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Tredici anni fa moriva Yasser Arafat.

Il tempo, come acqua che scorre, porta via tutti i suoi figli. E’ una grande detto ma innanzitutto è una Verità irrefutabile.

Circa 13 anni orsono moriva Yasser Arafat il cui vero nome era Muhammad Abd al-Raman ‘Abd al-Rauf al-Qudwa al-Husayni, che poi veniva trasformato nel mondo islamico con un appellativo di fantasia, Abu Ammar, per delle necessità effettive oppure soggettive come talvolta succede anche in Occidente.

Yasser Arafat ha avuto un peso non indifferente in tutto il Medio Oriente e a tratti anche sulla scena mondiale sebbene nell’ ultimo lustro era quasi stato ” dimenticato ” ma restava comunque un punto di riferimento per la società mussulmana.

Era oramai noto che il Presidente, dopo gl’ attentati dell’ 11 settembre, salvo rarissimi casi, non lasciava più la Palestina, ostaggio confinato dagl’ israeliani i quali sostanzialmente oltre l’ assedio armato gli negavano qualunque autorizzazione costringendolo a vivere asserragliato nella sede di Ramallah a discapito di quella che doveva essere una partita politica non ancora conclusa.

Un declino affannoso, con obsolete idee, definito da taluni addirittura clientelare oltre a una salute che stava diventando cagionevole. Erano in molti, compreso i suoi più stretti colleghi e collaboratori, che desideravano un avvicendamento prima della naturale dipartita avendolo messo in discussione più volte.

E anche nel giorni della morte ha lasciato il mistero di un possibile avvelenamento portandosi con se molteplici segreti mai del tutto chiariti per quella che era stata un ambigua e controversa figura ma pure abile nel sapere gestire e rilanciarsi in mezzo ad epocali cambiamenti.

Arafat nella sua vita ha conosciuto qualche vittoria, ha lottato molto attraversando periodi roventi caratterizzati da guerre civili, occupazioni, sistemi terrorismo e subendo anche diverse sconfitte sul campo assieme ad un temporaneo esilio che però gli consentirono di proclamare la nascita dello stato della Palestina.
Un astuta mossa con il sostegno di altri capi arabi ( Saddam Hussein ) che gli permetterà di diventare il simbolo e l’ uomo chiave dei palestinesi.

Sin da quando era giovane dimostrò la sua indole di rivoluzionario cavalcando la difficile guida dell’ Olp e di Al – Fatah organizzazioni politiche e paramilitari a cui devono il costante impegno e la ” speranza ” di migliaia di palestinesi evocando un motivo ad essi che si potessero battere con efficacia per la liberazione delle terre e la creazione di uno stato indipendente sconfiggendo così un giorno i nemici sionisti.

Il leader palestinese ha ricevuto la rilevante onorificenza del Nobel per la Pace per quel tentativo diplomatico che all’inizio degl’ accordi di Oslo sembrava potesse finalmente costruire un armistizio definitivo ma che risultò in brevissimo tempo un cocente fallimento per l’ incapacità di trovare una soluzione da ambo le parti ribadendo così il sottile e persistente odio tra i due governi con gl’ interessi di dominio e le soluzioni in gioco.

Movimenti d’ispirazione ideologica troppo lontani ed evidenziati anche nel vertice negoziale di Camp David e nei posteriori accordi di Sharm El Sheikh.

E poi con l’ avvento della cruenta seconda Intifada iniziata il 28 settembre del 2000 mentre il caos politico e territoriale prosegue tuttora in una alternata ma infinita scia di sangue.

Quasi niente è cambiato in West Bank e nella martoriata Striscia di Gaza dalla morte di Yasser Arafat. Tuttavia la fine ha dato un maggiore rafforzamento e accentramento di potere al gruppo radicale di Hamas che gode di ampia fiducia.

In tutti questi anni Israele ha proseguito senza sosta nell’ utilizzazione della forza armata: operazione Arcobaleno, operazione Piombo Fuso, colonie di popolamento illegali, campagna militare ” Inverno caldo “, barriere in zone cuscinetto e un ” Security fense ” di oltre settecento chilometri che innalza un triste sentimento di imprigionamento nei confronti dei palestinesi della Cisgiordania.

Un eredità pesante, un intricato mosaico oramai divenuto un ” labirinto senza via d’ uscita ” in cui anche la comunità internazionale ha delle colpe.

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Ho vissuto ben cinque giorni e quattro notti nel Muqata di Arafat che non è poi che un grosso compound alle porte di Ramallah sulle colline della Giudea.

Un esperienza personale straordinaria avvenuta nella calda primavera del 2002 quando l’ IDF aveva già cominciato a circondarlo sfondando il alcuni casi la recinzione muraria del complesso e stavano studiando un attacco mirato per eliminarlo definitivamente.

I ricordi sono molti come nel silenzio delle notte squarciati dall’ inquietante rumore del movimento dei cingoli dei carri armati e da sordo sparo in lontananza.

Oppure quell’ ospitalità senza alcun pregiudizio nei miei confronti come quella di partecipare e mangiare assieme a tutto lo staff.

Il mio scopo non era intervistarlo e nemmeno conoscere gli sviluppi politici del Medio Oriente ma bensì semplicemente fotografarlo in quella che veniva definito il suo rifugio abitativo.

Le poche frasi scambiate con il leader furono quando il capo di gabinetto mi presentò e poi la richiesta di riprenderlo sulla terrazza del costruzione principale sopra il suo ufficio che però mi venne negata a causa della pericolosità di un possibile colpo di arma da fuoco che potevano scagliare i cecchini israeliani. Lui stesso mi fece capire che prima o poi avrebbero cercato di attaccarlo. Parole di santa predizione perché così avvenne dopo alcune settimane.

Tuttavia non mancarono le occasioni e le situazioni che si presentarono in quei giorni: le conferenze stampa, l’ incontro dopo la mezzanotte con Javier Solana che era venuto per tentare di ricucire i rapporti sulle tematiche della sicurezza e che aveva bisogno dell’ assenso di Arafat, il lungo colloquio con il diplomatico spagnolo Miguel Ángel Moratinos, il meeting con El Van Dick ed alcuni rappresentanti delle chiese ortodosse in Palestina e altro ancora.

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Immagine Fiesoli e Arafat.
Fotografia di Al Mhreb – tutti i diritti riservati.

Auguri di Buona Pasqua.

12 Aprile 2017 Commenti chiusi

Con l’ avvicinarsi delle festività s’ inviano i migliori auguri di Buona Pasqua 2017 a Voi e famiglie.

Happy Easter 2017 to you and family.

Disegno: Uovo pasquale – Gianluca Fiesoli 2017.

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La balla dei proiettili di gomma degl’ israeliani…..

5 Novembre 2016 Commenti chiusi

La situazione in West Bank e nella Striscia di Gaza con lo scorrere degl’ anni non è per niente migliorata. Una lunga scia di sangue continua imperterrita senza che la Comunità Internazionale riesca a trovare delle soluzioni adeguate mentre tra arabi ed ebrei si convive, per così dire, senza esclusioni di colpi:  barriere, occupazioni, attentati, villaggi devastati….

E se il succedersi dei ” Grandi Uomini Politici ” non è servito a niente ci sono persone comuni che sul campo cercano di portare pace, solidarietà, aiuti umanitari e speranza.

Sono loro tra mille difficoltà e con rischi molto alti che fanno realmente qualcosa di positivo.

I proiettili di gomma sparati dall’ IDF ( Israeli defense forces ) nell’ infinita diatriba con i palestinesi sono da sempre una frottola.
E’ vero che vengono usati ma molto raramente e a loro totale discrezione.
Senza entrare nel merito e nel dettaglio delle regole d’ ingaggio e nemmeno sui diritti umani poiché sarebbe un discorso estremamente lungo e complesso, questa mia immagine ne è l’ ennesima dimostrazione.

FOTO: il corpo esanime di un giovane palestinese colpito dalle forze di sicurezza israeliane viene raccolto dai volontari della Mezzaluna Rossa Internazionale.
Dintorni dl Al Mughraqa – Striscia di Gaza 2000 – Gianluca Fiesoli.

