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Lashkar-gah, la guerra continua.

16 Ottobre 2016 Commenti chiusi

“Anche oggi i combattimenti proseguono vicino a Lashkar-gah. I pazienti continuano ad arrivare, segno che hanno riaperto le strade per permettere il trasporto dei feriti. Al nostro ospedale ne sono già arrivati 9, di cui 5 in gravi condizioni. Chi può sta fuggendo e si sta dirigendo verso Kandahar alla ricerca di un luogo sicuro.

È stata una settimana molto intensa. La città è accerchiata – racconta Daniele, il nostro logista a Lashkar-gah – l’altro giorno un razzo è esploso a 30 mt dall’ospedale. Quando arriva un razzo lo senti subito: prima un fischio poi un rumore metallico e un boato. La struttura e i vetri tremano. Io e Vesna abbiamo radunato subito lo staff e dato indicazioni di stare al coperto e in zone protette.

Nell’ultima settimana abbiamo ammesso 150 nuovi pazienti, in un’ospedale che ha una capienza di 90 posti letto. Stiamo organizzandoci per poter attrezzare nuove postazioni per i feriti in arrivo e abbiamo dovuto dimettere quelli che stavano meglio. I nostri chirurghi hanno lavorato incessantemente negli ultimi sette giorni: 218 operazioni, un numero impressionante”.

Maggiori informazioni visita o iscriviti all’ associazione Emergency – http://www.emergency.it 

A cosa sono serviti 14 anni di guerra in Afghanistan ?

Il 7 ottobre del 2001, quattordici anni fa, iniziava l’attuale conflitto in Afghanistan. A che cosa sono serviti questi quattordici anni di guerra?

Certamente non a “portare la democrazia” o a “combattere il terrorismo”, né a pacificare il Paese: si combatte in 25 province su 34, e il numero dei feriti e delle vittime civili cresce di mese in mese.

A che cosa sono serviti questi quattordici anni di guerra? Quello che vediamo noi tutti i giorni sono civili uccisi, civili feriti, villaggi distrutti, combattimenti in aumento, feriti in aumento. Un orrore senza fine che arriva al bombardamento di un ospedale: un atto di violenza inaccettabile.

Nella foto potete vedere Giorgia, infermiera del nostro ospedale a Kabul, che si prende cura di Madina, una bambina di 8 anni arrivata da Kunduz.
Eccola: è questa la realtà di quattordici anni di guerra in Afghanistan.

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Un silenzio che dice molte cose……..

” C’è silenzio questa sera al porto. C’è stato uno sbarco oggi pomeriggio: 283 persone dal Ghana, dal Gambia, dalla Nigeria. Ci raccontano della paura della guerra, della minaccia di Boko Haram.

Sono felici di essere arrivati, ma nessuno festeggia: una delle barche si è rovesciata durante il viaggio.

“Chi non sapeva nuotare, chi non è riuscito a risalire sulla chiglia è morto”.

Parlano di 40 persone disperse.

C’è silenzio stasera al porto, ma è un silenzio che dice molte cose“.

- Giulia, infermiera di Emergency al porto di Augusta, Siracusa, 23 Luglio 2015.

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“Come va a Lashkar-gah?” “Al solito… va tutto come al solito”.

