presenti in modo ancora più capillare sul territorio e per garantire ai pazienti più gravi un trasferimento rapido e sicuro verso i nostri ospedali. Abbiamo offerto cure tempestive, gratuite e di qualità a bambini, donne, uomini, vittime di un conflitto che non accenna a fermarsi.

Continueremo a farlo finché sarà necessario: in Afghanistan c’è bisogno di Emergency e del tuo aiuto.

http://www.emergency.it

__________

«DOBBIAMO PORRE FINE ALLA RAZZA UMANA OPPURE L’UMANITÀ DOVRÀ RINUNCIARE ALLA GUERRA?»

«Questo dunque è il problema che vi presentiamo, netto, terribile e inevitabile: dobbiamo porre fine alla razza umana oppure l’umanità dovrà rinunciare alla guerra?»
Lo scrivevano Bertrand Russell e Albert Einstein nel 1955.

Sono passati quasi sessant’anni, ma l’umanità non ha ancora rinunciato alla guerra. Anzi, ancora una volta, viene presentata come l’unica opzione possibile per mettere fine a un conflitto.
Non lo è. L’abbiamo visto con i nostri occhi in Iraq, in Afghanistan, in Libia: le guerre “per la pace” hanno solo alimentato altra violenza e in questi Paesi i civili continuano a morire, ogni giorno.

Ai morti già causati dalla guerra in Siria se ne aggiungeranno altri, perché scegliere le armi oggi significa decidere sempre, consapevolmente, di colpire la popolazione civile: nei conflitti contemporanei il 90% delle vittime sono sempre bambini, donne e uomini inermi.
Centinaia di migliaia di persone hanno già abbandonato la Siria per cercare rifugio nei Paesi vicini. Li abbiamo incontrati anche in Sicilia, dove i nostri medici stanno garantendo le prime cure ai profughi che stanno sbarcando sulle coste di Siracusa.

In tutti questi anni abbiamo visto che la guerra è sempre l’opzione più disumana, e inutile.
Chiediamo che l’Italia rifiuti l’intervento armato e si impegni invece per chiedere alla comunità degli Stati l’immediato intervento diplomatico, l’unica soluzione ammissibile secondo il diritto internazionale, l’unica in grado di costruire un processo di pace che abbia come primo obiettivo la tutela della popolazione siriana, già vittima della guerra civile.

L’umanità può ancora decidere di rinunciare alla guerra: difendere e praticare i diritti umani fondamentali è l’unico modo per costruire le basi per una convivenza pacifica tra i popoli.

Per donazioni, aiuti e sostegno contro ogni tipo di guerra visita il sito http://www.emergency.it

_______________

Quando il calcio batte la guerra.

Ci sono voluti ben dieci anni per fare ritornare il calcio internazionale a Kabul.

La nazionale afghana ha battuto con un secco tre a zero il Pakistan, in un amichevole giocata a buoni ritmi e con spunti tecnici interessanti. Naturalmente considerata la levatura degl’ atleti in campo.

Al match hanno assistito circa cinquemila spettatori e  non si  sono registrati incidenti.

Nonostante i problemi, gli attentati, l’ occupazione militare straniera e gli scontri che tuttora sono in atto in alcune province, lo sport  come sempre è riuscito a dare un messaggio di pace e una flebile speranza in un paese che da decenni è martoriato dall’ odio e dal caos.

____________

Mabin……un proiettile nella pancia.

Mabin è incinta di 5 mesi. Era a casa sua a Musa Qala – nel sud dell’Afghanistan – quando lì vicino sono iniziati i combattimenti.

Mabin è uscita per chiamare due sue figlie che erano fuori casa: aveva paura che rimanessero coinvolte nei combattimenti.

Appena fuori dalla porta, è stata colpita alla pancia da un proiettile vagante.

I suoi familiari l’hanno subito portata al nostro Posto di primo soccorso nel villaggio.

L’abbiamo stabilizzata e trasferita al nostro ospedale per vittime di guerra a Lashkar-gah, dove l’abbiamo operata.

Ora Mabin e il suo bambino stanno bene.

Per maggiori informazioni, donazioni, lasciti e conoscere l’ operato dell’ associazione visita http://www.emergency.it  

________________

Sangin, quella lotta quotidiana per salvare vite umane.

Un posto di primo soccorso in paesi difficili e convulsi è sempre di fondamentale importanza e generalmente è più a rischio di un attrezzato ospedale che si trova nella capitale, il quale talvolta e a secondo dei casi può contare su una maggiore protezione.

Ma proprio questo lavoro, di First Aid, di urgenza può dipendere il salvataggio di una vita e quindi deve essere svolto con grande coscienza, professionalità e tempestività.

Capire la gravità di un ferito oppure assisterlo nella corsa verso  un centro attrezzato è un opera che tutti noi dovremmo tenere in considerazione. 

La guerra in Afghanistan continua come prosegue la lunghissima scia di morti ( anche italiani ). La fine del conflitto, nonostante i tentativi di accordi e l’ occupazione degl’ occidentali, è ancora molto lontana ma ogni giorno volontari, medici, infermieri lottano pacificamente per arginarla.  

___________________

Nooor Ahmad, maschio, 5 anni. Zagroti,
femmina, 16 anni. Abdul Buki, maschio, 45 anni. Khadigah, femmina, 15 anni.
Razia, femmina, 25 anni. Abdullah, maschio, 70 anni. Haji Mohammed Sadiq,
maschio, 60 anni. Qader, maschio, 40 anni. Mohammed Alim, maschio, 55 anni.
Noor Bibi, femmina, 50 anni. Gullpia, femmina, 18 anni. Fauzia, femmina.
Muzlifa, femmina, 6 anni. Guldasta, femmina, 20 anni. Mustafa, maschio, 16
anni.

Sono i feriti di guerra che domenica scorsa abbiamo trasportato dal Posto di primo
soccorso di Sangin al Centro chirurgico di Lashkar-gah, Afghanistan. Quindici
persone, per la maggior parte donne e bambini.

A causa del numero sempre crescente di
feriti, abbiamo dovuto aggiungere una seconda ambulanza per garantire il
trasferimento di tutti in tempi rapidi verso il Centro.

I combattimenti sono sempre più intensi e non danno tregua alla popolazione locale; le corsie del
nostro ospedale di Lashkar-gah sono piene.
Noi ci siamo, per
offrire cure gratuite alle vittime di questa terribile e interminabile guerra.
Lo possiamo fare anche grazie al tuo aiuto.

Per maggiori informazioni visita il sito –  http://www.emergency.it

____________________

_______________ _____________