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Lashkar-gah, la guerra continua.

16 Ottobre 2016 Commenti chiusi

“Anche oggi i combattimenti proseguono vicino a Lashkar-gah. I pazienti continuano ad arrivare, segno che hanno riaperto le strade per permettere il trasporto dei feriti. Al nostro ospedale ne sono già arrivati 9, di cui 5 in gravi condizioni. Chi può sta fuggendo e si sta dirigendo verso Kandahar alla ricerca di un luogo sicuro.

È stata una settimana molto intensa. La città è accerchiata – racconta Daniele, il nostro logista a Lashkar-gah – l’altro giorno un razzo è esploso a 30 mt dall’ospedale. Quando arriva un razzo lo senti subito: prima un fischio poi un rumore metallico e un boato. La struttura e i vetri tremano. Io e Vesna abbiamo radunato subito lo staff e dato indicazioni di stare al coperto e in zone protette.

Nell’ultima settimana abbiamo ammesso 150 nuovi pazienti, in un’ospedale che ha una capienza di 90 posti letto. Stiamo organizzandoci per poter attrezzare nuove postazioni per i feriti in arrivo e abbiamo dovuto dimettere quelli che stavano meglio. I nostri chirurghi hanno lavorato incessantemente negli ultimi sette giorni: 218 operazioni, un numero impressionante”.

Maggiori informazioni visita o iscriviti all’ associazione Emergency – http://www.emergency.it 

A cosa sono serviti 14 anni di guerra in Afghanistan ?

Il 7 ottobre del 2001, quattordici anni fa, iniziava l’attuale conflitto in Afghanistan. A che cosa sono serviti questi quattordici anni di guerra?

Certamente non a “portare la democrazia” o a “combattere il terrorismo”, né a pacificare il Paese: si combatte in 25 province su 34, e il numero dei feriti e delle vittime civili cresce di mese in mese.

A che cosa sono serviti questi quattordici anni di guerra? Quello che vediamo noi tutti i giorni sono civili uccisi, civili feriti, villaggi distrutti, combattimenti in aumento, feriti in aumento. Un orrore senza fine che arriva al bombardamento di un ospedale: un atto di violenza inaccettabile.

Nella foto potete vedere Giorgia, infermiera del nostro ospedale a Kabul, che si prende cura di Madina, una bambina di 8 anni arrivata da Kunduz.
Eccola: è questa la realtà di quattordici anni di guerra in Afghanistan.

http://www.emergency.it

L’ Afghanistan ritorna a votare, ma le cose non cambieranno.

In un periodo, quello di Obama, dove l’ America e suoi alleati negl’ ultimi anni hanno deciso di regredire gli sforzi in territori stranieri, proprio In queste ore l’ Afghanistan vota il nuovo Presidente.

Le speranze di una pace stabile sono pressoché minime. La situazione è tuttora molto pericolosa, il terrorismo continua, le recenti leggi attuate sono poco attendibili e non vengono rispettate, mentre tra i vari raggruppamenti locali ci sono conflitti e odi profondi. 

Al di là delle belle parole che la politica internazionale vorrebbe farci credere la realtà in questi luoghi è tutta ben diversa e i numeri da sempre sono incontrovertibili.

Come ci spiega Emergency nelle consuete news che provengono da chi opera sul campo.

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«Abbiamo fatto il possibile, ma con immenso dispiacere vi devo purtroppo comunicare che Mohammad Dhullah, il bambino di 7 mesi ricoverato tre settimane fa a Kabul, non ce l’ha fatta».
Diamo il massimo per cercare di curare ogni paziente, tutti i giorni, tutto il giorno. Purtroppo, però, non riusciamo a salvarli tutti: ci sono pazienti che arrivano da noi in condizioni troppo critiche, ferite che hanno un altissimo rischio di complicazioni.

Il proiettile che aveva colpito Mohammad Dhullah mentre era in braccio alla madre aveva leso la colonna lombare, provocando una fuoriuscita di liquido spinale. Nonostante le cure dei giorni passati, Mohammad Dhullah non ha resistito all’infezione.

Mohammad Dhullah, 7 mesi, è una vittima della guerra in Afghanistan.

Sabato, il 5 aprile, i cittadini afgani voteranno il nuovo Presidente del Paese. Nell’anno del ritiro delle truppe della coalizione internazionale queste elezioni sono un momento cruciale. L’augurio è che segnino l’inizio di una nuova fase per la storia del Paese, ma i fatti sono poco incoraggianti: i pazienti ricoverati negli ospedali di Emergency per ferite di guerra sono in continuo aumento. Nei primi due mesi del 2014 il loro numero è cresciuto del 36% rispetto allo stesso periodo del 2013, del 90% rispetto al 2012. Come sempre, una vittima su tre è un bambino.