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15 anni fa i giorni di Genova…….

18 Luglio 2016 Commenti chiusi

15 anni fa, giovedì 19 Luglio 2001 cominciavano i tragici giorni di Genova.

FOTOGRAFIA: Genova 2001 – Un manifestante inchiodato alla serranda di un negozio e con le mani dietro la schiena da due agenti di polizia – Gianluca Fiesoli


Testo tratto dal libro ” Personal Observations ” di Gianluca Fiesoli,

https://www.youtube.com/watch?v=W2pgSbaffJ0&feature=youtu.be

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Senza alcuna ombra di dubbio i giorni che vanno dal giovedì 19 alla domenica del 22 luglio 2001 sono stati tra i più ignominiosi della Storia della Repubblica italiana. Un escalation di violenza in cui il bilancio poteva essere più pesante e dove le incolpazioni sono da dividersi tra tutti. Stato, forze dell’ ordine che si trovarono impreparati davanti ad un evento dalla valenza così straordinaria, municipalità, ambientalisti, Black Bloc e dimostranti. Fin dalla scelta della città, Genova sembrò completamente inadatta per ospitare un importante sessione di incontri tra i Grandi della Terra, i quali secondo il governo italiano necessitavano di imponenti servizi di coordinamento civili e militari per garantirne la sicurezza durante lo svolgimento.

La topografia del capoluogo ligure mostra che il tessuto urbano non ha una grandissima espansione. Il centro è angusto mentre alle spalle le colline sono sovrastanti e pertanto sbarrano le vie di fuga. Se poi viene istituita un area “ off limits “ con grate di ferro alte tre metri, tombini saldati e barriere di container è palese che per molti sembrò una restrizione alla libertà e quindi era facile prevedere che ci sarebbero stati dei disordini. Lo stesso Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio dei Ministri da pochi mesi, durante un sopralluogo organizzativo confermò queste preoccupazioni sottolineando che l’ indicazione di Genova era stata designata dall’ esecutivo precedente e quindi era oramai troppo tardi per inventare soluzioni immediate e alternative.

Il movimento dei No – Global, più comunemente chiamato “ Popolo di Seattle “, si era formato alla fine del 1999 ed aveva aumentato sensibilmente il numero dei consensi e nel frattempo in Italia gli anarchici avevano ripreso ad esternare il proprio disappunto. Si viveva un declino dell’ ideologia di sistema, le crisi sociali erano evidenti e una parte del mondo della cultura manifestava una certa insofferenza per l’ Italia clericale. Ci si preparava con scetticismo alla nascita dell’ Euro e diverse erano le correnti di pensiero che sostenevano con tenacia il ripristino dell’ effettiva emancipazione dei mercati economici attraverso una politica di deregolamentazione. Una sfida in comune organizzata sulla collaborazione reciproca tra centinaia di gruppi, associazioni di carattere nazionale, studentesche e ambientaliste ma disapprovato da alcuni di non avere molto realismo politico e poco spessore morale se al suo interno si potevano nascondere delle frange eversive in grado di sobillare la violenza. Nonostante il propugnare l’ uguaglianza dei diritti, la globalizzazione è diventata un processo a cui difficilmente si potrà tornare indietro ed impone la graduale riduzione d’ intervento dei singoli governi nell’ economia mondiale, allargando così il divario tra i paesi ricchi e quelli poveri con l’ accrescimento del potere plutocratico alle multinazionali.

Se la manifestazione del giovedì scivolò via senza intoppi, escluso qualche sporadica tensione, invece il peggio doveva ancora arrivare. Il fuggifuggi dei cittadini, la serrata totale degl’ esercizi commerciali e delle banche ne erano la conferma mentre le polemiche televisive, le dietrologie dei partiti, le minaccie via web nelle chat più intransigenti e gl’ allarmi bomba facevano presagire una situazione in caduta irreversibile. Numerosi cortei oramai erano stati programmati e la chiusura della frontiera italo – francese, che aveva l’ intento di respingere i facinorosi, non dette i frutti sperati.

Lo stesso successe per il tentativo di autorizzare marce considerate tranquille e non consentire quelle che venivano definite pericolose. Nella mattinata i manifestanti iniziarono a radunarsi, ognuno con la sua forma di protesta e all’ ora di pranzo si registrarono i primi incidenti. Corso Torino, Via Caffa, Via Tomelaide, Piazza Danovi, Corso Buenos Aires, via Crimea e intorno al carcere di Marassi divennero teatro per un susseguirsi di provocazioni che sfociarono in sassaiole, auto in fiamme, barricate e cariche dei battaglioni della polizia. Un clima surreale e l’ impotenza da parte di quelli che erano rimasti a casa travolse Genova oramai avviluppata dalla nebbia pungente dei gas lacrimogeni. I reparti delle forze dell’ ordine agivano senza una tattica precisa dovuta ad inesattezze di valutazione mentre le comunicazioni radio con la Questura non sempre erano perfette. Il caos regnava totale, il sangue cominciava a scorrere e le strade erano piene di una collera che urlava sempre più forte.

Ma l’ apice si verificò in Piazza Alimonda con la morte di Carlo Giuliani, 23 anni, freddato dai colpi di pistola dell’ ausiliario Mario Placanica. Una tragedia che marchierà per sempre la storia dei summit del G8. Il giovane cessò di vivere nell’ atto di lanciare un estintore contro un “ defender “ dei carabinieri che era rimasto bloccato da un cassonetto della spazzatura mentre stava subendo la furia di un gruppo di estremisti.

La camionetta aveva preso parte all’ assalto del dodicesimo Battaglione Sicilia che voleva colpire sul fianco la marcia delle Tute Bianche, le quali probabilmente avevano l’ intenzione di violare la zona rossa. Erano le cinque e mezza del pomeriggio e la dinamica si svolse in maniera così repentina che non ci fu il tempo e il modo di evitarla. Poi la jeep riuscì a disincagliarsi e passò per ben due volte sopra il corpo esanime disteso sul selciato. La notizia fece il giro del mondo e dentro il Palazzo Ducale alcune riunioni vennero temporaneamente sospese mentre i servizi degli accordi politici finirono in secondo piano nelle edizioni dei telegiornali della sera.

Nella giornata di sabato la solidarietà per la morte del giovane e l’ impatto emotivo sull’ opinione pubblica fecero affluire trecentocinquantamila persone che parteciparono alla grande manifestazione sul lungomare, la quale doveva concludersi nella zona della Fiera. Però ancora una volta il buonsenso da ambo le parti non riuscì a prevalere. La spirale dell’ odio riprese il sopravvento, oramai era guerra aperta. Il corteo si spezzò in due enormi tronconi, dai quali scapparono gente disarmata e con famiglia per evitare di essere coinvolti negli scontri collettivi.

Durante la notte si consumò l’ ultimo atto di violenza che venne imposto con un ordine dall’ alto. L’ irruzione di trecento agenti nella scuola Diaz, sede provvisoria del Genoa Social Forum, è un palese tentativo di massacro e di vendetta, peraltro svolto alla cieca, con prove simulate per giustificarlo e messo in atto solamente su un centinaio di innocenti che comprendevano diversi stranieri. Persino i soprusi e le angherie avvenuti nella caserma di Bolzaneto ribadiscono che i metodi usati dalla polizia non erano certamente conformi ai principi teorici e pratici della democrazia. Sistemi ambigui, che possiamo definirli vicini a quelli dell’ epoca del fascismo e finiscono per compromettere l’ immagine e l’ etica di un organo del potere esecutivo dello Stato.

E’ trascorso più di un decennio da quei convulsi giorni e in questo tempo si è scritto, detto e deplorato con tanta acrimonia. La Giustizia ha svolto lentamente il suo corso e le sentenze dei processi hanno confermato nei vari gradi le responsabilità degli elementi in divisa e di qualche vertice ma numerosi sono i procedimenti archiviati per l’ impossibilità di identificare le persone implicate. Anche dei dimostranti sono stati condannati con l’ imputazione di saccheggio e distruzione. Per i fatti della Diaz in primo grado il Tribunale ha assolto i capi della Mobile, del Servizio della Centrale, i vicedirettori dell’ Ucigos e altri funzionari che durante il dibattimento avevano alzato un impenetrabile cortina di omertà negando così evidenti responsabilità.