“Come va laggiù?”
Tutto come al solito”. Questo è più o meno quello che rispondo a chi da casa mi chiede notizie.
Manco da Lashkar-gah, Afghanistan, da tre anni, ed effettivamente va tutto come al solito.
Solo che “il solito”, a Lashkar-gah, è quello che è successo stamattina.
Ore 9.30. Durante il giro dei pazienti sentiamo un botto. Trema la terra, tremano i muri. Tremano i visceri.
Due secondi due per guardarci gli uni con gli altri, immobili. Poi ognuno si muove, come un robot, come non avesse fatto altro in tutta la sua vita. Dimi, la Medical Coordinator, corre al cancello dell’ospedale e poco dopo comunica via radio l’attivazione del mass casualty plan. Altri minuti, in attesa che i pazienti arrivino, le tende fuori dal Pronto Soccorso pronte, ogni membro dello staff pronto al proprio posto, la sala dei giochi riadattata a reparto per spostare i pazienti meno gravi e far posto a chi arriverà.
“Quanti?”. È la domanda che rimbalza in quei lunghi minuti di attesa. Nessuno risponde. Nessuno sa. Un camion-bomba si è fatto saltare a pochi chilometri da qui, vicino a una caserma di polizia. Lì di fianco c’è una scuola. Momenti interminabili nei pensieri, pochi minuti sulle lancette in realtà.
Poi tutto si confonde in un caos ordinato in cui ognuno sa cosa fare. La prima ad arrivare è una bambina di 9 anni con una scheggia in testa, “brain out” dicono, “il cervello fuori”. Immediatamente dopo una donna, scheggia nell’addome.
Poi non li distinguo più. In quel momento sono solo corpi, corpi feriti. Corpi da esaminare, da mettere in lista per la sala operatoria, da trasferire in reparto, da suturare, da curare. Riesco appena a realizzare che la maggior parte di loro sono bambini: solo adesso, dopo qualche ora, mi ricordo della scuola. Ci siete incappati bambini miei, siete uno dei tanti “effetti collaterali”.
Alla fine sono arrivati 35 feriti. Per 11 di loro è necessario un intervento chirurgico, gli altri se la cavano con un po’ di medicazioni, tornano a casa, là, fuori dal cancello bianco e rosso dell’ospedale, tornano da dove sono venuti. Non so se è proprio un “cavarsela”.
Ore 12.30, fine della mass casualty, dal distretto di Sangin arriva un paziente con un proiettile nell’addome. Lo portano gli infermieri di uno dei nostri Posti di primo soccorso. Poco dopo un ragazzino di 12 anni, scheggia nell’inguine… ricomincia la silente processione.

“Come va a Lashkar-gah?”
“Al solito… va tutto come al solito”.

Scritto da Roberto, infermiere di Emergency in Afghanistan.

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“Quando viaggi hai sempre paura, non sai mai se sarai tu il prossimo a morire”.

«Per favore, ho bisogno di mangiare», chiedevo. «I miei bambini hanno bisogno di mangiare, mia moglie sta male, ho bisogno di acqua e cibo. “No” mi hanno risposto il capitano e l’equipaggio della barca. Poi gli ho offerto altri soldi e mi hanno dato dell’acqua, poca acqua».

«Abbiamo attraversato il Niger, poi il deserto. In quattro giorni nel deserto abbiamo mangiato una volta sola. Potevamo bere due volte al giorno, non una di più. Ci hanno fatto lavorare in tutti i Paesi che abbiamo attraversato. Il peggio è stato in Libia, ci facevano lavorare e poi ci rubavano tutto quello che guadagnavamo. Vivevamo ammassati in una casa piccola, troppo piccola…».

«Il viaggio in mare è durato 10 giorni. Quando viaggi hai sempre paura, non sai mai chi sarà il prossimo. Non sai mai se sarai tu il prossimo a morire».

«È stato un viaggio terribile. Tanti compagni di viaggio sono morti, gente che aveva la stessa voglia che io avevo di vivere tranquillamente. Siamo partiti in 90 e siamo arrivati in 16. A volte penso che quelli che sono morti siano morti per pagarci il viaggio».

Sono alcuni dei racconti che abbiamo sentito a Siracusa, dove il nostro staff offre cure ai migranti che sbarcano e che vengono ospitati al Centro Umberto I. Viaggi terribili, in condizioni disumane, senza nessuna certezza di arrivare. Viaggi che, come mostra anche la cronaca di questi giorni, rischiano ogni volta di trasformarsi in stragi.

Non vogliamo più sentire racconti come questi. Non vogliamo più assistere a tragedie annunciate. Servono canali di accesso all’Europa legali e sicuri. Servono politiche per garantire la protezione e la tutela dei diritti umani di rifugiati, migranti e richiedenti asilo che attraversano il Mediterraneo per sopravvivere.

Adesso, prima della prossima strage.

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Storie di disperazione: “Abbiamo attraversato il Niger, poi il deserto…”

22 Aprile 2015 Commenti chiusi

«“Abbiamo attraversato il Niger, poi il deserto” racconta M. “In quattro giorni nel deserto abbiamo mangiato una volta sola. Potevamo bere due volte al giorno, non una di più. Ci hanno fatto lavorare in tutti i Paesi che abbiamo attraversato”. Il viaggio di M. dal Mali all’Italia è durato più di un anno. “Il peggio è stato in Libia, ci facevano lavorare e poi ci rubavano tutto quello che guadagnavamo. Vivevamo ammassati in una casa piccola, troppo piccola… Nessuno dei miei familiari ha mie notizie, non sono ancora riuscito a chiamarli…”

“Nemmeno i tuoi genitori?” chiedo. Le lacrime scendono sul viso di M. Come si consola un uomo?