 

Immagina di ferirti al braccio: un taglio profondo o una frattura all’osso.
Immagina di non poter uscire per chiedere aiuto o cure per ore. Per una notte intera, per esempio.
Immagina che l’ospedale più vicino sia distante ore e che la strada per raggiungerlo sia sconnessa e insicura.
Immagina di non avere nemmeno un mezzo di trasporto per raggiungerlo.
È un incubo, vero?

Ecco, questa è la realtà quotidiana in molti villaggi dell’Afghanistan. L’uomo nella foto è N., 30 anni, ferito a braccio, mano e ginocchio durante un bombardamento. Nonostante avesse bisogno di cure, ha dovuto aspettare una notte intera prima di muoversi: tanto è andata avanti l’operazione militare. Solo al mattino ha potuto raggiungere il Posto di primo soccorso (FAP) di Emergency a Urmuz, dove l’abbiamo stabilizzato e poi trasportato in ambulanza al nostro ospedale di Lashkar-gah per essere operato.

È proprio per aiutare le persone come N., abitanti di villaggi isolati e lontani da qualsiasi struttura sanitaria, che in Afghanistan abbiamo creato – e stiamo ampliando – una rete di FAP dislocati su tutto il territorio, dotati di ambulanze e collegati ai nostri ospedali. Per dare tempestivamente le prime cure, per offrire un trasporto sicuro verso i nostri ospedali, per garantire a tutti il diritto a ricevere assistenza quando ne hanno bisogno.

LA GUERRA VISTA DAGLI OCCHI DI UN BAMBINO…..

Bilal, 8 anni, stava giocando con gli amici nei pressi di casa sua nella provincia di Kapisa, in Afghanistan, quando lì vicino sono scoppiati dei combattimenti.

Una granata “vagante” è esplosa a meno di un metro da lui ferendolo. Urla, terrore, disperazione, poi l’ambulanza e l’arrivo al nostro ospedale di Anabah, le cure.

Durante il ricovero Bilal fa molti disegni. Un giorno me ne mostra uno, tutto orgoglioso. L’ha fatto con un’innocenza spiazzante, mostrando una fila di macchine prese d’assalto da aerei che bombardano e soldati che sparano con i mitragliatori.

Mi sorride: a lui è andata bene, la granata che lo ha colpito gli ha “solo” spezzato una gamba.

Il suo compagno di stanza Wazibullah, invece, è stato ferito da un colpo di Kalashnikov alla schiena: lui si è salvato, ma non ce l’ha fatta il suo amico, un bambino con gli occhi verdi e l’aria spaventata, a cui ho stretto la mano per un’ora in attesa che lo operassero.

Dall’ospedale di Emergency ad Anabah, Afghanistan.

Per donazioni, tesseramento, informazioni visita il sito http://www.emergency.it

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Uno dei disegni fatti da Bilal

IL “RECORD” CHE NON VORREMMO BATTERE

“Tra gennaio e luglio, i nostri ospedali di Lashkar-gah e Kabul hanno registrato un aumento del 55% di ammissioni di feriti di guerra rispetto al 2012, del 70% rispetto al 2011.
Nell’ospedale di Lashkar-gah l’incremento è stato del 90% rispetto al 2012 e del 111% rispetto al 2011″.

Emanuele, coordinatore del Programma Afghanistan

Forse ti sembrerà di aver già letto questa e-mail: i combattimenti in Afghanistan che si intensificano, i feriti che aumentano, i nostri ospedali pieni. Quante volte abbiamo parlato, negli ultimi anni, di “record” di feriti di guerra, un “record” che faremmo volentieri a meno di battere?

Per far fronte all’aumento del numero dei feriti, negli ultimi mesi abbiamo potenziato la nostra presenza in Afghanistan avviando nuovi Posti di primo soccorso, per essere presenti in modo ancora più capillare sul territorio e per garantire ai pazienti più gravi un trasferimento rapido e sicuro verso i nostri ospedali. Abbiamo offerto cure tempestive, gratuite e di qualità a bambini, donne, uomini, vittime di un conflitto che non accenna a fermarsi.

Continueremo a farlo finché sarà necessario: in Afghanistan c’è bisogno di Emergency e del tuo aiuto.

http://www.emergency.it

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Sangin, quella lotta quotidiana per salvare vite umane.

Un posto di primo soccorso in paesi difficili e convulsi è sempre di fondamentale importanza e generalmente è più a rischio di un attrezzato ospedale che si trova nella capitale, il quale talvolta e a secondo dei casi può contare su una maggiore protezione.

Ma proprio questo lavoro, di First Aid, di urgenza può dipendere il salvataggio di una vita e quindi deve essere svolto con grande coscienza, professionalità e tempestività.

