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L’ Afghanistan ritorna a votare, ma le cose non cambieranno.

In un periodo, quello di Obama, dove l’ America e suoi alleati negl’ ultimi anni hanno deciso di regredire gli sforzi in territori stranieri, proprio In queste ore l’ Afghanistan vota il nuovo Presidente.

Le speranze di una pace stabile sono pressoché minime. La situazione è tuttora molto pericolosa, il terrorismo continua, le recenti leggi attuate sono poco attendibili e non vengono rispettate, mentre tra i vari raggruppamenti locali ci sono conflitti e odi profondi. 

Al di là delle belle parole che la politica internazionale vorrebbe farci credere la realtà in questi luoghi è tutta ben diversa e i numeri da sempre sono incontrovertibili.

Come ci spiega Emergency nelle consuete news che provengono da chi opera sul campo.

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«Abbiamo fatto il possibile, ma con immenso dispiacere vi devo purtroppo comunicare che Mohammad Dhullah, il bambino di 7 mesi ricoverato tre settimane fa a Kabul, non ce l’ha fatta».
Diamo il massimo per cercare di curare ogni paziente, tutti i giorni, tutto il giorno. Purtroppo, però, non riusciamo a salvarli tutti: ci sono pazienti che arrivano da noi in condizioni troppo critiche, ferite che hanno un altissimo rischio di complicazioni.

Il proiettile che aveva colpito Mohammad Dhullah mentre era in braccio alla madre aveva leso la colonna lombare, provocando una fuoriuscita di liquido spinale. Nonostante le cure dei giorni passati, Mohammad Dhullah non ha resistito all’infezione.

Mohammad Dhullah, 7 mesi, è una vittima della guerra in Afghanistan.

Sabato, il 5 aprile, i cittadini afgani voteranno il nuovo Presidente del Paese. Nell’anno del ritiro delle truppe della coalizione internazionale queste elezioni sono un momento cruciale. L’augurio è che segnino l’inizio di una nuova fase per la storia del Paese, ma i fatti sono poco incoraggianti: i pazienti ricoverati negli ospedali di Emergency per ferite di guerra sono in continuo aumento. Nei primi due mesi del 2014 il loro numero è cresciuto del 36% rispetto allo stesso periodo del 2013, del 90% rispetto al 2012. Come sempre, una vittima su tre è un bambino.

 

Immagina di ferirti al braccio: un taglio profondo o una frattura all’osso.
Immagina di non poter uscire per chiedere aiuto o cure per ore. Per una notte intera, per esempio.
Immagina che l’ospedale più vicino sia distante ore e che la strada per raggiungerlo sia sconnessa e insicura.
Immagina di non avere nemmeno un mezzo di trasporto per raggiungerlo.
È un incubo, vero?

Ecco, questa è la realtà quotidiana in molti villaggi dell’Afghanistan. L’uomo nella foto è N., 30 anni, ferito a braccio, mano e ginocchio durante un bombardamento. Nonostante avesse bisogno di cure, ha dovuto aspettare una notte intera prima di muoversi: tanto è andata avanti l’operazione militare. Solo al mattino ha potuto raggiungere il Posto di primo soccorso (FAP) di Emergency a Urmuz, dove l’abbiamo stabilizzato e poi trasportato in ambulanza al nostro ospedale di Lashkar-gah per essere operato.

È proprio per aiutare le persone come N., abitanti di villaggi isolati e lontani da qualsiasi struttura sanitaria, che in Afghanistan abbiamo creato – e stiamo ampliando – una rete di FAP dislocati su tutto il territorio, dotati di ambulanze e collegati ai nostri ospedali. Per dare tempestivamente le prime cure, per offrire un trasporto sicuro verso i nostri ospedali, per garantire a tutti il diritto a ricevere assistenza quando ne hanno bisogno.

News da Bangui……

Ieri a Bangui la nuova presidente della Repubblica Centrafricana ha prestato giuramento, ma la situazione nel Paese rimane molto difficile: i combattimenti proseguono sia nei quartieri della capitale sia fuori città.