Dopo l’ istanza da parte della Procura, l’ appello del 2010 ha ribaltato la sentenza precedente. La Corte di Genova reputò gl’ imputati tutti colpevoli anche se alcune pene vennero considerate lievi e non corrispondenti a quello che aveva chiesto l’ accusa. Venticinque saranno le condanne per complessivi novantotto anni di reclusione. Nel luglio 2012 la Suprema Corte di Cassazione ha confermato in via definitiva questo giudizio e potrebbe costringere alcuni dirigenti a lasciare gli incarichi. Una sentenza che gran parte dell’ ambiente politico italiano ha definito “ importante ma che non restituisce una completa giustizia “.

Mario Placanica ha chiuso con l’ Arma ed è stato congedato. Dopo un periodo di riposo adesso lavora come impiegato all’ Ufficio del Catasto di Catanzaro. Indagato assieme al collega Filippo Cavataio le differenti giurie, compresa quella della Corte Europea dei Diritti dell’ Uomo, hanno sancito che agì per legittima difesa e conseguentemente è stato prosciolto. Però il ritorno alla normalità per l’ ex carabiniere si sta rivelando più difficoltoso del previsto e per diverse volte è salito sulla ribalta della cronaca. Prima per uno strano incidente di auto, poi per delle minacce di morte ricevute da ignoti.

In un secondo tempo è stato sottoposto ad intercettazioni telefoniche e che sono state pubblicate da un settimanale milanese. In esse raccontava di avere seri problemi psicologici dovuti alla vicenda che gli era accaduta, di dover ricorrere giornalmente a dosi di antidepressivi e di soffrire di idee suicidarie. Nella primavera del 2009 il Placanica è stato inquisito dalla Procura della Repubblica calabrese con la grave accusa di violenza sessuale e maltrattamenti nei confronti della figlia dell’ ex convivente, la quale in precedenza aveva sporto denuncia. Insomma, quella tragica settimana di luglio gli ha sicuramente cambiato la vita.

Carlo Giuliani ha pagato carissimo per il fatto di essersi trovato al posto sbagliato nel momento inopportuno, ma soprattutto per una certa sprovvedutezza e follia che talvolta sono proprie della gioventù. Cercare di farne un eroe e altresì un martire è francamente eccessivo da qualsiasi punto di vista si guardi la questione poiché la violenza non è mai giustificata.

Per motivi diversi alcuni anni dopo sono tornato a Genova. E’ sempre bella, imperiosa, affacciata sull’ immensità del mare scuro con i palazzi nobiliari restaurati. Le parole di Paolo Conte si dissolvono nello zefiro di ponente…..” Genova ha i giorni tutti uguali, i gamberoni rossi sono un sogno e il sole è un lampo giallo al parabrise “. Delle rabbie antiche non rimane che uno sbiadito ricordo e una targa alla memoria.

In un carruggio una scritta rossa campeggiava su di un muro d’ ardesia.

Hanno ammazzato Carlo……..Carlo vive.

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Testo tratto da ” Personal Observations ” Gianluca Fiesoli

https://www.youtube.com/watch?v=W2pgSbaffJ0&feature=youtu.be

Quei disegni dei bambini sul filo spinato di Idomeni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una situazione esplosiva, tragica, dove ancora una volta la dignità dell ‘ Essere Umano è andata completamente perduta.

Lo specchio di un Europa incapace di decidere, di agire con una politica unitaria e che ha sottovalutato l’ importanza  in quello che nel XXI secolo è diventato un grosso problema e che non risolverà certamente con il recente accordo assieme all’ ambiguo governo turco, il quale lo rispetterà solamente in parte e peraltro molto difficile anche da attuare sul piano tecnico, pratico ed economico.

A Idomeni ad un centinaio di chilometri dall’ antica Tessalonica, sta morendo pure la speranza. Scappati da conflitti con regimi totalitari oramai al tramonto, braccati dall’ Isis, un fiume di oltre diecimila persone affamati come bestie, stremati da un viaggio senza vedere la luce della fine e che adesso si è bloccato da una barriera innalzata dall’ autorità macedone, la quale sta impiegando numerosi blindati  e i reparti migliori della sicurezza.

Soldati con i pugni stretti e l’ astio tra i denti che ricordano molto negli sguardi la ex jugoslavia di alcuni decenni addietro.

Sotto il blu del cielo di Idomeni donne, vecchi, famiglie numerose senza più niente sono accampate nella sporcizia, a rischio di epidemie. La solidarietà delle organizzazioni umanitarie sta facendo il possibile per arginare l’ afflusso che comunque continuerà ad arrivare poiché al momento è la via più breve per raggiungere il cuore del continente.

Le proteste in queste ultime settimane sono state frequenti, i tentativi di attraversare il confine anche aggirando il valico di Erzinovi sono risultati vani come gli scioperi della fame, gli slogan e il darsi fuoco da parte di alcuni profughi.

Storie di disperazione ma forse per chi si trova ad Idomeni fanno tenerezza vedere quei tanti disegni  attaccati sull’ interminabile muro spinato.

Schizzi di pennarello, di lapis spuntati in cui si evince l’ innocenza, il candore della fantasia, dell’ amore alla Vita non ancora del tutto sbocciata e soprattutto consumata.

Ma con la consapevolezza di soffrire per delle colpe delle quali non sono assolutamente responsabili.

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FOTOGRAFIE:

1) Bambini che protestano con dei cartelli davanti ad un agente della polizia greca, 23 Marzo 2016 – G. Fiesoli.

2) Campo profughi di Idomeni, confine Grecia e Macedonia, 24 Marzo 2016 – G. Fiesoli.

Auguri di Buona Pasqua 2016.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Con la presente s’ inviano i migliori auguri di una Felice Pasqua 2016 a tutti Voi e famiglie.

Happy Easter 2016 to you and family.

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Buon Natale 2015 e Felice anno 2016 a tutti voi.

Con l’ avvicinarsi delle Festività, un sincero augurio di Buon Natale e Felice anno 2016 a tutti voi e famiglie.

 

Merry Christmas to you and happy new year 2016.

 

Gianluca Fiesoli

Vivere in povertà: la storia di Tisha e Anthony.

L’ incontri tra la gente, ai semafori delle avenues, accovacciati sulle panchine dei giardini pubblici o distesi sotto arrugginite pensiline. Sono riconoscibili per quell’ aria strana, per quel senso di solitudine che si portano appresso, talvolta infagottati dentro abiti logori e dismessi. Il passato non si cancella ed è più importante del presente e di conseguenza il futuro è una grande incognita.

Tisha ha il viso gonfio e butterato è sieropositiva e soffre di altri mali cronici. Dimostra di essere più vecchia della sua età. Intanto che la osservo attentamente prima di fotografarla l’ aspetto diventa malinconico quasi volesse comunicarmi il dolore che gli ha devastato l’ anima. I suoi guai sono cominciati molto presto con l’ abuso e le vio­lenze da parte di un padre alcolizzato. Un percorso esistenziale travagliato segnato dalla morte della madre quando aveva sette anni. Dopo aver finito le scuole medie in cui si sentiva isolata e insoddisfatta ha cominciato a lavorare in uno store department ( grande magazzino ) ma è stata licenziata per scarso rendimento.

Fuggita di casa si è rifugiata nella droga iniettandosi eroina e inalando crack che l’ hanno fatta rotolare nella morsa della disperazione. Anni di umiliazioni, di subdole amicizie, di notti gelate in sordidi ostelli, di ricoveri in ospedale per overdose. Più volte è stata arrestata per furto, spaccio e prostituzione. E’ rimasta incinta senza sapere chi fosse il padre. Il bambino gli è stato tolto dal Tribunale e affidato ai servizi sociali. Poi, ha girovagato a lungo da Austin a San Antonio, da Galveston a Port Arthur per ritornare nella contea di Harris ma qui ha dovuto subire atti di bullismo da parte di alcuni giovani locali.