Capire la gravità di un ferito oppure assisterlo nella corsa verso  un centro attrezzato è un opera che tutti noi dovremmo tenere in considerazione. 

La guerra in Afghanistan continua come prosegue la lunghissima scia di morti ( anche italiani ). La fine del conflitto, nonostante i tentativi di accordi e l’ occupazione degl’ occidentali, è ancora molto lontana ma ogni giorno volontari, medici, infermieri lottano pacificamente per arginarla.  

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Nooor Ahmad, maschio, 5 anni. Zagroti,
femmina, 16 anni. Abdul Buki, maschio, 45 anni. Khadigah, femmina, 15 anni.
Razia, femmina, 25 anni. Abdullah, maschio, 70 anni. Haji Mohammed Sadiq,
maschio, 60 anni. Qader, maschio, 40 anni. Mohammed Alim, maschio, 55 anni.
Noor Bibi, femmina, 50 anni. Gullpia, femmina, 18 anni. Fauzia, femmina.
Muzlifa, femmina, 6 anni. Guldasta, femmina, 20 anni. Mustafa, maschio, 16
anni.

Sono i feriti di guerra che domenica scorsa abbiamo trasportato dal Posto di primo
soccorso di Sangin al Centro chirurgico di Lashkar-gah, Afghanistan. Quindici
persone, per la maggior parte donne e bambini.

A causa del numero sempre crescente di
feriti, abbiamo dovuto aggiungere una seconda ambulanza per garantire il
trasferimento di tutti in tempi rapidi verso il Centro.

I combattimenti sono sempre più intensi e non danno tregua alla popolazione locale; le corsie del
nostro ospedale di Lashkar-gah sono piene.
Noi ci siamo, per
offrire cure gratuite alle vittime di questa terribile e interminabile guerra.
Lo possiamo fare anche grazie al tuo aiuto.

Per maggiori informazioni visita il sito –  http://www.emergency.it

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Politica estera, da che parte stare ?

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO.

FOTO: FUNERALE DELL’ ELICOTTERISTA SIMONE COLA 2005 – FIESOLI.

POLITICA ESTERA, DA CHE PARTE STARE ?

È stata presentata recentemente la quarta edizione dell’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo. Nella discussione emersa abbiamo scelto di interpellare, in occasione delle prossime elezioni (importanti come mai per il nostro Paese e per il suo ruolo nel mondo), le forze politiche su alcune scelte che ci sembrano all’ordine del giorno e che riguardano in particolare l’art.11 della nostra Costituzione il cui attacco è inequivocabile: “l’Italia ripudia la guerra…”

I partiti e le coalizioni che si presentano alle elezioni del 24/25 febbraio 2013 mostrano, nei programmi proposti agli elettori, carenze e vuoti per ciò che riguarda la politica estera. Non chiariscono cosa intendono fare una volta chiamate a governare, non indicano ai cittadini la posizione del Paese su questioni importanti quali la partecipazione a missioni armate, il ruolo nel Mediterraneo, la cooperazione internazionale, la funzione della Nato e delle Nazioni Unite, i rapporti commerciali con Paesi che non rispettano i diritti umani e la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo.

Per questa ragione, le associazioni e i cittadini che sottoscrivono questa lettera aperta chiedono ai partiti, alle liste, ai movimenti e ai singoli candidati che si propongono come parlamentari della Repubblica di rispondere alle seguenti domande che costituiscono per noi un elemento dirimente per la politica estera e di difesa della prossima legislatura.

Prima del voto renderemo pubbliche le risposte che avremo ricevute

-          Siete favorevoli o contrari all’acquisto degli F35 e dei due sommergibili U212? Se no, come intendete investire il denaro risparmiato? Se si, quale sarà l’impiego operativo di questi acquisti?

-          Siete favorevoli o contrari a ridiscutere e cambiare la legge Di Paola, che permette al Ministero della Difesa di spendere fuori dal controllo parlamentare?

-          Siete favorevoli o contrari ad aumentare i fondi destinati alla cooperazione internazionale?

-          Siete favorevoli o contrari a contrastare traffici illeciti di armi e altro che alimentano conflitti locali e che hanno “deciso” l’esecuzione di giornalisti coraggiosi come Ilaria Alpi e Miran Hrovatin?

-          Siete favorevoli o contrari a ridefinire e rendere nota la politica dell’Italia nell’area mediterranea?

-          Siete favorevoli o contrari a rendere nota l’agenda del ritiro dall’Afghanistan e dagli altri scenari di guerra (Kosovo, Libano) dei nostri militari?

-          Siete favorevoli o contrari a stabilire, in questi scenari di guerra, una eventuale quota di cooperazione civile per non abbandonare i Paesi?