La forte insicurezza limita gli spostamenti anche per il nostro staff, ma abbiamo comunque continuato a essere presenti tra gli sfollati del PK13, dove offriamo cure gratuite ai bambini. Nei giorni scorsi abbiamo lavorato anche al campo dei profughi ciadiani dove – oltre a garantire le cure pediatriche – abbiamo fatto vaccinazioni contro il morbillo e la poliomielite. Anche se, con il rimpatrio di molte famiglie, il campo si sta svuotando, le condizioni igieniche rimangono terribili: la mancanza di acqua, di servizi igienici e di un luogo dove ripararsi durante la notte sono la causa di infezioni gastrointestinali e alle vie respiratorie.

I letti del Centro pediatrico e del Complexe pédiatrique sono sempre tutti occupati: la scorsa settimana dalle province sono arrivati 7 bambini feriti da arma da fuoco e da machete. Il nostro team sta continuando a lavorare anche per dare assistenza alle urgenze chirurgiche che arrivano da Bangui e da tutta l’area intorno alla città.

Secondo i dati delle agenzie internazionali, i profughi della guerra in Repubblica Centrafricana sono quasi un milione su una popolazione di 4 milioni e seicentomila persone. Molti hanno trovato rifugio nei campi sorti intorno a Bangui, la capitale; alcuni – soprattutto gli stranieri – stanno cercando di lasciare il Paese.

Vicino all’aeroporto, separato dal campo principale, c’è un accampamento di alcune migliaia di civili ciadiani in attesa del rimpatrio. In un grande spiazzo sterrato, occupato da aerei dismessi, ci sono persone accampate ovunque tra cartoni e teli di plastica, senza acqua, senza servizi igienici. Aspettano qui da una ventina di giorni senza nessun genere di assistenza, neanche quella sanitaria: siamo i primi medici a entrare nel campo.

Cerchiamo riparo dal sole sotto l’ala di un aereo e iniziamo le visite. Le condizioni di vita all’interno del campo hanno favorito la diffusione di infezioni della pelle e un’epidemia di gastroenterite, riscontriamo patologie da raffreddamento, per ora non gravi, e casi di malaria. Alle quattro dobbiamo lasciare il campo per rispettare il coprifuoco: torneremo domani.
Ieri Arthur è tornato a casa. È arrivato in ospedale accompagnato da un ragazzo che lo aveva trovato in strada, ferito e in stato di incoscienza.
Si è ripreso velocemente dopo l’operazione, ma non potevamo dimetterlo: non sapevamo chi fossero i suoi genitori, né se erano ancora vivi.
Dopo 15 giorni, un membro del nostro staff nazionale ha sentito alla radio l’appello di una madre che cercava il figlio disperso: la descrizione e il nome non lasciavano dubbi, si trattava proprio di Arthur. L’abbiamo rintracciata, rassicurandola sulle condizioni del ragazzo: tra pianti di gioia e ringraziamenti la famiglia si è riunita poco dopo.
In un Paese dove una persona su cinque ha dovuto fuggire dalla propria casa, non abbiamo potuto fare a meno di pensare a quante altre famiglie stanno ancora cercando di ritrovarsi.

Ombretta e Vittoria coordinatrice e pediatra delle attività di Emergency in Repubblica Centrafricana.

Per maggiori informazioni visita il sito http://www.emergency.it

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Un convegno sull’ infanzia rubata.

L’INFANZIA RUBATA Lo sfruttamento militare dei bambini Ieri E Oggi.

Giovedì 28 novembre 2013 ore 16,00 – 20,00 Camera dei Deputati, Sala delle Colonne, Via Poli 18 – Roma.

Ore 16:00 PROIEZIONE DEL FILM “I FIGLI DELLA GUERRA”* (Messico,

2004) Regia: Luis Mandoki Sceneggiatura: Oscar Torres Durata: 120’

Ore 18:00 DIBATTITO Apertura: Beatrice Lorenzin, Ministro della Salute

Intervengono: Eugenia Roccella, Vicepresidente Commissione Affari Sociali Oscar Torres, Scrittore e sceneggiatore del film “I Figli della Guerra” Akwasi Yadom Adarkwah, Presidente del Mother Child Ravera Center, “Family Homes Movement”, Sierra Leone Antonella Napoli, Giornalista, Presidente di “Italians for Darfur” ONLUS Modera e conclude: Fiamma Nirenstein, Giornalista e scrittrice, Presidente di Summit

*Il film si basa sull’infanzia dello scrittore Oscar Orlando Torres, che sarà presente al convegno. Anni ’80, El Salvador: infuria la guerra civile. Indebolito da due anni di scontri, l’esercito è costretto a rifornire le sue fila con i giovani figli della nazione, di solito rapiti negli assalti ai villaggi. Una storia di formazione sullo sfondo di una tragedia collettiva. Si ringrazia Lionsgate, titolare dei diritti internazionali del film, per la gentile concessione della pellicola.