Anche l’ attuale compagno è disoccupato e senzatetto. La sua vicenda però è leggermente diversa in quanto non ha mai fatto uso di sostanze stupefacenti. Orfano di geni­tori Anthony è nato a Baton Rouge in Louisiana. Di carattere introverso e con un matrimonio fallito alle spalle è stato costretto a lasciare l’ abitazione alla ex moglie. Con la recessione la fabbrica metalmeccanica dove lavorava ha serrato i battenti e a trentanove anni si è ritrovato disoccupato. Per diverso tempo ha campato di espedienti e di lavoretti malpagati, dormendo sotto i viadotti della Eastex Freeway e della 45 Highway che s’ incrociano nella zona marginale della città texana di Houston.

Ambedue sono inseriti nel programma di riabilitazione della SOH ( Star of Hope ), un apostolato cattolico che ha lo scopo di aiutare gli indigenti e adesso vengono seguiti dai volontari, medici e psicologi. La gran parte della popolazione americana raramente si relaziona con le persone che sono oppure sono state dei senzatetto e li considera un problema sociale astratto. La loro difficile condizione è addirittura gravata per il fatto che alcuni stati hanno decretato delle particolari leggi per punirli maggiormente, come ad esempio quella che vieta di chiedere l’ elemosina nelle strade.

Dietro la triste storia di chi ha perduto il domicilio si nascondono numerose concause: dai vizi alle calamità naturali, l’ inaspettata perdita di occupazione e di affetti. Ma anche la disabilità e le negative esperienze carcerarie che impediscono un adeguato ricollocamento nella società. Vittime delle circostanze oppure di situazioni congiunturali sono travolti da infausti eventi senza avere le possibilità di reagire in maniera concreta e il welfare state ( l’ assistenzialismo ) li supporta soltanto parzialmente.

Oltre un terzo della popolazione dei paesi in via di sviluppo non ha un alloggio adeguato per vivere. Il problema si è oramai generalizzato in tutto il mondo ed è reso ancora più complicato dalle etnie che hanno un’ indole migratoria. Esse contribuiscono a formare una società cosmopolita dove le forze politiche hanno sottovalutato l’ importanza degl’ effetti avversi dei cambiamenti economici. Per questi motivi si è venuta a creare una grande disuguaglianza tra gli abitanti. Pure l’ opulenta America non è esente da questa situazione. Anzi, gli Stati Uniti sono il paese occidentale con il maggiore numero di poveri e nonostante la democrazia riflettono tuttora di risvolti di discriminazione razziale. I neri afro-americani, gli ispanici e quelli di origine asiatica hanno una percentuale del tasso di povertà differente dalla razza bianca.

I dati esposti nell’ autunno scorso dal Census Bureau ( l’ Ufficio del Censimento ) lanciano un grido di allarme impressionante che nemmeno le riforme sociali, sanitarie ed economiche volute dal Presidente Barack Obama hanno saputo contrastare. La soglia di povertà ha registrato i livelli tra i più elevati degl’ ultimi cinquanta anni. Numeri che ci fanno comprendere quanto sia fragile la famiglia americana del ceto medio – basso. Un fenomeno che non deve essere considerato transitorio ma bensì è indice di forti preoccupazioni per le prossime generazioni, le quali si troveranno ad affrontare numerosi ostacoli e senza mai avere la certezza di possedere una casa propria e un lavoro stabile. Nella disanima si desume una “ nuova povertà “ che si abbatte sui bambini e su quelli che un tempo erano considerati benestanti.

Tra i senza fissa dimora non tro­viamo solamente persone dedite all’ alcol, prostitute, tossicodipendenti ma altresì manager, ingegneri, titolari di piccole imprese che hanno vissuto con soddisfazione fulgidi periodi che però l’ indebitamento con le banche li ha messi in ginocchio quando l’ economia nazionale è entrata in una fase di stagnazione. La categoria più colpita è quella degl’ architetti per quel filo che li congiunge alla crisi edilizia. Sono parecchi gl’ ex professionisti che si sono dovuti rivolgere alle istituzioni per chiedere un modesto salario di sussistenza.

Negli Stati Uniti il mercato immobiliare è in ribasso da tempo e la progettazione di alloggi pubblici destinati ai bisognosi ha normative poco flessibili. Nel recente biennio i finanziamenti statali per i servizi ai senzatetto hanno subito una riduzione e reperire risorse diventa sempre più difficoltoso. Inoltre, le modalità delle locazioni appesanti­scono il problema, le liste di attesa sono infinite e le organizzazioni sociali ne risentono fortemente.

Oltre due secoli fa il filosofo e teologo francese Hugues Félicité Robert De Lamennais scriveva in una delle sue pubblicazioni: “ Il grido del povero sale fino a Dio ma non arriva alle orecchie dell’ Uomo “.

Ancora oggi mai parole furono più vere.

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Il testo e la foto sono parte di un capitolo del libro Personal Observations di Gianluca Fiesoli.

Immagine:  Tisha e Anthony fotografati alla Soh – Houston, Usa 2006.

Qui sotto il video di presentazione e la prefazione.

https://www.youtube.com/watch?v=W2pgSbaffJ0&feature=youtu.be 

oppure

     http://gianlucafiesoli.blog.tiscali.it/2012/10/15/video-di-presentazione-per-il-libro-personal-observations-di-gianluca-fiesoli/ 

Un giorno molto fortunato….

Video importato

FOTO: Attentato all’ hotel Bagdad, Iraq, 2003 – Gianluca Fiesoli.

Il testo è tratto da un capitolo del libro Personal Observations di Gianluca Fiesoli

 

 

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Oggi è il 12 ottobre del 2003. Nel pomeriggio ho deciso di andare a piedi fino al distretto amministrativo di Sheikh Omar. Pare che gli sciiti della regione stiano organizzando un imponente manifestazione di protesta per chiedere la liberazione dell’ Iman.

Lasciato alle spalle il Palestine dopo circa quattrocento metri davanti all’ Hotel Bagdad c’ è una postazione armata degli iracheni attorniata da barriere di cemento e un blindato statunitense che vigila attentamente.

Sul largo marciapiede gli agenti sorseggiano il “ finjaan shay “ ( una tazza di tè ) e con garbo e curiosità, poiché intuiscono che sono uno straniero, la offrono anche a me. Come spesso avviene in questo genere di incontri occasionali ne approfitto per conversare e chiedere qualche informazione.

Sembra finalmente una giornata tranquilla dopo quelle movimentate nelle scorse settimane. Trascorro con loro un quarto d’ ora scherzando pure del calcio italiano e sulle vignette umoristiche di Silvio Berlusconi, le quali sono abbastanza note da queste parti. Sto riflettendo se entrare nell’ albergo per domandare ulteriori novità della dimostrazione ma poi decido di rinunciare e proseguo il cammino.

Quando sono a metà del ponte della Repubblica e mentre volgo lo sguardo sul palazzo delle telecomunicazioni semidistrutto dalla guerra, un tremendo boato riecheggia nell’ area. Contemporaneamente s’ innalza una grande colonna di fumo grigio in direzione della cornice del fiume. Torno indietro e imbocco nuovamente la Abu Nuwas Street. Decine di persone corrono come impazzite. La gente esce dalle abitazioni, urla incomprensibili. E’ un susseguirsi di istanti caratterizzati da ritmi frenetici e incontrollati. In tanti imbracciano un mitra o una pistola mentre le sirene delle ambulanze del Medical City si avvertono in lontananza.

Dalla zona verde si sono aperte le cerniere di protezione e il comando ha fatto uscire due carri armati preceduti da alcuni veicoli corazzati leggeri. Il vorticoso e inconfon­dibile rumore delle pale rotanti di un Apache e due BlackHawk stanno dilaniando il plumbeo cielo. Sono già sopra le nostre teste, volteggiano a bassa quota.

L’ odore acre dell’ esplosivo si disperde nell’ aria lasciando una scia di morte. I soldati armati di mitra HK416 si affrettano a sbarrare il viale intanto che arrivano le prime troupe delle televisioni dei media.