Le sue lacrime scendono lente, ha un maglione col collo alto, le lascia scivolare fino a metà guancia e le asciuga allungando il collo del maglione. Ho lo stomaco chiuso e le gambe pesanti. Fatico a trattenere le lacrime, ho anch’io il collo alto, faccio a mia volta come lui, le lascio scendere a metà guancia e poi le asciugo.

M. ci racconta dello sfruttamento e delle violenze subìte. Ne porta i segni, in gran parte sul torace; i piedi sono gonfi. Negli ultimi due giorni del suo viaggio, durante la traversata del Mediterraneo, hanno cambiato scafo. Quello con cui sono arrivati era talmente piccolo che si sono ritrovati seduti uno sull’altro. Le mani sono quelle di chi ha lavorato sodo la terra, le riconosco, vengono da lontano nella mia memoria, dai miei nonni forse.

Quando sono partita per questa esperienza, diversi tra conoscenti e parenti continuavano a “mettermi in guardia” sulle malattie diffusive o infettive che a loro detta avrei rischiato di contrarre. Io, controbattendo con informazioni scientifiche, facevo notare l’insensatezza di questi allarmismi.

Queste persone avevano però in parte ragione. In effetti un contagio è avvenuto: di comunità. Di spirito di consapevole e comune uguaglianza, di consapevolezza dei diritti inalienabili, di informazione continua, di accoglienza, di semplicità, di umanità.
Mentre sono in viaggio per rientrare a casa a fine missione, nel mio piccolo paese che a sua volta ospita una comunità di ragazzi richiedenti asilo, sento questa “malattia” espandersi e mi domando come diffonderla. Quella sì che sarebbe una bella epidemia».

– Gessica, mediatrice del team di Emergency presso il Centro Umberto I a Siracusa, dove il nostro staff offre assistenza sanitaria gratuita ai migranti che sbarcano sulle coste del sudest siciliano.

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L’ Ebola continua, purtroppo.

20 Marzo 2015 Commenti chiusi

Gino Strada ci aggiorna su quello che succede in Sierra Leone:

«Ci sono ancora più di cinquanta nuovi malati di Ebola ogni settimana in Sierra Leone, la metà qui nella zona di Freetown, dove c’è il Centro di Emergency. Purtroppo la maggior parte di loro ha una forma particolarmente grave della malattia, spesso mortale. Ci preoccupa il pensare che ci sia qualcosa di nuovo, che il virus stia cambiando, che diventi ancora più cattivo. Da mesi non vedevamo casi così gravi, e ora stanno diventando la norma quotidiana. Siamo frustrati, non riusciamo a capire. Dopo sei mesi stressanti, e nonostante gli sforzi di molti, ancora non riusciamo a decifrare questa terribile e complicata malattia.

Così per migliorare l’umore condivido con voi questa foto appena ricevuta. È Memunatu, la bambina di 7 anni curata nel reparto di rianimazione per 12 giorni: è il momento di lasciare l’ospedale, e Michela – che tutti qui chiamano “madre” – la accompagna fuori dal recinto.
Via da Ebola, buon viaggio».

- Gino Strada, Freetown, Sierra Leone, 17 marzo.

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Ebola in Sierra Leone: aperto a Goderich il nuovo Centro di cura

23 Dicembre 2014 Commenti chiusi

L’epidemia di Ebola in Sierra Leone non si ferma, e nemmeno noi: dopo il Posto di primo soccorso di Waterloo, la scorsa settimana abbiamo avviato il nuovo Centro per malati di Ebola a Goderich, vicino a Freetown.

L’ETC (Ebola Treatment Centre) di Goderich, costruito grazie a DFID, la cooperazione inglese, ha 100 posti letto, un laboratorio che ci permetterà di ridurre lo scarto di tempo tra il test e la diagnosi permettendo di curare il paziente più tempestivamente, e una terapia intensiva per i pazienti più gravi.

“Mai come questa volta il mondo medico deve dimostrare che c’è”, ha spiegato al pubblico della trasmissione Che tempo che fa Gino Strada, dalla Sierra Leone.
Noi ci siamo.

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Neanche l’ Ebola ferma Emergency.