E’ prevista traduzione simultanea inglese-italiano-inglese

E’ necessario accreditarsi: Tel: 06-67605244, cell. 393 805 8906 email:

summitinformation@gmail.com

N. B. Per gli uomini è obbligatorio indossare la giacca

 

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LA GUERRA VISTA DAGLI OCCHI DI UN BAMBINO…..

Bilal, 8 anni, stava giocando con gli amici nei pressi di casa sua nella provincia di Kapisa, in Afghanistan, quando lì vicino sono scoppiati dei combattimenti.

Una granata “vagante” è esplosa a meno di un metro da lui ferendolo. Urla, terrore, disperazione, poi l’ambulanza e l’arrivo al nostro ospedale di Anabah, le cure.

Durante il ricovero Bilal fa molti disegni. Un giorno me ne mostra uno, tutto orgoglioso. L’ha fatto con un’innocenza spiazzante, mostrando una fila di macchine prese d’assalto da aerei che bombardano e soldati che sparano con i mitragliatori.

Mi sorride: a lui è andata bene, la granata che lo ha colpito gli ha “solo” spezzato una gamba.

Il suo compagno di stanza Wazibullah, invece, è stato ferito da un colpo di Kalashnikov alla schiena: lui si è salvato, ma non ce l’ha fatta il suo amico, un bambino con gli occhi verdi e l’aria spaventata, a cui ho stretto la mano per un’ora in attesa che lo operassero.

Dall’ospedale di Emergency ad Anabah, Afghanistan.

Per donazioni, tesseramento, informazioni visita il sito http://www.emergency.it

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Uno dei disegni fatti da Bilal

Rep. Centrafricana: situazione instabile.

Dopo un periodo di relativa tranquillità, a Bangui la situazione è tornata a essere molto instabile. L’insicurezza per la popolazione è palpabile e in città girano moltissimi militari e persone armate. Violenza, furti e rapine sono all’ordine del giorno.

Il nostro personale non ha mai smesso di lavorare, nemmeno nei giorni più caldi del colpo di stato a fine marzo, presso il nostro Centro pediatrico e presso il Complexe pédiatrique dove offre cure chirurgiche.

Tra le conseguenze dell’instabilità degli ultimi mesi c’è un peggioramento della salute della popolazione che tocchiamo con mano ogni giorno. L’impoverimento ha fatto aumentare notevolmente i casi di denutrizione; in più, per la paura di affrontare viaggi lunghi per raggiungere l’ospedale, molti non vengono da noi se non quando la malattia è ormai in stato avanzato.

Per donazioni e informazioni visita il sito http://www.emergency.it

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Balcani, terre ignote e guerre incomprese. 1991 -2013

 

Balcani, terre ignote e guerre incomprese. 1991 -2013

Venerdì 4 ottobre ore 17

Associazione Culturale “IL CHIASSINO”

Piazza del Plebiscito, 21

56041 Castelnuovo di Val di Cecina

Cell. 331 1101172 – Per maggiori informazioni

http://www.chiassino.it/

Conferenza e confronto con:

Claudio Gherardini – giornalista indipendente

Simone Malavolti

Dottore di ricerca in Storia contemporanea specializzato in Storia dei Balcani
occidentali, lavora per l’Associazione Trentino con i Balcani.

Durante l’incontro sarà proiettato il video:

Personal (hi)stories è una video-inchiesta che raccoglie le testimonianze di
chi ha deciso di raccontarsi, un’opportunità per chi non vuole che le memorie
rimangano e si perdano tra le mura domestiche, uno strumento di ascolto,
raccolta e valorizzazione di testimonianze.

 

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52 feriti e un premio per l’ architettura.

13 Settembre 2013 Nessun commento

Domenica 8 settembre, Maydan Shahr, Afghanistan.

Al nostro Posto di primo soccorso (Fap) sono arrivate 52 persone, tutte rimaste ferite nell’attentato contro la sede dei servizi segreti in città.