Un attentatore suicida con un auto piena di deflagrante si è lanciato contro il posto di blocco davanti all’ Hotel Bagdad. Gli agenti con cui appena pochi minuti prima avevo bevuto un tè nell’ esplosione sono tutti morti. Diversi i feriti, tra cui i due militari del tank americano. Per fortuna l’ autobomba non è riuscita a raggiungere l’ entrata dell’ albergo in fondo alla piccola via.

Se mi fossi soffermato ancora un po’  con loro probabilmente sarei stato ucciso.

Soltanto la mia buona stella mi ha consentito di restare vivo.

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FOTO: Attentato all’ hotel Bagdad, Iraq, 2003 – Gianluca Fiesoli.

Il testo è tratto da un capitolo del libro Personal Observations di Gianluca Fiesoli

 

 

Auguri di Buona Pasqua.

27 Marzo 2015 Commenti chiusi

Con l’ avvicinarsi delle festività s’ inviano i migliori auguri di Buona Pasqua 2015 a Voi e famiglie.

Happy Easter 2015 to you and family.

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Eclissi totale di sole, uno spettacolo ammaliante. Qualche ( piccolo ) consiglio per fotografarla.

20 Marzo 2015 Commenti chiusi

Ne ho vista una sola nella mia vita, ma l’ ho guardata bene e da ” vicino ” se così si può dire……

L’ eclissi totale di sole, ma anche quelle minori rappresentano da sempre per l’ Umanità, per la gente comune, lo studioso oppure il semplice appassionato, un evento straordinario da vedere e da sognare……

Se la vogliamo dire tutta è anche un motivo per stare insieme, quasi fosse una partita o al meglio per isolarsi e riflettere……

Il fenomeno, si ripete a distanza di anni e migliaia di persone si organizzano per il momento decisivo. Quel passaggio che dura poco ma che oscura tutto rendendo un atmosfera magica.

E’ un avvenimento oltre alle sue particolarità che ci riporta ad una dimensiona più umana, più vera di fronte alla forza della Natura e del Cosmo, la quali ci ricordaano che l’ Uomo è comunque un debole in confronto ad esse e ci consiglia che dovremmo portargli sempre rispetto.

Correva l’ anno 1999. Non mi fu difficile andare in Austria dato che mi trovavo già in nel nord d’ Italia e quindi raggiungere Salisburgo, considerato all’ epoca, ” il punto di osservazione ” migliore di tutto il continente europeo.

Ma come si fotografa un eclissi, dirà qualcuno. In tante maniere, ma se vogliamo delle immagini belle necessitano tre cose fondamentali. Un obbiettivo di focale più lunga possibile ( almeno un 600 mm ) visto che la distanza è abissale. Poi un robusto treppiede e un corpo macchina veloce e perfetto nell’ AF poichè il passaggio è rapido e quindi ci sarà pochissimo tempo di esecuzione in special modo se vogliamo fare una sorta di bracketing che illustra tutte le varie sequenze dell’ attraversamento.

Oggi con la fotografia digitale è sicuramente più facile in quanto abbiamo a nostra disposizione un infinità di scatti senza dovere cambiare pellicola come si faceva una volta. I corpi hanno ” buffering ” e le schede sono potenti e perciò ce lo consentono. Inoltre possiamo rivedere nell’ immediato e quindi correggere qualcosa.

Resta però il fatto che dobbiamo avere dell’ esperienza poiche la forte luce che attraversa le lenti e giunge al sensore può avere delle ” fughe, riflessi e sbalzare facilmente l’ esposizione e anche far ” ballare ” la messa a fuoco rendendola quindi imprecisa.

Per finire è utile anche l’ impiego dei filtri, polarizzatore oppure Neutral Density come gli strumenti a protezione degl’ occhi, poiche durante il fenomeno scatteremo attraverso il mirino della camera.

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Foto Fiesoli: Eclissi totale di sole, Salisburgo, Austria, 1999. Fiesoli. Treppiede Manfrotto, Nikon F5, pellicola Fujichrome, obbiettivo 600 mm.

 

 

 

Pino Daniele 1955 – 2015.

7 Gennaio 2015 Commenti chiusi

Photo Painting – Pino Daniele in concerto, 1999 – Gianluca Fiesoli ©.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dieci anni senza Avedon.

Dieci anni fa di questi tempi moriva Richard Avedon.

Giusto ricordarlo.

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http://www.gianlucafiesoli.com/avedon.htm

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Se ne è andato con la fotocamera tra le mani. All’ età di 81 anni è morto il fotografo Richard Avedon. Nello stato del Texas stava svolgendo per il magazine New Yorker il suo ultimo e arduo lavoro sul concetto di democrazia americana. Nonostante fosse stato sconsigliato dai suoi stessi familiari per l’età avanzata, Avedon continuava a lavorare senza risparmiarsi.

Nato a New York nel 1923 da una famiglia della borghesia ebraica, lasciò gli studi molto presto, contro il parere del padre che  voleva diventasse un medico oppure  avvocato. Dopo aver terminato le scuole pubbliche s’ imbarca nella Marina per fare esperienze di vario genere e comincia a scattare le  prime immagini. Al ritorno frequenta per alcuni mesi un corso alla scuola di fotografia di Brodovitch, all’epoca direttore artistico di Harpers Bazaar e successivamente diventa un professionista accettando numerosi lavori pagati però malamente. Poi comincia a collaborare in modo continuativo con altri periodici, una lunga gavetta che è la prima chiave di svolta di quella che diventerà una prestigiosa carriera.

I suoi ritratti con sfondo bianco, talvolta grigio e anche nero, nel tempo saranno eseguiti e copiati da tanti fotografi di moda e di glamour. Alternando queste tre toni, spiegherà successivamente, ” posso permettermi di scegliere e attenuare i soggetti da abbinarci “.

In effetti ha ragione, se usasse solo il colore chiaro l’aspetto puramente grafico dell’ immagine sarebbe dominante e il contrasto che con lo sfondo bianco svuota, non si integra con altri elementi. Questa importante differenza si nota sopratutto nella drammaticità, come per i ritratti alle vittime vietnamite colpite dalle bombe al napalm, in cui usa fondali grigi di tonalità media che rendono l’ elaborazione della foto con un atmosfera più rassicurante, eliminando così la drastica forma emotiva di questo tipo di esposizione.

Richard Avedon non ha niente in comune con i mostri sacri del secolo scorso e del giornalismo per immagini: Bresson, Erwitt, Capa, Brassai, Bischof prenderanno altre strade professionali di cui però ne ripete in parte le gesta eseguendo buoni reportage in Vietnam e in altri luoghi. Dichiarerà poi all’ apice del successo che il fotogiornalismo, per quanto sia stato un saltuario rappresentante, era una vocazione che gli è sempre rimasta dentro anche se non condivideva diverse cose in questo tipo di fotografia.

Ma Avedon non può rimanere in eterno un cronista di immagini. L’ artista sente il bisogno di una evoluzione delle proprie idee, le quali devono essere più incisive, più tangibili, maggiormente creative, insomma dovranno aumentarne l’ efficacia, cosa che il reportage per quanto affascinante non può dargli,  ma che era comunque un passaggio obbligato. Superati gl’ istinti e le frenesie giovanili è con la fotografia di moda che Avedon raggiungerà le più alte vette della celebrità e dell’ espressione fotografica.

Il  primo libro, l’antologia Observations, viene realizzato con i testi di Truman Capote. La raccolta comprende una serie di pregevoli e unici ritratti di Mariella Agnelli, il trombettista jazz L. Amstrong, il comico C. Chaplin, la baronessa Thyssen, l’ attrice Anna Magnani, Jimmy Durante e molti altri ancora.

Da qui l’ artista capisce l’ importanza di lavorare in studio e in formati più estesi utilizzando dei banchi ottici che variano nella misura 4X5, 8X10 e 13X18, e che gli garantiscono una maggiore perfezione nei dettagli, rendendoli nitidi e brillanti,  orchestrati da un uso sapiente di bank e luci in sala posa.