20 Settembre 2014 Nessun commento

In Sierra Leone l’epidemia di Ebola è fuori controllo.
Sono oltre 1.500 i casi positivi, 83 nella sola capitale Freetown. Ogni giorno si ammalano più di 20 persone. Per far fronte a questa emergenza, il 18 settembre abbiamo aperto un Centro per la cura dei malati di Ebola a Lakka, a pochi chilometri dalla capitale.

I nostri medici e infermieri si occuperanno dell’isolamento dei casi sospetti e dell’assistenza ai pazienti positivi al virus.
Il Centro, dotato di 22 posti letto, sarà gestito interamente dal nostro staff nazionale e internazionale, che è stato formato su protocolli di protezione e prevenzione del contagio specifici.

Kadiatu, una ragazza di 18 anni, è la prima paziente arrivata a poche ore dall’apertura del Centro. Si è presentata spontaneamente, preoccupata dai sintomi – febbre e vomito – e dalle morti “sospette” di alcuni membri del suo villaggio.
L’abbiamo ricoverata e siamo aspettando il risultato del test.

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L’ Afghanistan ritorna a votare, ma le cose non cambieranno.

In un periodo, quello di Obama, dove l’ America e suoi alleati negl’ ultimi anni hanno deciso di regredire gli sforzi in territori stranieri, proprio In queste ore l’ Afghanistan vota il nuovo Presidente.

Le speranze di una pace stabile sono pressoché minime. La situazione è tuttora molto pericolosa, il terrorismo continua, le recenti leggi attuate sono poco attendibili e non vengono rispettate, mentre tra i vari raggruppamenti locali ci sono conflitti e odi profondi. 

Al di là delle belle parole che la politica internazionale vorrebbe farci credere la realtà in questi luoghi è tutta ben diversa e i numeri da sempre sono incontrovertibili.

Come ci spiega Emergency nelle consuete news che provengono da chi opera sul campo.

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«Abbiamo fatto il possibile, ma con immenso dispiacere vi devo purtroppo comunicare che Mohammad Dhullah, il bambino di 7 mesi ricoverato tre settimane fa a Kabul, non ce l’ha fatta».
Diamo il massimo per cercare di curare ogni paziente, tutti i giorni, tutto il giorno. Purtroppo, però, non riusciamo a salvarli tutti: ci sono pazienti che arrivano da noi in condizioni troppo critiche, ferite che hanno un altissimo rischio di complicazioni.

Il proiettile che aveva colpito Mohammad Dhullah mentre era in braccio alla madre aveva leso la colonna lombare, provocando una fuoriuscita di liquido spinale. Nonostante le cure dei giorni passati, Mohammad Dhullah non ha resistito all’infezione.

Mohammad Dhullah, 7 mesi, è una vittima della guerra in Afghanistan.

Sabato, il 5 aprile, i cittadini afgani voteranno il nuovo Presidente del Paese. Nell’anno del ritiro delle truppe della coalizione internazionale queste elezioni sono un momento cruciale. L’augurio è che segnino l’inizio di una nuova fase per la storia del Paese, ma i fatti sono poco incoraggianti: i pazienti ricoverati negli ospedali di Emergency per ferite di guerra sono in continuo aumento. Nei primi due mesi del 2014 il loro numero è cresciuto del 36% rispetto allo stesso periodo del 2013, del 90% rispetto al 2012. Come sempre, una vittima su tre è un bambino.

 

Immagina di ferirti al braccio: un taglio profondo o una frattura all’osso.
Immagina di non poter uscire per chiedere aiuto o cure per ore. Per una notte intera, per esempio.
Immagina che l’ospedale più vicino sia distante ore e che la strada per raggiungerlo sia sconnessa e insicura.
Immagina di non avere nemmeno un mezzo di trasporto per raggiungerlo.
È un incubo, vero?

Ecco, questa è la realtà quotidiana in molti villaggi dell’Afghanistan. L’uomo nella foto è N., 30 anni, ferito a braccio, mano e ginocchio durante un bombardamento. Nonostante avesse bisogno di cure, ha dovuto aspettare una notte intera prima di muoversi: tanto è andata avanti l’operazione militare. Solo al mattino ha potuto raggiungere il Posto di primo soccorso (FAP) di Emergency a Urmuz, dove l’abbiamo stabilizzato e poi trasportato in ambulanza al nostro ospedale di Lashkar-gah per essere operato.