L’esplosione ha danneggiato anche l’ospedale pubblico, ferendo 20 pazienti già ricoverati.

Dei feriti arrivati al nostro Fap, 32 sono stati trasferiti con le nostre ambulanze al Centro chirurgico di Kabul.

 

Venerdì 6 settembre, il Centro Salam di cardiochirurgia di Khartoum (Sudan) ha vinto l’Aga Khan Award for Architecture, uno dei più prestigiosi premi di architettura.

«Scandalosamente bello» era stato il mandato, molto sintetico, consegnato agli architetti: volevamo che quell’ospedale fosse soprattutto un luogo “ospitale”, dove la bellezza, il rispetto e l’affermazione della dignità della persona fossero una parte integrante della cura.

In questi anni il Centro Salam è stato un luogo “ospitale” per oltre 46 mila persone, con quasi 5.000 interventi a cuore aperto e 1.200 in emodinamica. Emergency aveva già ricevuto il suo premio.

Per maggiori informazioni e donazioni visita il sito http://www.emergency.it

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IL “RECORD” CHE NON VORREMMO BATTERE

“Tra gennaio e luglio, i nostri ospedali di Lashkar-gah e Kabul hanno registrato un aumento del 55% di ammissioni di feriti di guerra rispetto al 2012, del 70% rispetto al 2011.
Nell’ospedale di Lashkar-gah l’incremento è stato del 90% rispetto al 2012 e del 111% rispetto al 2011″.

Emanuele, coordinatore del Programma Afghanistan

Forse ti sembrerà di aver già letto questa e-mail: i combattimenti in Afghanistan che si intensificano, i feriti che aumentano, i nostri ospedali pieni. Quante volte abbiamo parlato, negli ultimi anni, di “record” di feriti di guerra, un “record” che faremmo volentieri a meno di battere?

Per far fronte all’aumento del numero dei feriti, negli ultimi mesi abbiamo potenziato la nostra presenza in Afghanistan avviando nuovi Posti di primo soccorso, per essere presenti in modo ancora più capillare sul territorio e per garantire ai pazienti più gravi un trasferimento rapido e sicuro verso i nostri ospedali. Abbiamo offerto cure tempestive, gratuite e di qualità a bambini, donne, uomini, vittime di un conflitto che non accenna a fermarsi.

Continueremo a farlo finché sarà necessario: in Afghanistan c’è bisogno di Emergency e del tuo aiuto.

http://www.emergency.it

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«DOBBIAMO PORRE FINE ALLA RAZZA UMANA OPPURE L’UMANITÀ DOVRÀ RINUNCIARE ALLA GUERRA?»

«Questo dunque è il problema che vi presentiamo, netto, terribile e inevitabile: dobbiamo porre fine alla razza umana oppure l’umanità dovrà rinunciare alla guerra?»
Lo scrivevano Bertrand Russell e Albert Einstein nel 1955.

Sono passati quasi sessant’anni, ma l’umanità non ha ancora rinunciato alla guerra. Anzi, ancora una volta, viene presentata come l’unica opzione possibile per mettere fine a un conflitto.
Non lo è. L’abbiamo visto con i nostri occhi in Iraq, in Afghanistan, in Libia: le guerre “per la pace” hanno solo alimentato altra violenza e in questi Paesi i civili continuano a morire, ogni giorno.

Ai morti già causati dalla guerra in Siria se ne aggiungeranno altri, perché scegliere le armi oggi significa decidere sempre, consapevolmente, di colpire la popolazione civile: nei conflitti contemporanei il 90% delle vittime sono sempre bambini, donne e uomini inermi.
Centinaia di migliaia di persone hanno già abbandonato la Siria per cercare rifugio nei Paesi vicini. Li abbiamo incontrati anche in Sicilia, dove i nostri medici stanno garantendo le prime cure ai profughi che stanno sbarcando sulle coste di Siracusa.

In tutti questi anni abbiamo visto che la guerra è sempre l’opzione più disumana, e inutile.
Chiediamo che l’Italia rifiuti l’intervento armato e si impegni invece per chiedere alla comunità degli Stati l’immediato intervento diplomatico, l’unica soluzione ammissibile secondo il diritto internazionale, l’unica in grado di costruire un processo di pace che abbia come primo obiettivo la tutela della popolazione siriana, già vittima della guerra civile.

