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15 anni fa i giorni di Genova…….

18 Luglio 2016 Commenti chiusi

15 anni fa, giovedì 19 Luglio 2001 cominciavano i tragici giorni di Genova.

FOTOGRAFIA: Genova 2001 – Un manifestante inchiodato alla serranda di un negozio e con le mani dietro la schiena da due agenti di polizia – Gianluca Fiesoli


Testo tratto dal libro ” Personal Observations ” di Gianluca Fiesoli,

https://www.youtube.com/watch?v=W2pgSbaffJ0&feature=youtu.be

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Senza alcuna ombra di dubbio i giorni che vanno dal giovedì 19 alla domenica del 22 luglio 2001 sono stati tra i più ignominiosi della Storia della Repubblica italiana. Un escalation di violenza in cui il bilancio poteva essere più pesante e dove le incolpazioni sono da dividersi tra tutti. Stato, forze dell’ ordine che si trovarono impreparati davanti ad un evento dalla valenza così straordinaria, municipalità, ambientalisti, Black Bloc e dimostranti. Fin dalla scelta della città, Genova sembrò completamente inadatta per ospitare un importante sessione di incontri tra i Grandi della Terra, i quali secondo il governo italiano necessitavano di imponenti servizi di coordinamento civili e militari per garantirne la sicurezza durante lo svolgimento.

La topografia del capoluogo ligure mostra che il tessuto urbano non ha una grandissima espansione. Il centro è angusto mentre alle spalle le colline sono sovrastanti e pertanto sbarrano le vie di fuga. Se poi viene istituita un area “ off limits “ con grate di ferro alte tre metri, tombini saldati e barriere di container è palese che per molti sembrò una restrizione alla libertà e quindi era facile prevedere che ci sarebbero stati dei disordini. Lo stesso Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio dei Ministri da pochi mesi, durante un sopralluogo organizzativo confermò queste preoccupazioni sottolineando che l’ indicazione di Genova era stata designata dall’ esecutivo precedente e quindi era oramai troppo tardi per inventare soluzioni immediate e alternative.

Il movimento dei No – Global, più comunemente chiamato “ Popolo di Seattle “, si era formato alla fine del 1999 ed aveva aumentato sensibilmente il numero dei consensi e nel frattempo in Italia gli anarchici avevano ripreso ad esternare il proprio disappunto. Si viveva un declino dell’ ideologia di sistema, le crisi sociali erano evidenti e una parte del mondo della cultura manifestava una certa insofferenza per l’ Italia clericale. Ci si preparava con scetticismo alla nascita dell’ Euro e diverse erano le correnti di pensiero che sostenevano con tenacia il ripristino dell’ effettiva emancipazione dei mercati economici attraverso una politica di deregolamentazione. Una sfida in comune organizzata sulla collaborazione reciproca tra centinaia di gruppi, associazioni di carattere nazionale, studentesche e ambientaliste ma disapprovato da alcuni di non avere molto realismo politico e poco spessore morale se al suo interno si potevano nascondere delle frange eversive in grado di sobillare la violenza. Nonostante il propugnare l’ uguaglianza dei diritti, la globalizzazione è diventata un processo a cui difficilmente si potrà tornare indietro ed impone la graduale riduzione d’ intervento dei singoli governi nell’ economia mondiale, allargando così il divario tra i paesi ricchi e quelli poveri con l’ accrescimento del potere plutocratico alle multinazionali.

Se la manifestazione del giovedì scivolò via senza intoppi, escluso qualche sporadica tensione, invece il peggio doveva ancora arrivare. Il fuggifuggi dei cittadini, la serrata totale degl’ esercizi commerciali e delle banche ne erano la conferma mentre le polemiche televisive, le dietrologie dei partiti, le minaccie via web nelle chat più intransigenti e gl’ allarmi bomba facevano presagire una situazione in caduta irreversibile. Numerosi cortei oramai erano stati programmati e la chiusura della frontiera italo – francese, che aveva l’ intento di respingere i facinorosi, non dette i frutti sperati.