Per pubblicare il suo secondo libro Nothing Personal, ( Niente di personale ),  Avedon richiama James Baldwin un vecchio compagno di scuola il quale gli curerà i testi. Il contributo dell’ amico sarà fondamentale per la riuscita di questo volume, che si distacca dall’ antecedente per lo spirito critico. Difatti il fotografo s’ impegna nell’ evidenziare i diritti civili esibendo così nel contesto una chiara posizione ” politica “. Per concludere questa pubblicazione,  compirà  un viaggio negli stati americani del sud, riprendendo in Louisiana i malati di mente di un ospedale psichiatrico.

Nel giorno dell’ assassinio di Kennedy si reca in Times Square, nel centro della metropoli, per immortalare i passanti con i giornali in mano. E’ un momento particolarmente sconvolgente per la nazione e Avedon riesce a coglierne alcune interessanti le sfumature. Le foto non hanno niente di quello che potremmo definire cronaca quotidiana, ma manifestano il senso d’ impotenza, di sbigottimento e di stupore della popolazione nei confronti del tragico evento che segnerà la storia americana.

Nei mesi  successivi lascia Bazaar per lavorare con Vogue e Look. Le due importanti riviste lo lanciano definitivamente nel panorama internazionale dell’ editoria. Poi  termina la pubblicazione ” Alice nel Paese delle Meraviglie “. Questo racconto di immagini subisce l’ influenza di Andy Wharhol.

Fotogrammi di una ricerca teatrale e delle sue gestualità, fondati sopratutto sul processo e l’ atto del movimento, i quali esaltano la difficile disciplina a cui gl’ attori della Factory sono sottoposti per raggiungere un rilevante risultato.

Ma il fotografo è anche intelligente ad inserirli in antitesi con l’ immobilità delle foto del cast della produzione, evidenziando così l’ alternanza figurativa  che aggiunge dinamica all’ espressività  per chi le osserva e conseguentemente le giudica. Sono immagini totalmente differenti da quei precedenti ritratti statici e monumentali, per quanto straordinari ma individualistici, i quali erano divenuti quasi una firma fotografica. Oltre la qualità tecnica si evince definitivamente l’ innata genialità di Avedon nel programmare un idea o una visione fotografica anche se diversi critici hanno definito atipico questo lavoro.

In questo set li riprende anche nudi ma che non hanno nessun riferimento all’ eros o alla volgarità, taluni spontanei, altri improvvisati oppure diretti nello sguardo dei soggetti stringendo così la profondità di campo.

Poi la morte del padre Israel nel 1973. Lunghe settimane di agonia in cui Richard Avedon lo ritrae a più riprese nell’ estensione della malattia. E’ il tragico sviluppo di un cancro  inarrestabile. La sequenza di negativi sono decisamente amari, escludono l’ accezione narrativa, ma che fanno denotare una maturità artistica ed una sensibilità di fronte al problema della morte.

La personalità del genitore è sempre stata presente ed era un punto di riferimento, anche se non sono mancati in passato momenti di dissociazione generazionale e di pensiero. Lo dimostra il fatto che dopo il decesso farà una mostra unicamente con  le sue immagini, nell’ estate del 1974  al MOMA.

Successivamente espone al Metropolitan  con una grandiosa  personale composta da oltre un centinaio di gigantografie mentre nei mesi a venire alterna  impegni tra la moda e la pubblicità.

Però l’ opera più singolare resta  il tanto discusso  ” In the American West “, una serie di ritratti in bianco e nero di vagabondi e homeless lungo le Interstate e le Freeways  americane.

Bill Curry, Richard Garber, Clifford Feldner, Mary Watts, James Benson, sono icone della fotografia realizzate con una piccola troupe di assistenti e in simbiosi con la ricercatrice Laura Wilson che lo aiuta nella scelta degl’ individui. L’ accanimento della critica raggiunge le prime pagine dei tabloid della West Coast e non solo, mentre il perbenismo dell’ opulenta borghesia americana lo reputa un ” traditore “ per via del tentativo di schernire il paese.

Viene incolpato di approfittarsi della sua fama e del potere dell’ immagine per evidenziare certe argomentazioni esistenziali che a detta di alcuni rappresentanti della società non si erano mai viste prima. Persino l’ area più liberale e progressista  lo taccia come un ” folle “ che rischia di compromettere la professione.

Ma è sopratutto una congiura mediatica, dettata dall’ ipocrisia e dal bigottismo. L’ artista è accusato di aver rubato e dilapidato la dignità morale di questi ” storpi, anomali, ripugnanti e strani  sconosciuti “, oltre settecento, che ha selezionato con certosina attenzione. Però il fotografo se ne infischia, la sua superiorità intellettuale è inattaccabile ed è convinto che questo sforzo verrà premiato dal pubblico. Infatti sarà così e il libro rimarrà una pietra miliare nella Storia della fotografia,  poiché si apprende il suo interesse per i disadattati e per la voglia di far conoscere al mondo ” l’ altra faccia triste dell’ America “. Tale opera si potrebbe definire un misto di contestazione, provocazione e verità.

Le foto di questo eccelso risultato artistico saranno interposte nelle mostre che Avedon presenterà da ora in avanti ed è strabiliante il fatto che si potrà vedere un ritratto della ” divina Marylin “  accanto a quello di  un ” miserabile errabondo “. 

Proprio il modo di esporre le fotografie è un altra particolarità dell’ artista, il quale ha sempre curato con molta  riflessione e  allo stesso tempo con acutezza. Se i libri di Avedon sono stati ” studiati minuziosamente ” a tavolino, intraprendendo percorsi ideativi ben specifici,  nelle esposizioni talvolta cercava di dare maggiore respiro tematico senza però eccessive forzature o contraddizioni.

Ed è per ciò che “ In the American West “  è una bellissima analisi  che si contrappone totalmente alle abituali fotografie di personaggi del cinema hollywoodiano.

Il significato va oltre l’ essenza delle immagini ed è una realizzazione che ribadisce i concetti dell’ esteta nordamericano, il quale non aveva nessun personale pregiudizio di fronte all’  obiettivo ed era del tutto legittima la volontà di fotografare in assoluta libertà qualsiasi elemento e qualunque cosa.

Richard Avedon ha sempre lasciato trasparire una leggera disapprovazione a quell’ entourage patinato e frivolo, di cui  però era frequentemente in contatto per obblighi professionali e naturalmente per i guadagni che gli riservavano. Forse, questa è stata una delle principali motivazioni per andare ad esplorare classi  povere e disagiate, tanto da dedicarci interi mesi di lavoro. Al di là della creatività e se consideriamo un fotografo ” un umile artigiano della luce “ però è doveroso ricordare che numerosi professionisti si sono avvicinati a questo tipo di ambiente: chi per curiosità, chi per  ricerca o per altri fattori stimolanti.

D’ altra parte le tematiche sociali e umane s’ intrecceranno più volte nella sua esistenza. Richard Avedon è stato anche fermato per aver partecipato ad una manifestazione pacifista avvenuta sulla scalinata del Capitol nel centro di Washington, la quale degenerò in una violenta rissa. Poi, sarà  imprigionato per disobbedienza e oltraggio ad agenti di polizia locale.

Nello stesso periodo viene ricoverato d’ urgenza per pericardite,  che gli causa dolori lancinanti al petto. E’ una disfunzione flogistica del rivestimento cardiaco, la guaina fibrosa del cuore, forse dovuta allo stress oppure da un infiammazione virale.

Ma la volontà ferrea del fotografo non si ferma. Dopo pochi giorni dall’ uscita dell’ ospedale, nello studio della Grande Mela disteso su un improvvisato lettino dirige il primo assistente per la posa di una modella…….

Gli aspetta un ciclo professionale molto fertile al quale non può assolutamente astenersi e appena ripresosi dalla malattia comincia a lavorare per il catalogo Bloomingdale.  Successivamente svolge attività didattica e conduce seminari in alcune università degli States.