-          Siete favorevoli o contrari a considerare il rispetto dei “diritti umani”, così come sanciti dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, clausola indispensabile per qualsiasi operazione italiana (acquisito, vendita, investimento, cooperazione) all’estero pubblica o privata?

-          Siete favorevoli o contrari ad un’azione di ristrutturazione e rilancio delle Nazioni Unite?

-          Siete favorevoli o contrari a chiarire il ruolo della Nato e dei paesi membri sullo scenario internazionale?

-          Siete favorevoli o contrari a stabilire che le decisioni di politica estera e di difesa contemplino maggiori spazi di dialogo istituzionalizzati per la società civile e i cittadini?

Le risposte di partiti, liste, movimenti e candidati devono pervenire al seguente indirizzo:

dacheparte@gmail.com

Promotori:

ASSOCIAZIONE ILARIA ALPI   WWW.ILARIAALPI.IT

ASSOCIAZIONE 46ESIMO PARALLELO – ATLANTE DELLE GUERRE E DEI CONFITTI AFGANA

Primi firmatari:

TAVOLA DELLA PACE, ARCI, ARCS, LETTERA22, AMANI, CIPSI, EDUCAID, VOGLIO VIVERE ONLUS, BEATI COSTRUTTORI DI PACE, TERRA DEL FUOCO, KOINONIA ROMA, LEGAMBIENTE, AAM TERRANUOVA EDIZIONI

Per sottoscrivere il presente documento scrivere a: dacheparte@gmail.com

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Quella gioia immensa dopo il dolore.

21 Settembre 2012 Nessun commento

Vivere nei paesi tumultuosi non è solo un avventura ma anche disperazione. Laggiù l’ esistenza è spesso appesa ad un filo.

Ma nonostante tutto il coraggio di andare avanti e la dignità possono ridarti una speranza anche dopo essere stata ferito da una mina o da un khalashnikov.

E’ proprio vero……..dopo la tempesta viene sempre il sole…….

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Si chiama Ridigul, ha trent’anni ed è stata ferita dall’esplosione di una mina nel distretto di Grishk. Il marito l’ha trasportata subito al nostro Posto di primo soccorso, dove i nostri infermieri l’hanno stabilizzata e trasferita in ambulanza al Centro chirurgico delle vittime di guerra di Lashkar-gah.

Fin qui sembra la cronaca di una “normale” giornata di lavoro a Lashkar-gah. Ma Ridigul è incinta di otto mesi e una delle tante schegge che l’hanno colpita si trova a pochi centimetri dal bambino.
Le facciamo un’ecografia prima di entrare in sala operatoria: il bambino è vivo.
I nostri chirurghi si preparano per una laparotomia e, inaspettatamente – questo è un Centro di chirurgia di guerra – un parto cesareo.

Durante l’operazione, in sala come in tutto l’ospedale, regna il silenzio: temiamo che il bambino abbia riportato dei danni. C’è anche un po’ di ansia: può sembrare strano, ma quando sei abituato a curare vittime di guerra tutti i giorni, un parto diventa un evento straordinario, quasi spiazzante.

A un certo punto, sentiamo un pianto percorrere i corridoi fino alle cucine. Non è un pianto di dolore, come spesso siamo abituati ad ascoltare in queste corsie, ma quello di una nuova vita.
Giorgia, come l’ha chiamata affettuosamente il nostro personale, sta bene ed è già attaccata al seno della sua mamma.

Scritto da Lorenzo, logista di Emergency in Afghanistan.

Per maggiori informazioni, donazioni e quant’ altro visita il sito di Emergency – http://www.emergency.it

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Ho visto quattro terremoti e racconto la mia esperienza.

In queste difficili ore per l’ Italia ma soprattutto per la regione dell’ Emilia Romagna, oltre alla solidarietà ( anche io ho fatto una piccola donazione ), voglio raccontare la mia esperienza sui terremoti.

Questo articolo  è tratto dal mio libro Personal Observations e dal capitolo “ Inside the earthquakes “.

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Erano le tre di notte del 19 agosto 1999 quando la faglia del Mar di Marmara in Turchia scivolò negl’ abissi terrestri per ben oltre dieci chilometri, rilasciando così un energia talmente violenta che distrusse buona parte delle zone densamente popolate e situate sulla fascia costiera.

L’ area Nord Anatolica venne fortemente offesa da una rottura di oltre novanta miglia che nei punti più vasti raggiunse la larghezza di sei metri, con un magnitudo 7,8 della scala Richter. Fu uno dei sismi più devastanti dell’ era moderna, simile come potenza a quello di San Francisco avvenuto all’ inizio del Novecento.