Lo stesso successe per il tentativo di autorizzare marce considerate tranquille e non consentire quelle che venivano definite pericolose. Nella mattinata i manifestanti iniziarono a radunarsi, ognuno con la sua forma di protesta e all’ ora di pranzo si registrarono i primi incidenti. Corso Torino, Via Caffa, Via Tomelaide, Piazza Danovi, Corso Buenos Aires, via Crimea e intorno al carcere di Marassi divennero teatro per un susseguirsi di provocazioni che sfociarono in sassaiole, auto in fiamme, barricate e cariche dei battaglioni della polizia. Un clima surreale e l’ impotenza da parte di quelli che erano rimasti a casa travolse Genova oramai avviluppata dalla nebbia pungente dei gas lacrimogeni. I reparti delle forze dell’ ordine agivano senza una tattica precisa dovuta ad inesattezze di valutazione mentre le comunicazioni radio con la Questura non sempre erano perfette. Il caos regnava totale, il sangue cominciava a scorrere e le strade erano piene di una collera che urlava sempre più forte.

Ma l’ apice si verificò in Piazza Alimonda con la morte di Carlo Giuliani, 23 anni, freddato dai colpi di pistola dell’ ausiliario Mario Placanica. Una tragedia che marchierà per sempre la storia dei summit del G8. Il giovane cessò di vivere nell’ atto di lanciare un estintore contro un “ defender “ dei carabinieri che era rimasto bloccato da un cassonetto della spazzatura mentre stava subendo la furia di un gruppo di estremisti.

La camionetta aveva preso parte all’ assalto del dodicesimo Battaglione Sicilia che voleva colpire sul fianco la marcia delle Tute Bianche, le quali probabilmente avevano l’ intenzione di violare la zona rossa. Erano le cinque e mezza del pomeriggio e la dinamica si svolse in maniera così repentina che non ci fu il tempo e il modo di evitarla. Poi la jeep riuscì a disincagliarsi e passò per ben due volte sopra il corpo esanime disteso sul selciato. La notizia fece il giro del mondo e dentro il Palazzo Ducale alcune riunioni vennero temporaneamente sospese mentre i servizi degli accordi politici finirono in secondo piano nelle edizioni dei telegiornali della sera.

Nella giornata di sabato la solidarietà per la morte del giovane e l’ impatto emotivo sull’ opinione pubblica fecero affluire trecentocinquantamila persone che parteciparono alla grande manifestazione sul lungomare, la quale doveva concludersi nella zona della Fiera. Però ancora una volta il buonsenso da ambo le parti non riuscì a prevalere. La spirale dell’ odio riprese il sopravvento, oramai era guerra aperta. Il corteo si spezzò in due enormi tronconi, dai quali scapparono gente disarmata e con famiglia per evitare di essere coinvolti negli scontri collettivi.

Durante la notte si consumò l’ ultimo atto di violenza che venne imposto con un ordine dall’ alto. L’ irruzione di trecento agenti nella scuola Diaz, sede provvisoria del Genoa Social Forum, è un palese tentativo di massacro e di vendetta, peraltro svolto alla cieca, con prove simulate per giustificarlo e messo in atto solamente su un centinaio di innocenti che comprendevano diversi stranieri. Persino i soprusi e le angherie avvenuti nella caserma di Bolzaneto ribadiscono che i metodi usati dalla polizia non erano certamente conformi ai principi teorici e pratici della democrazia. Sistemi ambigui, che possiamo definirli vicini a quelli dell’ epoca del fascismo e finiscono per compromettere l’ immagine e l’ etica di un organo del potere esecutivo dello Stato.

E’ trascorso più di un decennio da quei convulsi giorni e in questo tempo si è scritto, detto e deplorato con tanta acrimonia. La Giustizia ha svolto lentamente il suo corso e le sentenze dei processi hanno confermato nei vari gradi le responsabilità degli elementi in divisa e di qualche vertice ma numerosi sono i procedimenti archiviati per l’ impossibilità di identificare le persone implicate. Anche dei dimostranti sono stati condannati con l’ imputazione di saccheggio e distruzione. Per i fatti della Diaz in primo grado il Tribunale ha assolto i capi della Mobile, del Servizio della Centrale, i vicedirettori dell’ Ucigos e altri funzionari che durante il dibattimento avevano alzato un impenetrabile cortina di omertà negando così evidenti responsabilità.