L’umanità può ancora decidere di rinunciare alla guerra: difendere e praticare i diritti umani fondamentali è l’unico modo per costruire le basi per una convivenza pacifica tra i popoli.

Per donazioni, aiuti e sostegno contro ogni tipo di guerra visita il sito http://www.emergency.it

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Quando il calcio batte la guerra.

Ci sono voluti ben dieci anni per fare ritornare il calcio internazionale a Kabul.

La nazionale afghana ha battuto con un secco tre a zero il Pakistan, in un amichevole giocata a buoni ritmi e con spunti tecnici interessanti. Naturalmente considerata la levatura degl’ atleti in campo.

Al match hanno assistito circa cinquemila spettatori e  non si  sono registrati incidenti.

Nonostante i problemi, gli attentati, l’ occupazione militare straniera e gli scontri che tuttora sono in atto in alcune province, lo sport  come sempre è riuscito a dare un messaggio di pace e una flebile speranza in un paese che da decenni è martoriato dall’ odio e dal caos.

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Mabin……un proiettile nella pancia.

Mabin è incinta di 5 mesi. Era a casa sua a Musa Qala – nel sud dell’Afghanistan – quando lì vicino sono iniziati i combattimenti.

Mabin è uscita per chiamare due sue figlie che erano fuori casa: aveva paura che rimanessero coinvolte nei combattimenti.

Appena fuori dalla porta, è stata colpita alla pancia da un proiettile vagante.

I suoi familiari l’hanno subito portata al nostro Posto di primo soccorso nel villaggio.

L’abbiamo stabilizzata e trasferita al nostro ospedale per vittime di guerra a Lashkar-gah, dove l’abbiamo operata.

Ora Mabin e il suo bambino stanno bene.

Per maggiori informazioni, donazioni, lasciti e conoscere l’ operato dell’ associazione visita http://www.emergency.it  

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Sangin, quella lotta quotidiana per salvare vite umane.

Un posto di primo soccorso in paesi difficili e convulsi è sempre di fondamentale importanza e generalmente è più a rischio di un attrezzato ospedale che si trova nella capitale, il quale talvolta e a secondo dei casi può contare su una maggiore protezione.

Ma proprio questo lavoro, di First Aid, di urgenza può dipendere il salvataggio di una vita e quindi deve essere svolto con grande coscienza, professionalità e tempestività.

Capire la gravità di un ferito oppure assisterlo nella corsa verso  un centro attrezzato è un opera che tutti noi dovremmo tenere in considerazione. 

La guerra in Afghanistan continua come prosegue la lunghissima scia di morti ( anche italiani ). La fine del conflitto, nonostante i tentativi di accordi e l’ occupazione degl’ occidentali, è ancora molto lontana ma ogni giorno volontari, medici, infermieri lottano pacificamente per arginarla.  

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Nooor Ahmad, maschio, 5 anni. Zagroti,
femmina, 16 anni. Abdul Buki, maschio, 45 anni. Khadigah, femmina, 15 anni.
Razia, femmina, 25 anni. Abdullah, maschio, 70 anni. Haji Mohammed Sadiq,
maschio, 60 anni. Qader, maschio, 40 anni. Mohammed Alim, maschio, 55 anni.
Noor Bibi, femmina, 50 anni. Gullpia, femmina, 18 anni. Fauzia, femmina.
Muzlifa, femmina, 6 anni. Guldasta, femmina, 20 anni. Mustafa, maschio, 16
anni.

Sono i feriti di guerra che domenica scorsa abbiamo trasportato dal Posto di primo
soccorso di Sangin al Centro chirurgico di Lashkar-gah, Afghanistan. Quindici
persone, per la maggior parte donne e bambini.

A causa del numero sempre crescente di
feriti, abbiamo dovuto aggiungere una seconda ambulanza per garantire il
trasferimento di tutti in tempi rapidi verso il Centro.

I combattimenti sono sempre più intensi e non danno tregua alla popolazione locale; le corsie del
nostro ospedale di Lashkar-gah sono piene.
Noi ci siamo, per
offrire cure gratuite alle vittime di questa terribile e interminabile guerra.
Lo possiamo fare anche grazie al tuo aiuto.

Per maggiori informazioni visita il sito –  http://www.emergency.it

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La calma apparente di Bangui…….