Il mondo culturale e accademico lo inseriscono tra i grandi artisti del secolo. Oramai vive tra gli studi di New York e Parigi

Nel 1980 per via dell’ interessamento di David Ross espone nel moderno e spazioso Art Museum di Berkeley nello stato della California. La mostra sarà nuovamente un grande successo e forse una delle più complete poiché la retrospettiva comprende immagini di moda, ritratti e reportage.

Durante il capodanno del 1989 documenta la caduta del muro di Berlino. Scatti che catturano attimi di gioia, euforia, eccitazione, pathos e solidi sentimenti per un epoca che sta giungendo traumaticamente al capolinea.

Negativi dai forti contrasti ma di un intensità penetrante. E’ incredibile come l’ esposizione possa rasentare il limite concesso dai valori cromatici del bianco e nero,  in cui si interpongono i bagliori delle luci artificiali e le ombre profonde di una gelida notte tedesca che cambierà la storia di alcuni popoli. L’ ilarità e la celebrazione della festa si uniscono alla paura e l’ incertezza che suscitano  il radicale cambiamento politico.

Anche da queste immagini si capisce come Avedon appena fosse libero da impegni andasse a cercare di testimoniare, commentare e decifrare quei grandi eventi che hanno fatto il percorso dell’ umanità.

Nella lunga parabola artistica spiccano pure le campagne pubblicitarie per Gianni Versace, Dior, Valentino, Giorgio Armani, due calendari Pirelli, lo speciale  ballo Volpi a Venezia nel 1993 e i numerosi servizi per il rotocalco francese Egoiste.

L’ ultimo capitolo è di adesso. Tina Brown e il New Yorker, la rivista d’ indirizzo intellettuale. Lo chiamano per offrirgli un contratto. Un restyling editoriale quando la crisi economica comincia a dare i primi segni di cedimento in molti settori.  L’ artista come di consueto assume l’  impegno con vivido entusiasmo ma  il destino non gli ha permesso di portarlo a totale compimento.

Anche alcune dichiarazioni sono diventate note,  come quella sottilmente sarcastica sulla diffusione e la realtà dell’ immagine. ” Tutte le fotografie sono fedeli. Nessuna è la Verità…….” oppure, ” Il ritratto è un accostamento: è l’ effetto del soggetto sul fotografo e l’effetto del fotografo sul soggetto “.

E  infine ” La fotografia è un Arte povera e illusoria. Molti ci credano ricchi, ma non lo siamo “.

Richard Avedon è stato uno dei più grandi fotografi di sempre e il suo contributo all’ Arte è di inestimabile valore, con una produzione vastissima che parte dal reportage e la cronaca, prosegue nella  ritrattistica per poi concludersi all’ interpretazione dell’ Alta Moda.

Davanti all’ otturatore sono passati come in una lista infinta i  più autorevoli personaggi del Novecento. Da John Lennon a Henry Kissinger, M. Monroe, A. Warhol, i Beatles, Michelangelo Antonioni,  membri del Congresso, celeberrimi intellettuali, attori,  Frank Zappa, Barbara Streisand, ambasciatori,  la duchessa di Windsor e la First Lady alla White House…..

Un professionista tecnicamente completo e raffinato. Un vivace talento che ha saputo sviluppare con la creatività fin da quando era un ragazzo. Rimarrà nella memoria della gente comune e sopratutto per gl’ amanti della fotografia un autore di sbalorditivi e laboriosi collage, di un Fine Art che in pochi sono riusciti ad esplicare senza mai cadere nel pedestre.

Non di rado usava solarizzazioni di cibachrome oppure tagli di composizione inaspettati,  a convalidare un  attività che è sempre stata alimentata dalla voglia di emergere, di arricchire e di rinvigorire il proprio fuoco dell’ intelletto.

Ma anche di sperimentare nuove metodologie ispirate a mettere in atto una grande differenziazione  delle pose, in cui non erano esenti una finissima comicità  e armonia, talvolta associate ad un compiacente tradizionalismo al quale in fondo non ha mai saputo rinunciare.

Con la morte ci lascia l’ insegnamento di un linguaggio esclusivo, centinaia di opere senza mai andare fuori tempo e la voglia di stupire sempre e comunque.

Le  figure riprese sono la conseguenza di una profonda consapevolezza di saper usare una coesione intellettuale, pratica e con fantasia, come quando ricordava nelle interviste che prima di premere il pulsante dello scatto provava su un foglio di carta l’ immagine ideata facendo schizzi e bozzetti.

Amato e biasimato dai recensori, per taluni un manipolatore visivo, un seducente esibizionista, per altri un finto poeta o un solipsista schiavo del successo. Sicuramente è stato un intenditore della femminilità e di bellezza esteriore, la quale è riuscito a magnificare e a rendere Universale.

La peculiarità del Maestro newyorchese era quella di essere un regista della fotografia contemporanea con l’ energia di  credere ciecamente nel veicolo della comunicazione e nell’ espressione di una stampa.

Tutto lo attraeva e tutto lo restituiva assieme ad un esegesi stupefacente dopo aver esplorato nell’ anima dei soggetti, lasciando così nell’ opera finale ogni qual volta un elemento distintivo incancellabile.

Da oggi è entrato nella leggenda.

Gianluca Fiesoli, 2 Ottobre 2004.

” Bracketing “.

Generalmente non vado pazzo per il ” bracketing “, oggi ancor più facile con il digitale…………

Una tecnica forse necessaria in particolari occasioni o tipo di fotografia come quella sportiva.

Ma delle volte lo trovo utile.

Come in questo caso…….. per un semplice ritratto.

Madagascar, 1995.

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Un pensiero per Srebrenica.

Saranno ” solamente ” 175 le vittime che verranno tumulate domani, 11 luglio 2014, nel diciannovesimo anniversario della strage di Srebrenica.

Un numero minore rispetto agl’ altri anni ma che non deve ” ingannare ” sia perché il ritrovamento non vedrà in tempi brevi la luce della fine, sia perché  molti familiari delle vittime non hanno collaborato o perlomeno non hanno donato il proprio sangue per il confronto dei test del Dna.

In realtà, come ha dichiarato uno dei responsabili dell’ Istituto Nazionale, le vittime ricomposte nell’ anno passato sono circa 700.

La cittadina accoglierà migliaia di persone provenienti da tutta la Bosnia Erzegovina ma anche da altri paesi e come di consueto ci sarà una marcia della Pace per poi proseguire in una solenne e commovente cerimonia.

Un giorno che ho vissuto nel 2011 e che non dimenticherò mai.

Nonostante siano passati quasi due decenni e la sofferenza non sia cessata, i media, almeno quelli italiani, quest’ anno hanno dato meno risalto agl’ aggiornamenti di quelle questioni tuttora irrisolte.  

E’ quindi ancora una volta doveroso avere un pensiero per Srebrenica e il suo popolo.

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Srebrenica – Potocari, Bosnia Erzegovina, 11 Luglio 2011.

Sedici anni non bastano per alleviare il dolore. Nel giorno della commemorazione la Bosnia Erzegovina si stringe intorno ad altre 613 vittime che sono state pietosamente ricomposte e riconosciute tramite la scienza e i test del dna. Un lavoro complesso eseguito da antropologi forensi e che continua senza un attimo di sosta, con pochi mezzi a disposizione e senza sapere quando finirà.

Suljic Hazan Nedzad era nato nel 1975. E’ stato assassinato a soli venti anni ed è uno dei più giovani di questi ultimi ritrovamenti. La lapide con la mezzaluna porta la numero 451. Oggi sarebbe stato un adulto con una famiglia e un onesto lavoro. La madre siede mestamente davanti alla fossa in attesa che venga sotterrato.

Il suo viso è segnato da profonde rughe e dalla sofferenza che contrastano su un candido fazzoletto color crema il quale le raccoglie i candidi capelli bianchi. In quella che fu un aberrante strage ha perso pure il marito che venne trucidato con una raffica di mitra in un magazzino della borgata di Kravica dopo che aveva tentato di scappare attraverso i boschi. Lei assieme ad altri sfollati dei villaggi circostanti fu trasferita nella zona libera di Tuzla.