Dopo l’ istanza da parte della Procura, l’ appello del 2010 ha ribaltato la sentenza precedente. La Corte di Genova reputò gl’ imputati tutti colpevoli anche se alcune pene vennero considerate lievi e non corrispondenti a quello che aveva chiesto l’ accusa. Venticinque saranno le condanne per complessivi novantotto anni di reclusione. Nel luglio 2012 la Suprema Corte di Cassazione ha confermato in via definitiva questo giudizio e potrebbe costringere alcuni dirigenti a lasciare gli incarichi. Una sentenza che gran parte dell’ ambiente politico italiano ha definito “ importante ma che non restituisce una completa giustizia “.

Mario Placanica ha chiuso con l’ Arma ed è stato congedato. Dopo un periodo di riposo adesso lavora come impiegato all’ Ufficio del Catasto di Catanzaro. Indagato assieme al collega Filippo Cavataio le differenti giurie, compresa quella della Corte Europea dei Diritti dell’ Uomo, hanno sancito che agì per legittima difesa e conseguentemente è stato prosciolto. Però il ritorno alla normalità per l’ ex carabiniere si sta rivelando più difficoltoso del previsto e per diverse volte è salito sulla ribalta della cronaca. Prima per uno strano incidente di auto, poi per delle minacce di morte ricevute da ignoti.

In un secondo tempo è stato sottoposto ad intercettazioni telefoniche e che sono state pubblicate da un settimanale milanese. In esse raccontava di avere seri problemi psicologici dovuti alla vicenda che gli era accaduta, di dover ricorrere giornalmente a dosi di antidepressivi e di soffrire di idee suicidarie. Nella primavera del 2009 il Placanica è stato inquisito dalla Procura della Repubblica calabrese con la grave accusa di violenza sessuale e maltrattamenti nei confronti della figlia dell’ ex convivente, la quale in precedenza aveva sporto denuncia. Insomma, quella tragica settimana di luglio gli ha sicuramente cambiato la vita.

Carlo Giuliani ha pagato carissimo per il fatto di essersi trovato al posto sbagliato nel momento inopportuno, ma soprattutto per una certa sprovvedutezza e follia che talvolta sono proprie della gioventù. Cercare di farne un eroe e altresì un martire è francamente eccessivo da qualsiasi punto di vista si guardi la questione poiché la violenza non è mai giustificata.

Per motivi diversi alcuni anni dopo sono tornato a Genova. E’ sempre bella, imperiosa, affacciata sull’ immensità del mare scuro con i palazzi nobiliari restaurati. Le parole di Paolo Conte si dissolvono nello zefiro di ponente…..” Genova ha i giorni tutti uguali, i gamberoni rossi sono un sogno e il sole è un lampo giallo al parabrise “. Delle rabbie antiche non rimane che uno sbiadito ricordo e una targa alla memoria.

In un carruggio una scritta rossa campeggiava su di un muro d’ ardesia.

Hanno ammazzato Carlo……..Carlo vive.

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Testo tratto da ” Personal Observations ” Gianluca Fiesoli

https://www.youtube.com/watch?v=W2pgSbaffJ0&feature=youtu.be

Eclissi totale di sole, uno spettacolo ammaliante. Qualche ( piccolo ) consiglio per fotografarla.

20 Marzo 2015 Commenti chiusi

Ne ho vista una sola nella mia vita, ma l’ ho guardata bene e da ” vicino ” se così si può dire……

L’ eclissi totale di sole, ma anche quelle minori rappresentano da sempre per l’ Umanità, per la gente comune, lo studioso oppure il semplice appassionato, un evento straordinario da vedere e da sognare……

Se la vogliamo dire tutta è anche un motivo per stare insieme, quasi fosse una partita o al meglio per isolarsi e riflettere……

Il fenomeno, si ripete a distanza di anni e migliaia di persone si organizzano per il momento decisivo. Quel passaggio che dura poco ma che oscura tutto rendendo un atmosfera magica.

E’ un avvenimento oltre alle sue particolarità che ci riporta ad una dimensiona più umana, più vera di fronte alla forza della Natura e del Cosmo, la quali ci ricordaano che l’ Uomo è comunque un debole in confronto ad esse e ci consiglia che dovremmo portargli sempre rispetto.

Correva l’ anno 1999. Non mi fu difficile andare in Austria dato che mi trovavo già in nel nord d’ Italia e quindi raggiungere Salisburgo, considerato all’ epoca, ” il punto di osservazione ” migliore di tutto il continente europeo.