“Sono passate più di sette settimane e apparentemente a Bangui sta
tornando la calma: non si sentono più i colpi di arma da fuoco e le
persone hanno ripreso a muoversi in città. La paura, però, non è
passata.
Ci sono ancora bande armate per le strade: al loro passaggio le donne
del quartiere cominciano a battere le pentole per richiamare
l’attenzione delle forze di sicurezza.
Nelle province non c’è nessun tipo di controllo: armi, furti, saccheggi e incendi continuano a terrorizzare la popolazione ormai allo stremo e anche gli aiuti umanitari non riescono ad arrivare a destinazione.
Al Centro pediatrico di Emergency il numero dei malati cresce
ogni giorno perché gli ambulatori fuori città sono ancora chiusi e le
medicine non si trovano o costano sempre di più.

Riceviamo più pazienti e in condizioni aggravate dall’attesa e dal
viaggio. Alcuni giorni fa una mamma in cerca di aiuto per il suo bambino
è partita da un villaggio a 85 km da qui. Per strada ha trovato un
ambulatorio aperto, ma senza i farmaci necessari per curarlo: quando è
arrivata da noi, per il bambino era ormai troppo tardi.”

Per maggiori informazioni e donazioni all’ associazione visitare il sito http://www.emergency.it

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Bangui, arrivano i ribelli ma Emergency rimane.

“Dopo giorni di tensioni, ieri i ribelli sono entrati a Bangui.
Alle 7 abbiamo iniziato a sentire i primi spari e il boato dei razzi, tirati vicinissimi all’ospedale: siamo a pochi metri dal Parlamento.
In serata abbiamo ricevuto 3 feriti, una bambina di due anni e due adulti, colpiti da pallottole vaganti. La bambina era stata portata subito al Complexe pédiatrique, l’ospedale pubblico pediatrico, ma era deserto. L’hanno accompagnata da noi perché siamo l’unico ospedale aperto in città.
Il nostro staff è in ospedale da 36 ore per garantire assistenza ai bambini ricoverati.
In giro ci sono sciacalli e ribelli: nessuno si muove. Anzi no: una mamma è arrivata a piedi dal PK12, che dista 8 chilometri da qui, per portare il suo bambino con la febbre dai “medici italiani”.
Da sabato mancano elettricità e acqua: abbiamo 800 litri di scorta, e per far funzionare l’ospedale ne servono 4.000 al giorno”.

Questa è la mail che Ombretta, coordinatrice medica del Centro pediatrico di Bangui, ci ha mandato stamattina.

Il Centro pediatrico di Emergency è al momento l’unico ospedale rimasto aperto in città. Molte organizzazioni stanno lasciando la Repubblica Centrafricana ma noi rimaniamo, per continuare a garantire cure ai bambini che ne hanno bisogno.

Per maggiori informazioni visita il sito: http://www.emergency.it

Afghanistan: Musa Qala, è nato il nuovo posto di primo soccorso.

Di Musa Qala si è parlato nel 2007, durante l’operazione “Snakepit”, quando le
forze Isaf catturarono quella che all’epoca era considerata la roccaforte dei
talebani nella provincia di Helmand. Dopo quella battaglia ce ne sono state
molte altre che non hanno fatto notizia e i combattimenti, nel distretto, sono
tuttora quotidiani.
Nonostante questo, finora nell’area non esistevano
strutture sanitarie gratuite per i feriti, se non l’ospedale di Emergency a
Lashkar-gah: tre ore e mezzo di viaggio su una strada disseminata di posti di
blocco.

Abbiamo iniziato a lavorare per questo Fap un anno fa,
coinvolgendo la popolazione e le autorità locali nella ricerca di un edificio
adatto: non è facile trovarlo in un villaggio in guerra da così lungo
tempo.
Finalmente abbiamo trovato un edificio inutilizzato che abbiamo
trasformato in Fap grazie al lavoro del nostro personale tecnico di Lashkar-gah;
mentre erano in corso i lavori di ristrutturazione, presso il nostro ospedale
venivano formati gli Health Assistant che oggi gestiscono il
Fap.

Presso il Fap di Musa Qala offriamo, gratis come sempre, il primo
soccorso ai feriti e provvediamo al trasferimento in ambulanza dei più gravi al
Centro chirurgico di Lashkar-gah.

Per donazioni, informazioni e quantaltro visita il sito: http://www.emergency.it

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