È proprio per aiutare le persone come N., abitanti di villaggi isolati e lontani da qualsiasi struttura sanitaria, che in Afghanistan abbiamo creato – e stiamo ampliando – una rete di FAP dislocati su tutto il territorio, dotati di ambulanze e collegati ai nostri ospedali. Per dare tempestivamente le prime cure, per offrire un trasporto sicuro verso i nostri ospedali, per garantire a tutti il diritto a ricevere assistenza quando ne hanno bisogno.

News da Bangui……

Ieri a Bangui la nuova presidente della Repubblica Centrafricana ha prestato giuramento, ma la situazione nel Paese rimane molto difficile: i combattimenti proseguono sia nei quartieri della capitale sia fuori città.

La forte insicurezza limita gli spostamenti anche per il nostro staff, ma abbiamo comunque continuato a essere presenti tra gli sfollati del PK13, dove offriamo cure gratuite ai bambini. Nei giorni scorsi abbiamo lavorato anche al campo dei profughi ciadiani dove – oltre a garantire le cure pediatriche – abbiamo fatto vaccinazioni contro il morbillo e la poliomielite. Anche se, con il rimpatrio di molte famiglie, il campo si sta svuotando, le condizioni igieniche rimangono terribili: la mancanza di acqua, di servizi igienici e di un luogo dove ripararsi durante la notte sono la causa di infezioni gastrointestinali e alle vie respiratorie.

I letti del Centro pediatrico e del Complexe pédiatrique sono sempre tutti occupati: la scorsa settimana dalle province sono arrivati 7 bambini feriti da arma da fuoco e da machete. Il nostro team sta continuando a lavorare anche per dare assistenza alle urgenze chirurgiche che arrivano da Bangui e da tutta l’area intorno alla città.

Secondo i dati delle agenzie internazionali, i profughi della guerra in Repubblica Centrafricana sono quasi un milione su una popolazione di 4 milioni e seicentomila persone. Molti hanno trovato rifugio nei campi sorti intorno a Bangui, la capitale; alcuni – soprattutto gli stranieri – stanno cercando di lasciare il Paese.

Vicino all’aeroporto, separato dal campo principale, c’è un accampamento di alcune migliaia di civili ciadiani in attesa del rimpatrio. In un grande spiazzo sterrato, occupato da aerei dismessi, ci sono persone accampate ovunque tra cartoni e teli di plastica, senza acqua, senza servizi igienici. Aspettano qui da una ventina di giorni senza nessun genere di assistenza, neanche quella sanitaria: siamo i primi medici a entrare nel campo.

Cerchiamo riparo dal sole sotto l’ala di un aereo e iniziamo le visite. Le condizioni di vita all’interno del campo hanno favorito la diffusione di infezioni della pelle e un’epidemia di gastroenterite, riscontriamo patologie da raffreddamento, per ora non gravi, e casi di malaria. Alle quattro dobbiamo lasciare il campo per rispettare il coprifuoco: torneremo domani.
Ieri Arthur è tornato a casa. È arrivato in ospedale accompagnato da un ragazzo che lo aveva trovato in strada, ferito e in stato di incoscienza.
Si è ripreso velocemente dopo l’operazione, ma non potevamo dimetterlo: non sapevamo chi fossero i suoi genitori, né se erano ancora vivi.
Dopo 15 giorni, un membro del nostro staff nazionale ha sentito alla radio l’appello di una madre che cercava il figlio disperso: la descrizione e il nome non lasciavano dubbi, si trattava proprio di Arthur. L’abbiamo rintracciata, rassicurandola sulle condizioni del ragazzo: tra pianti di gioia e ringraziamenti la famiglia si è riunita poco dopo.
In un Paese dove una persona su cinque ha dovuto fuggire dalla propria casa, non abbiamo potuto fare a meno di pensare a quante altre famiglie stanno ancora cercando di ritrovarsi.

Ombretta e Vittoria coordinatrice e pediatra delle attività di Emergency in Repubblica Centrafricana.

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LA GUERRA VISTA DAGLI OCCHI DI UN BAMBINO…..

Bilal, 8 anni, stava giocando con gli amici nei pressi di casa sua nella provincia di Kapisa, in Afghanistan, quando lì vicino sono scoppiati dei combattimenti.

Una granata “vagante” è esplosa a meno di un metro da lui ferendolo. Urla, terrore, disperazione, poi l’ambulanza e l’arrivo al nostro ospedale di Anabah, le cure.