Ma come si fotografa un eclissi, dirà qualcuno. In tante maniere, ma se vogliamo delle immagini belle necessitano tre cose fondamentali. Un obbiettivo di focale più lunga possibile ( almeno un 600 mm ) visto che la distanza è abissale. Poi un robusto treppiede e un corpo macchina veloce e perfetto nell’ AF poichè il passaggio è rapido e quindi ci sarà pochissimo tempo di esecuzione in special modo se vogliamo fare una sorta di bracketing che illustra tutte le varie sequenze dell’ attraversamento.

Oggi con la fotografia digitale è sicuramente più facile in quanto abbiamo a nostra disposizione un infinità di scatti senza dovere cambiare pellicola come si faceva una volta. I corpi hanno ” buffering ” e le schede sono potenti e perciò ce lo consentono. Inoltre possiamo rivedere nell’ immediato e quindi correggere qualcosa.

Resta però il fatto che dobbiamo avere dell’ esperienza poiche la forte luce che attraversa le lenti e giunge al sensore può avere delle ” fughe, riflessi e sbalzare facilmente l’ esposizione e anche far ” ballare ” la messa a fuoco rendendola quindi imprecisa.

Per finire è utile anche l’ impiego dei filtri, polarizzatore oppure Neutral Density come gli strumenti a protezione degl’ occhi, poiche durante il fenomeno scatteremo attraverso il mirino della camera.

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Foto Fiesoli: Eclissi totale di sole, Salisburgo, Austria, 1999. Fiesoli. Treppiede Manfrotto, Nikon F5, pellicola Fujichrome, obbiettivo 600 mm.

 

 

 

Pino Daniele 1955 – 2015.

7 Gennaio 2015 Commenti chiusi

Photo Painting – Pino Daniele in concerto, 1999 – Gianluca Fiesoli ©.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ho visto quattro terremoti e racconto la mia esperienza.

In queste difficili ore per l’ Italia ma soprattutto per la regione dell’ Emilia Romagna, oltre alla solidarietà ( anche io ho fatto una piccola donazione ), voglio raccontare la mia esperienza sui terremoti.

Questo articolo  è tratto dal mio libro Personal Observations e dal capitolo “ Inside the earthquakes “.

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Erano le tre di notte del 19 agosto 1999 quando la faglia del Mar di Marmara in Turchia scivolò negl’ abissi terrestri per ben oltre dieci chilometri, rilasciando così un energia talmente violenta che distrusse buona parte delle zone densamente popolate e situate sulla fascia costiera.

L’ area Nord Anatolica venne fortemente offesa da una rottura di oltre novanta miglia che nei punti più vasti raggiunse la larghezza di sei metri, con un magnitudo 7,8 della scala Richter. Fu uno dei sismi più devastanti dell’ era moderna, simile come potenza a quello di San Francisco avvenuto all’ inizio del Novecento.

Gli studi dei geologi e sismologi hanno accertato che la paraclasi prima della zona epicentrale aveva sobbalzato per quasi quaranta minuti ma con un intensità molto bassa. La popolazione non avvertì un minimo sussulto e di conseguenza non ebbe nessuna possibilità di prepararsi una via di fuga. Come spesso accade in queste sciagure, immediatamente nacque un sentimento di solidarietà in mezzo al pianto, al dolore, alla morte e innalzandosi altissimo oltrepassò le accuse della gente contro lo Stato, il quale veniva considerato responsabile di  appalti truccati, di aver approvato piani regolatori con una cementificazione scriteriata e colpevole delle deficienze strutturali su cui gl’ edifici e gl’ impianti fognari erano stati costruiti.

Le cifre ufficiali del Governo di Ankara parlarono di oltre diciassettemila deceduti e più di trentamila feriti ma si presume che siano stati un numero superiore. Già sul seppellimento dei cadaveri ci furono delle risentite polemiche poiché si sospettava che fossero stati gettati nelle fosse comuni. A Izmit, Yalova, Bursa, Golcuk, Bolu, Adapazari, Sakarya, i rapporti esplicati nei mesi successivi hanno evidenziato nutrite colpe delle amministrazioni municipali. E’ emblematica la fotografia scattata da un elicottero del C. P. T. ( Civil Protection Turkish )sul centro di Golcuk dove l’ antica moschea era rimasta perfettamente intatta intanto che la zona urbana circostante aveva collassato al suolo.