Gli studi dei geologi e sismologi hanno accertato che la paraclasi prima della zona epicentrale aveva sobbalzato per quasi quaranta minuti ma con un intensità molto bassa. La popolazione non avvertì un minimo sussulto e di conseguenza non ebbe nessuna possibilità di prepararsi una via di fuga. Come spesso accade in queste sciagure, immediatamente nacque un sentimento di solidarietà in mezzo al pianto, al dolore, alla morte e innalzandosi altissimo oltrepassò le accuse della gente contro lo Stato, il quale veniva considerato responsabile di  appalti truccati, di aver approvato piani regolatori con una cementificazione scriteriata e colpevole delle deficienze strutturali su cui gl’ edifici e gl’ impianti fognari erano stati costruiti.

Le cifre ufficiali del Governo di Ankara parlarono di oltre diciassettemila deceduti e più di trentamila feriti ma si presume che siano stati un numero superiore. Già sul seppellimento dei cadaveri ci furono delle risentite polemiche poiché si sospettava che fossero stati gettati nelle fosse comuni. A Izmit, Yalova, Bursa, Golcuk, Bolu, Adapazari, Sakarya, i rapporti esplicati nei mesi successivi hanno evidenziato nutrite colpe delle amministrazioni municipali. E’ emblematica la fotografia scattata da un elicottero del C. P. T. ( Civil Protection Turkish )sul centro di Golcuk dove l’ antica moschea era rimasta perfettamente intatta intanto che la zona urbana circostante aveva collassato al suolo.

Non era indispensabile salire tra cumuli e nembi per capire che sono stati commessi pesanti errori in un territorio da sempre considerato ad elevato pericolo sismico. Ad un occhio attento difficilmente sfuggiva che molte abitazioni furono fabbricate con materiali scadenti. Pilastri mal progettati, beton eccessivo che si sgretolava con facilità nei punti di debolezza mentre il complesso dei ferri annegati nel getto del conglomerato cementizio erano spesso di diametro ridotto.

“ Cardboard houses “ – case di cartone – le chiamano gli americani ma probabilmente saranno state rifatte uguali.

I maremoti, lo tsunami, le frane e gli uragani sono sempre esistiti ma con l’ avvento del secondo millennio sono diventati quasi parte integrante della nostra quotidianità. Non passa stagione che non succeda qualcosa di drammatico. A detta di diversi ricercatori è un segnale inquietante, il quale si è decisamente accentuato rispetto al passato. Il rapporto sulle calamità naturali stilato nel 2010 dal Dipartimento Usa ci fa notare che dal 1900 ad oggi i sismi superiori ai 1000 morti sono stati 118.

Le correlazioni tra terremoti e aumento della temperatura oppure con i test nucleari o la magnetostrizione, ( l’ attività solare e il campomagnetico esterno ), sono tuttora a livello di ipotesi e che non trovano delle conferme nelle approfondite ricerche che sono state attuate negli ultimi decenni.

La sismicità che è il valore insieme alla frequenza con cui si manifestano i terremoti, è una caratteristica fisica del pianeta. Sono poche le contromisure per combattere questi fenomeni: il costante monitoraggio del terreno, la prevenzione della vulnerabilità con costruzioni di alto livello qualitativo e in aree a basso rischio tellurico.

Dopo il cataclisma di Qazvin nel 1962, quello di Tabas e negl’ anni novanta nella valle di Rudbar, l’ Iran ha conosciuto un altra tragedia il 26 dicembre del 2003. Il terremoto di Bam ha una dinamica affine a quella anatolica, in piena notte, senza scampo per gl’ abitanti che dormivano. L’ epicentro è avvenuto a tredici chilometri dalla città, nel deserto salato di Dasht-e-Lut, ad una profondità di ottomila metri in un area sismica attiva che però non aveva riportato terremoti storici prima di questo terrificante evento.

La durata del movimento vibratorio è stata stimata tra i sette e dodici secondi in due travolgenti fasi. Magnitudo 6,6 e quindi inferiore a quello turco, ma pur sempre intenso poichè il picco registrato dall’ accelerometro arrivò fino a 0,98g.

Oltre alla perdita delle vite umane è andata praticamente distrutta un enorme eredità culturale, la Cittadella “ Arg e Bam “, decretata nel 2004 dall’ istituzione intergovernativa dell’ Unesco come Patrimonio dell’ Umanità.

Lo Zoorkhaneh ( uno ampio spazio per l’ esecuzione di sport tradizionali ), la Moschea del Profeta, i quartieri attigui, la Madrassa ( la scuola dei religiosi ), i torrioni adibiti a funzioni difensive e il sepolcro monumentale hanno patito ingenti danni. Un area strategica adagiata sul plateau mediorientale che ebbe il massimo splendore tra il VI e il X secolo. Anticamera dell’ Afghanistan e del Pakistan, Bam era un’ importante crocevia per il commercio delle sete e i tessuti, che poi nel corso dei secoli ha dovuto sopportare carestie e dominazioni, a cominciare da quelle persiana e ismailita.