Durante il ricovero Bilal fa molti disegni. Un giorno me ne mostra uno, tutto orgoglioso. L’ha fatto con un’innocenza spiazzante, mostrando una fila di macchine prese d’assalto da aerei che bombardano e soldati che sparano con i mitragliatori.

Mi sorride: a lui è andata bene, la granata che lo ha colpito gli ha “solo” spezzato una gamba.

Il suo compagno di stanza Wazibullah, invece, è stato ferito da un colpo di Kalashnikov alla schiena: lui si è salvato, ma non ce l’ha fatta il suo amico, un bambino con gli occhi verdi e l’aria spaventata, a cui ho stretto la mano per un’ora in attesa che lo operassero.

Dall’ospedale di Emergency ad Anabah, Afghanistan.

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Uno dei disegni fatti da Bilal

Rep. Centrafricana: situazione instabile.

Dopo un periodo di relativa tranquillità, a Bangui la situazione è tornata a essere molto instabile. L’insicurezza per la popolazione è palpabile e in città girano moltissimi militari e persone armate. Violenza, furti e rapine sono all’ordine del giorno.

Il nostro personale non ha mai smesso di lavorare, nemmeno nei giorni più caldi del colpo di stato a fine marzo, presso il nostro Centro pediatrico e presso il Complexe pédiatrique dove offre cure chirurgiche.

Tra le conseguenze dell’instabilità degli ultimi mesi c’è un peggioramento della salute della popolazione che tocchiamo con mano ogni giorno. L’impoverimento ha fatto aumentare notevolmente i casi di denutrizione; in più, per la paura di affrontare viaggi lunghi per raggiungere l’ospedale, molti non vengono da noi se non quando la malattia è ormai in stato avanzato.

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52 feriti e un premio per l’ architettura.

13 Settembre 2013 Nessun commento

Domenica 8 settembre, Maydan Shahr, Afghanistan.

Al nostro Posto di primo soccorso (Fap) sono arrivate 52 persone, tutte rimaste ferite nell’attentato contro la sede dei servizi segreti in città.

L’esplosione ha danneggiato anche l’ospedale pubblico, ferendo 20 pazienti già ricoverati.

Dei feriti arrivati al nostro Fap, 32 sono stati trasferiti con le nostre ambulanze al Centro chirurgico di Kabul.

 

Venerdì 6 settembre, il Centro Salam di cardiochirurgia di Khartoum (Sudan) ha vinto l’Aga Khan Award for Architecture, uno dei più prestigiosi premi di architettura.

«Scandalosamente bello» era stato il mandato, molto sintetico, consegnato agli architetti: volevamo che quell’ospedale fosse soprattutto un luogo “ospitale”, dove la bellezza, il rispetto e l’affermazione della dignità della persona fossero una parte integrante della cura.

In questi anni il Centro Salam è stato un luogo “ospitale” per oltre 46 mila persone, con quasi 5.000 interventi a cuore aperto e 1.200 in emodinamica. Emergency aveva già ricevuto il suo premio.

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IL “RECORD” CHE NON VORREMMO BATTERE

“Tra gennaio e luglio, i nostri ospedali di Lashkar-gah e Kabul hanno registrato un aumento del 55% di ammissioni di feriti di guerra rispetto al 2012, del 70% rispetto al 2011.
Nell’ospedale di Lashkar-gah l’incremento è stato del 90% rispetto al 2012 e del 111% rispetto al 2011″.

Emanuele, coordinatore del Programma Afghanistan

Forse ti sembrerà di aver già letto questa e-mail: i combattimenti in Afghanistan che si intensificano, i feriti che aumentano, i nostri ospedali pieni. Quante volte abbiamo parlato, negli ultimi anni, di “record” di feriti di guerra, un “record” che faremmo volentieri a meno di battere?

Per far fronte all’aumento del numero dei feriti, negli ultimi mesi abbiamo potenziato la nostra presenza in Afghanistan avviando nuovi Posti di primo soccorso, per essere presenti in modo ancora più capillare sul territorio e per garantire ai pazienti più gravi un trasferimento rapido e sicuro verso i nostri ospedali. Abbiamo offerto cure tempestive, gratuite e di qualità a bambini, donne, uomini, vittime di un conflitto che non accenna a fermarsi.

Continueremo a farlo finché sarà necessario: in Afghanistan c’è bisogno di Emergency e del tuo aiuto.

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