Non era indispensabile salire tra cumuli e nembi per capire che sono stati commessi pesanti errori in un territorio da sempre considerato ad elevato pericolo sismico. Ad un occhio attento difficilmente sfuggiva che molte abitazioni furono fabbricate con materiali scadenti. Pilastri mal progettati, beton eccessivo che si sgretolava con facilità nei punti di debolezza mentre il complesso dei ferri annegati nel getto del conglomerato cementizio erano spesso di diametro ridotto.

“ Cardboard houses “ – case di cartone – le chiamano gli americani ma probabilmente saranno state rifatte uguali.

I maremoti, lo tsunami, le frane e gli uragani sono sempre esistiti ma con l’ avvento del secondo millennio sono diventati quasi parte integrante della nostra quotidianità. Non passa stagione che non succeda qualcosa di drammatico. A detta di diversi ricercatori è un segnale inquietante, il quale si è decisamente accentuato rispetto al passato. Il rapporto sulle calamità naturali stilato nel 2010 dal Dipartimento Usa ci fa notare che dal 1900 ad oggi i sismi superiori ai 1000 morti sono stati 118.

Le correlazioni tra terremoti e aumento della temperatura oppure con i test nucleari o la magnetostrizione, ( l’ attività solare e il campomagnetico esterno ), sono tuttora a livello di ipotesi e che non trovano delle conferme nelle approfondite ricerche che sono state attuate negli ultimi decenni.

La sismicità che è il valore insieme alla frequenza con cui si manifestano i terremoti, è una caratteristica fisica del pianeta. Sono poche le contromisure per combattere questi fenomeni: il costante monitoraggio del terreno, la prevenzione della vulnerabilità con costruzioni di alto livello qualitativo e in aree a basso rischio tellurico.

Dopo il cataclisma di Qazvin nel 1962, quello di Tabas e negl’ anni novanta nella valle di Rudbar, l’ Iran ha conosciuto un altra tragedia il 26 dicembre del 2003. Il terremoto di Bam ha una dinamica affine a quella anatolica, in piena notte, senza scampo per gl’ abitanti che dormivano. L’ epicentro è avvenuto a tredici chilometri dalla città, nel deserto salato di Dasht-e-Lut, ad una profondità di ottomila metri in un area sismica attiva che però non aveva riportato terremoti storici prima di questo terrificante evento.

La durata del movimento vibratorio è stata stimata tra i sette e dodici secondi in due travolgenti fasi. Magnitudo 6,6 e quindi inferiore a quello turco, ma pur sempre intenso poichè il picco registrato dall’ accelerometro arrivò fino a 0,98g.

Oltre alla perdita delle vite umane è andata praticamente distrutta un enorme eredità culturale, la Cittadella “ Arg e Bam “, decretata nel 2004 dall’ istituzione intergovernativa dell’ Unesco come Patrimonio dell’ Umanità.

Lo Zoorkhaneh ( uno ampio spazio per l’ esecuzione di sport tradizionali ), la Moschea del Profeta, i quartieri attigui, la Madrassa ( la scuola dei religiosi ), i torrioni adibiti a funzioni difensive e il sepolcro monumentale hanno patito ingenti danni. Un area strategica adagiata sul plateau mediorientale che ebbe il massimo splendore tra il VI e il X secolo. Anticamera dell’ Afghanistan e del Pakistan, Bam era un’ importante crocevia per il commercio delle sete e i tessuti, che poi nel corso dei secoli ha dovuto sopportare carestie e dominazioni, a cominciare da quelle persiana e ismailita.

Il sito archeologico è un’ eccezionale testimonianza delimitato da poderose muraglie che raggiungono i nove metri di altezza. Un raro esempio di insediamento fortificato, la cui peculiarità è lo strato di mattoni con il fango usato per edificarlo. Il paesaggio culturale di Bam è sicuramente l’ interazione fra Uomo e Natura dove il sistema d’ irrigazione ( Qanat ) formato da canali e tunnel ha saputo portare vita e sviluppo nel deserto.