Il sito archeologico è un’ eccezionale testimonianza delimitato da poderose muraglie che raggiungono i nove metri di altezza. Un raro esempio di insediamento fortificato, la cui peculiarità è lo strato di mattoni con il fango usato per edificarlo. Il paesaggio culturale di Bam è sicuramente l’ interazione fra Uomo e Natura dove il sistema d’ irrigazione ( Qanat ) formato da canali e tunnel ha saputo portare vita e sviluppo nel deserto.

In Iran la macchina dei soccorsi non fu imponente e neanche immediata. Nelle ore successive alla catastrofe il governo degli Ayatollah a causa della crisi interna e con l’ occidente, comunicò agli organi di stampa che rifiutava qualsiasi forma di aiuto credendo di potercela fare da soli o perlomeno con i paesi considerati amici.

“ Le questioni umanitarie non devono essere intrecciate con gli inveterati problemi che ci sono con gli Stati Uniti. Se ci sarà un sostanziale cambiamento da parte dell’ amministrazione americana, sia nei toni che nei comportamenti diplomatici, allora prenderemo in considerazione un nuovo sviluppo nelle nostre relazioni “.

Un discorso di propaganda e di pervicace ostilità in un periodo di notevole importanza per la nazione e per tutto il Medio Oriente. Le rivolte studentesche per le libertà civili erano ricominciate nelle piazze di Teheran, la repressione si faceva sempre più dura ed alcuni alleati dell’ ala riformista erano stati costretti a dimettersi dai seggi del Parlamento.

Due anni prima i terroristi di Al-Qaeda avevano colpito le torri gemelle di New York e George W. Bush, che nel frattempo aveva ordinato di invadere l’ Afghanistan, era convinto che nell’ attentato ci fosse una compartecipazione degl’ iraniani, mentre da pochi giorni le forze della coalizione avevano catturato il rais Saddam Hussein in Iraq.

Soltanto dopo la visita del Presidente Khatami a Bavarat e Bam insieme al Governatore della provincia di Kerman, avvenuta alla fine dell’ anno, si accorsero quanto era grande il disastro. Di fronte all’ incalzare degli improperi della folla, non bastarono le facili promesse mascherate dalla fede e così il regime fece un’ inversione di rotta aprendo le frontiere alle cooperazioni sanitarie internazionali.

Malgrado le notizie siano sporadiche e con poca possibilità di verifica, a distanza di diversi anni Bam ha avuto una lenta ricostruzione basata su un progetto di spostamento della città che sembra sia avvenuto soltanto parzialmente. Il lavoro di ripristino della Cittadella è garantito dalla supervisione dell’ Iranian Cultural Heritage Organization ma viene svolto dalla comunità scientifica internazionale e dalle università giapponesi, le quali hanno stanziato oltre un milione di dollari. Anche il Ministero dei Beni Culturali italiano ha fatto un investimento. Duecentocinquantamila euro ed ha inviato un gruppo di tecnici per il restauro e la messa in sicurezza della torre maggiore che è situata sulla cinta muraria sud-occidentale.

Purtroppo queste sciagure lasciano lacerazioni indelebili e spesso sono dimenticate dal mondo. Dall’ esposizione informativa di un’ equipe dell’ Earthquake Engineering Research Institute, i quali hanno analizzato a lungo la salute mentale e la condizione socioeconomica dei superstiti, si evince che la situazione umana è particolarmente preoccupante. La regione ha perduto la fonte di sostentamento che veniva dal turismo, la produzione artigianale è alquanto rallentata, mentre si sono incrementati i tassi della criminalità, della disoccupazione, dell’ uso di stupefacenti e dei suicidi.

Raccontare per immagini un sisma è un lavoro inusuale che ti cala in una realtà penosa. E’ fondamentale essere senziente e agire in punta di piedi per non disintegrare la dignità delle persone. D’ altra parte questo “ scomodo ruolo “ è obbligatorio per chi vuol fare informazione. Se sia giusto o no documentare avvenimenti angosciosi è un argomento mai risolto e che non spetta certamente a me a deciderlo, ma la nostra società nell’ era della comunicazione globale ha oramai annullato le distanze fisiche e culturali e quindi non ne può fare a meno.

Ho fotografato quattro terremoti ed avrei molti episodi da ricordare, tutti differenti. Però la sera che giunsi ad Izmit è quello che mi è rimasto più impresso nella memoria.

Quando stavo per entrare nel palazzo dell’ hockey su ghiaccio dove erano sistemati i cadaveri e le bare mentre il sistema di raffreddamento erogava il massimo della potenza per ritardarne la decomposizione, l’ addetto alla sorveglianza dandomi una mascherina per proteggermi dall’ insopportabile fetore e da possibili bacilli, guardandomi diritto negli occhi mi disse:

“ Te la senti ? “.