Alla fine dell’ anno scorso l’ Istituto Nazionale delle persone scomparse le ha comunicato che avevano ritrovato i resti dell’ unico figlio che aveva. Con voce interrotta da un pianto convulso, nelle frasi che mi vengono tradotte dall’ inviato del quotidiano Oslobodenje di Sarajevo, la donna ci racconta che il ragazzo fu preso durante un rastrellamento dei militanti serbi quando erano appena entrati nel centro abitato.

Da allora non ha saputo più niente, ma in tutto questo tempo nonostante la realtà fosse così evidente e tragica si è sempre illusa di riaverlo vivo. Conclude dicendoci che non conosce neppure la dinamica dell’ omicidio e che è possibile soltanto fare delle ipotesi. Fucilato, torturato, sgozzato con un coltello oppure ucciso in ginocchio con un vigliacco colpo di pistola alla nuca. Probabilmente resterà per sempre un atroce mistero.

Neanche il recente ma tardivo arresto dell’ ex Comandante militare Ratko Mladic, il boia dei Balcani, cancella la disperazione e il rancore che questo popolo si porta addosso. Proprio oggi le vedove di Srebrenica hanno usato toni duri e perentori contro quelli lo hanno preso. Sostengono che da tempo il governo serbo era perfettamente a conoscenza del luogo in cui Mladic si nascondeva e guarda caso la cattura è avvenuta nei giorni della visita a Belgrado di Catherine Aston, l’ Alto Rappresentante per gli Affari Esteri dell’ Unione Europea.

Le donne bosniache chiedono risarcimenti per le vite distrutte. Però, dopo oltre tre lustri sono ancora più di un migliaio i casi pendenti. Sebbene alcuni progressi siano stati fatti per tutelare i diritti umani, il piano di recupero fondi destinato alle famiglie degli scomparsi non è stato pienamente attuato e quindi le controversie rimangono insabbiate nella burocrazia.

E’ una giornata toccante, pregna di tristezza. La ricorrenza del genocidio assume una dimensione e un valore simbolico molto profondo. E’ inammissibile restare insensibili di fronte a queste scene, ma purtroppo nei prossimi anni il numero dei morti accertati salirà ancora. Molte bare saranno tumulate nuovamente perchè ulteriori fosse comuni secondarie sono state individuate tra le montagne e andranno ad aggiungersi alle migliaia di vittime che riposano dal 2003 nel memoriale di Potocari.

Sembra non finire mai il massacro di Srebrenica anche se nella regione c’ è un processo di stabilizzazione e in futuro la prospettiva di aderire nell’ Europa che conta. Resta però il fatto che tuttora vige una situazione temporale ma con le amministrative dell’ autunno 2012 molte cose sul piano legislativo potrebbero mutare poiché non sarà concesso lo statuto speciale e avranno diritto a votare soltanto gl’ effettivi residenti.

Tuttavia l’ annullamento dei valori, le metamorfosi politiche, la perdita dell’ identità culturale, la mancanza di opportunità lavorative e la scarsa volontà di ottemperare collaborazioni tra serbi e bosniaci hanno portato la piccola città alla decadenza.

Ovunque è tangibile un senso di vuoto e di afflizione. Volti diffidenti che celano un fondo oscuro mentre le nuove generazioni quando possono si trasferiscono altrove. Attualmente a Srebrenica vivono circa novemila persone che con il deserto dentro l’ anima restano attaccati alla loro terra e al passato.

Lo sterminio del 1995 è un capitolo così riprovevole che l’ Uomo ha saputo creare con l’ odio e l’ ostilità, armandosi di pesante artiglieria, granate e bombe, fino a mettere in atto una pulizia etnica con lo scopo di sopprimere qualsiasi avversario. Un annientamento che ha una lampante similarità con la pazzia del nazionalsocialismo.

Nonostante ciò in Serbia ancora adesso ci sono rigurgiti di negazionismo dovuti all’ importante sostegno della popolazione verso i partiti più radicali che nell’ elezioni politiche del 2007 ha visto registrare un consenso di quasi un terzo degli elettori.

La strada della riconciliazione è ancora lunga e il Parlamento di Belgrado soltanto quindici anni dopo la fine dei combattimenti ha chiesto ufficialmente scusa alle famiglie delle vittime, qualificando Srebrenica come un “ crimine di guerra “ e non come genocidio, rivendicando però che esistono anche dei delitti subiti dal popolo serbo. La dichiarazione è stata raggiunta dopo quasi tredici ore di acceso dibattito e risolta con una risicata approvazione grazie al voto dei democratici e socialisti.

Dopo quattro anni di lotta armata che coinvolse buona parte dei Balcani occidentali e causò quasi centomila morti con seicentomila profughi, gli episodi di Srebrenica furono decisivi per la svolta finale della guerra. La Storia è nota ma presenta ancora delle zone d’ ombra ed è per questo che ci deve essere di grande insegnamento senza scordare i diversi doveri dei paesi, il supporto spirituale della Chiesa ortodossa serba improntato al revanscismo e del ruolo che l’ Onu ebbe in tutta la vicenda.

I caschi blu delle compagnie Dutchbat guidati dal colonnello Thom Karremans assistettero impotenti e non intervennerro. Circostanze poco chiare avvennero in quei giorni fino al punto che la fanteria arrivò a stabilire rapporti molto amichevoli con i paramilitari serbi agli ordini di Ratko Mladic, un generale lucido e spietato che era diventato il braccio destro di Radovan Karadzic. Una festa a base di birra, allegria e scambio di regali prima di abbandonare la base al suo destino e che cominciasse il mattatoio. Tuttora restano gl’ interrogativi del perchè i soldati Onu furono lasciati senza un adeguata copertura aerea sebbene ci fossero stati diversi contatti con il comando operativo di Tuzla.

All’ inizio di luglio del 2011 la sentenza di un Tribunale della Corte di Appello di Amsterdam e che ha ribaltato la precedente del 2008, ha condannato lo stato olandese a risarcire alcuni mussulmani senza però specificarne un preciso indennizzo. Un verdetto sicuramente esemplare e per certi versi “ storico e coraggioso “, il quale ha reiterato la corresponsabilità di quella che doveva essere una missione a protezione dell’ enclave e sancisce la fine dell’ immunità, del garantismo e i privilegi che da sempre hanno avuto i Peacekeeper.

Se verrà confermata in via definitiva nel terzo grado di giudizio potrebbe aprirsi la prospettiva di intentare altre vertenze civili ma molte sono le perplessità che tuttociò possa succedere. E’ comunque una decisione utile a comprendere che nelle guerre sotto l’ egida di un organizzazione che dovrebbe cercare di mantenere la pace con la naturale equanimità, invece si nascondono interessi, finzioni, egoismi e tanto cinismo.

Dopo la fine del processo ancora una volta una volta si è riproposto il dibattito sull’ utilità e l’ efficenza delle Nazioni Unite nelle direttive e nei compiti che svolge. Per antinomia è una struttura che utilizza organici militari di altre nazioni e talora durante le operazioni è in disaccordo con i centri di potere politici.

Dignità ed esternazioni misericordiose squarciano il cielo durante la Salatul Janazah, la preghiera collettiva prima della sepoltura e che chiede la grazia dei defunti ad Allah.

Le Madri di Srebrenica non vestono in luttuoso nero ma continuano a versare copiose lacrime sulle verdi bare dei congiunti. Il verde è il colore della speranza, della giovinezza, della Natura mentre per l’ Islam è il Paradiso nell’ ultimo viaggio e che consentirà allo spirito di evolversi.

Trentamila, forse quarantamila persone sono arrivate fin qui da ogni parte del mondo per non dimenticare e per continuare a volere giustizia e verità. Tante bandiere e una marcia della Pace che è partita due giorni prima dal villaggio di Nezuk ed ha ripercorso i luoghi della strage.

Sotto un torrido sole che sfiora i quaranta gradi non mancano gli svenimenti degl’ anziani intanto che fin dalle prime luci dell’ alba un’ imponente schieramento di poliziotti ha vigilato sulla sicurezza.

Il rumore di un interminabile fila di automobili ha infranto la quiete e i silenzi di questa rigogliosa valle, nella quale niente sarà più come prima.