In Iran la macchina dei soccorsi non fu imponente e neanche immediata. Nelle ore successive alla catastrofe il governo degli Ayatollah a causa della crisi interna e con l’ occidente, comunicò agli organi di stampa che rifiutava qualsiasi forma di aiuto credendo di potercela fare da soli o perlomeno con i paesi considerati amici.

“ Le questioni umanitarie non devono essere intrecciate con gli inveterati problemi che ci sono con gli Stati Uniti. Se ci sarà un sostanziale cambiamento da parte dell’ amministrazione americana, sia nei toni che nei comportamenti diplomatici, allora prenderemo in considerazione un nuovo sviluppo nelle nostre relazioni “.

Un discorso di propaganda e di pervicace ostilità in un periodo di notevole importanza per la nazione e per tutto il Medio Oriente. Le rivolte studentesche per le libertà civili erano ricominciate nelle piazze di Teheran, la repressione si faceva sempre più dura ed alcuni alleati dell’ ala riformista erano stati costretti a dimettersi dai seggi del Parlamento.

Due anni prima i terroristi di Al-Qaeda avevano colpito le torri gemelle di New York e George W. Bush, che nel frattempo aveva ordinato di invadere l’ Afghanistan, era convinto che nell’ attentato ci fosse una compartecipazione degl’ iraniani, mentre da pochi giorni le forze della coalizione avevano catturato il rais Saddam Hussein in Iraq.

Soltanto dopo la visita del Presidente Khatami a Bavarat e Bam insieme al Governatore della provincia di Kerman, avvenuta alla fine dell’ anno, si accorsero quanto era grande il disastro. Di fronte all’ incalzare degli improperi della folla, non bastarono le facili promesse mascherate dalla fede e così il regime fece un’ inversione di rotta aprendo le frontiere alle cooperazioni sanitarie internazionali.

Malgrado le notizie siano sporadiche e con poca possibilità di verifica, a distanza di diversi anni Bam ha avuto una lenta ricostruzione basata su un progetto di spostamento della città che sembra sia avvenuto soltanto parzialmente. Il lavoro di ripristino della Cittadella è garantito dalla supervisione dell’ Iranian Cultural Heritage Organization ma viene svolto dalla comunità scientifica internazionale e dalle università giapponesi, le quali hanno stanziato oltre un milione di dollari. Anche il Ministero dei Beni Culturali italiano ha fatto un investimento. Duecentocinquantamila euro ed ha inviato un gruppo di tecnici per il restauro e la messa in sicurezza della torre maggiore che è situata sulla cinta muraria sud-occidentale.

Purtroppo queste sciagure lasciano lacerazioni indelebili e spesso sono dimenticate dal mondo. Dall’ esposizione informativa di un’ equipe dell’ Earthquake Engineering Research Institute, i quali hanno analizzato a lungo la salute mentale e la condizione socioeconomica dei superstiti, si evince che la situazione umana è particolarmente preoccupante. La regione ha perduto la fonte di sostentamento che veniva dal turismo, la produzione artigianale è alquanto rallentata, mentre si sono incrementati i tassi della criminalità, della disoccupazione, dell’ uso di stupefacenti e dei suicidi.

Raccontare per immagini un sisma è un lavoro inusuale che ti cala in una realtà penosa. E’ fondamentale essere senziente e agire in punta di piedi per non disintegrare la dignità delle persone. D’ altra parte questo “ scomodo ruolo “ è obbligatorio per chi vuol fare informazione. Se sia giusto o no documentare avvenimenti angosciosi è un argomento mai risolto e che non spetta certamente a me a deciderlo, ma la nostra società nell’ era della comunicazione globale ha oramai annullato le distanze fisiche e culturali e quindi non ne può fare a meno.

Ho fotografato quattro terremoti ed avrei molti episodi da ricordare, tutti differenti. Però la sera che giunsi ad Izmit è quello che mi è rimasto più impresso nella memoria.

Quando stavo per entrare nel palazzo dell’ hockey su ghiaccio dove erano sistemati i cadaveri e le bare mentre il sistema di raffreddamento erogava il massimo della potenza per ritardarne la decomposizione, l’ addetto alla sorveglianza dandomi una mascherina per proteggermi dall’ insopportabile fetore e da possibili bacilli, guardandomi diritto negli occhi mi disse:

“ Te la senti ? “.

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