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Quelle storie lungo la strada tra Sulaimaniya e Penjween……

4 Maggio 2012 Commenti chiusi

Lungo la strada tra Sulaimaniya e Penjween, le botteghe artigiane dei nostri ex pazienti

Bakir Sadiq e Abubakar sono due nostri ex pazienti ora falegnami. Bakir ha 40 anni, è sposato e ha 7 figli. «Voglio arrivare alla dozzina», dice ridendo. Abubakar ha 24 anni. Hanno aperto la loro bottega dopo aver seguito uno dei nostri corsi di formazione professionale. «La gente comincia a conoscerci, gli affari vanno bene» dicono mentre lavorano per ultimare un armadio.

Sul lato opposto della strada si trova la bottega di Farhad, 24 anni. Quando aveva 4 anni, Farhad è stato ferito gravemente alla gamba per lo scoppio di una mina con la quale stava giocando: il padre l’aveva portata a casa ignorando cosa fosse veramente. Nel 2011 è venuto al nostro Centro di Sulaimaniya, gli abbiamo applicato una protesi e proposto un corso di formazione in sartoria. Dopo soli 6 mesi di attività è molto contento: confeziona tra i 40 e i 50 vestiti da uomo al mese, soprattutto vestiti tradizionali curdi.

Fuori da tutte queste botteghe è esposto con orgoglio il logo di Emergency: finiti i corsi aiutiamo i neodiplomati ad aprire la loro attività.
Molte si ingrandiscono nel tempo, come la falegnameria di Abdul Raheem, che ora dà lavoro anche a uno dei suoi figli.

Nameeq, 47 anni, ha subito l’amputazione della gamba sinistra – anche lui a causa di una mina – e ora lavora come fabbro. «Il lavoro va bene e guadagno bene: posso mantenere la mia famiglia, mia moglie e i miei sette figli» ci dice. Poi esce dalla bottega e torna poco dopo con il figlio più piccolo e un’anguria che ci offre a fette. «Grazie, grazie per tutto quello che avete fatto per me».

Per maggiori informazioni visita il sito http://www.emergency.it

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Notizie dall’ Helmand, South Afghanistan.

BOMBARDAMENTI IN HELMAND: EMERGENCY CHIEDE CHE I FERITI ABBIANO ACCESSO ALLE CURE.

Da alcuni giorni le forze Nato stanno bombardando il villaggio di Mirbandao, nella provincia di Helmand, nel Sud dell’Afghanistan.

Nella provincia, Emergency ha un ospedale per feriti di guerra a Lashkar-gah e tre Posti di primo soccorso.
Né l’ospedale, né il Posto di primo soccorso di Grishk, il più vicino alla zona dei bombardamenti, hanno ricevuto feriti.

Il nostro staff è stato informato dalla popolazione locale che l’area è completamente circondata e posti di blocco militari impediscono l’allontanamento dei feriti dalla zona dei combattimenti.

Tutto ciò costituisce un’aperta violazione del Diritto Umanitario Internazionale oltre a rappresentare un’offesa alla nostra coscienza civile.

Emergency chiede pertanto che venga aperto con la massima urgenza un corridoio umanitario per garantire l’evacuazione dei civili e il trasferimento dei feriti.

Per maggiori informazioni, donazioni, aiuti, visita il sito http://www.emergency.it   

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Nazeema, la storia di una fisioterapista afgana.

Nazeema, fisioterapista del nostro ospedale a Lashkar-gah

Nazeema è una fisioterapista afgana che lavora nel nostro ospedale di Lashkar-gah  da quasi un anno.

Vive da sola coi suoi 4 figli; suo marito è tossicodipendente e per questo è stato allontanato dalla famiglia.

Quando lavora, Nazeema lascia i figli dalla nonna o dalla mamma, ma il pensiero che possa loro accadere qualcosa non la abbandona mai: una volta suo marito ha fatto irruzione in casa tentando di rapirne uno.

A Nazeema piace il suo lavoro e spesso fa anche ore extra.

Un giorno Nazeema è arrivata in ospedale con un paio di scarpette da bambina. Le ha comprate per Quadermina, una bambina di 6 anni ricoverata in corsia perché colpita dall’esplosione di un ordigno che ha ucciso la madre e 6 fratelli.

Quando finisce il suo turno in ospedale, Nazeema studia: ce lo ha raccontato quando ci ha chiesto il permesso di uscire mezz’ora prima dal lavoro, per preparare gli esami di accesso alla classe superiore, l’ultima del ciclo di studi.

Nazeema ha le idee chiare sul suo futuro.

Per donazioni, informazioni, iscrizioni e il lavoro dell’ associazione visita il sito

http://www.emergency.it

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Afghanistan, un nuovo posto di primo soccorso per la guerra.

Azra, il trentesimo posto di primo soccorso in Afghanistan.

Sabato 26 novembre ha iniziato le attività il Posto di primo soccorso (Fap – First aid post) di Azra, nella provincia di Logar, a 4 ore di macchina dalla capitale Kabul.

L’apertura di questo Fap è stata fortemente voluta dalle autorità locali e dalla popolazione: dal 25 giugno, giorno in cui un attentato suicida ha distrutto l’ospedale pubblico uccidendo 20 persone, non c’erano presidi sanitari nella zona.

Presso il Fap di Azra, il personale afgano formato da Emergency garantisce il Primo soccorso alle vittime della guerra e delle mine antiuomo, ai feriti da incidenti stradali e ai pazienti con traumi. I casi più gravi, che necessitano di un intervento, sono trasferiti in ambulanza al nostro Centro chirurgico per vittime di guerra a Kabul. Nei prossimi mesi, le attività del Fap verranno ampliate anche all’assistenza sanitaria di base.

Quello di Azra è il quarto Posto di primo soccorso aperto da Emergency in Afghanistan nel solo 2011. Come quelli di Maydan Shahr (nella provincia di Wardak), Garmsir e Sangin (nella provincia di Helmand), anche il Fap di Azra si trova in un’area dove gli scontri tra esercito afgano e talebani sono quotidiani.

Con l’apertura del Fap di Azra, diventano 30 i posti di primo soccorso 

gestiti da Emergency in Afghanistan.

Per maggiori informazioni visita il sito http://www.emergency.it

Razia, Juma Gul e Mohammed Wali.

In inverno l’attività nell’ospedale di guerra di Emergency a Lashkar-gah, in Afganistan, cala rispetto al resto dell’anno. “Cala” nei numeri, non nelle tragedie che la popolazione civile patisce.

Razia viene da Babaji, un villaggio dove si combatte ormai da anni. Stava tornando a casa a piedi, con la sua famiglia, quando «dei soldati» hanno cominciato a sparare. Razia ha un femore fratturato, uno zigomo rotto e una vasta ferita alla testa. Ci mostra anche la ferita da proiettile che l’ha colpita a una mano un anno fa. Ha 7 anni ed è già “veterana di guerra”.

Due letti prima di lei Juma Gul, 5 anni, sta mangiando del riso. Ha metà del viso coperto dalle medicazioni e la gamba sinistra fasciata. Era di fronte a casa, a Grishk, quando è esplosa una granata.

Mohammed Wali ha 8 anni e viene da Marjah, un altro villaggio martoriato dalla guerra. Ha appoggiato il piede su una mina mentre ritornava dal bazar. Ha camminato fino a casa, con il piede dilaniato. Il padre l’ha portato immediatamente al nostro ospedale, ora un grande bendaggio gli copre il moncone appena sotto il ginocchio.

Tutto questo nell’arco di una settimana, d’inverno, quando i “numeri” calano.

Per maggiori informazioni e donazioni visita il sito http://www.emergency.it

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Ancora storie dalla lontana Lashkar-gah.

 

Quando è fuori in giardino, ha sempre un sorriso per chi gli si avvicina. Nella sua situazione non so chi riuscirebbe a sorridere: Quadratullah ha più o meno 12 anni e non ha più le gambe. Stava giocando fuori da una casa con i suoi due fratelli, Nanai di 14 anni e Naquibullah di 10, quando una porta socchiusa li ha incuriositi.

Si sono avvicinati in fila indiana: quando Nanai ha aperto la porta è stato dilaniato da un’esplosione; dietro di lui Quadratullah, parzialmente riparato da suo fratello, si è ritrovato a terra con metà del viso ustionata, le gambe ridotte a moncherini, la mano sinistra ferita dalle schegge. Il fratello più piccolo, coperto dai corpi dei due fratelli maggiori, è stato colpito da alcune schegge sugli arti superiori.

È quasi un mese che Quadratullah è arrivato al nostro Centro chirurgico di Lashkar-gah: è stato operato, curato, nutrito e riabilitato. Ora è autonomo, riesce a fare quasi tutto sulla sedia a rotelle che non abbandona mai.

Verrà dimesso a giorni e ci parla dei suoi desideri, fa progetti: vorrebbe andare a scuola, ma nel suo villaggio non ce n’è nemmeno una. È felice quando gli diciamo che potrà portare a casa la sua sedia a rotelle, per lui è un grandissimo regalo. Non riusciamo a rispondergli, la sua felicità per una carrozzina ci lascia senza parole.

 

Per maggiori informazioni, donazioni e sostegno visitare il sito  http://www.emergency.it

 

 

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