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La Bosnia Erzegovina ricorda Srebrenica.

5 Luglio 2017 Commenti chiusi

Alcune decine di persone hanno cominciato lunedì mattina da Sarajevo il cammino di oltre duecentocinquanta chilometri che li porterà a Nezuk per andare a ricongiungersi con la Marcia della Pace dove poi proseguiranno per il mausoleo di Potocari l’ 11 Luglio per ricordare il massacro di Sebrenica oramai giunto al ventiduesimo anniversario.

Sono attese per i funerali sessantamila persone provenienti da tutta la Bosnia Erzegovina ma non solo.

Secondo l’ ultimo comunicato del MPI quest’ anno le sepolture saranno settanta provenienti da due aree della Bosnia orientale.

Il più giovane si chiamava Damir Suljic ed aveva solamente 15 anni quando venne assassinato mentre il più vecchio era un uomo che allora aveva compiuto da poco 72 anni.

Tuttavia, se le famiglie delle vittime identificate in precedenza avessero concesso all’ Istituto delle persone scomparse di finire  il processo di ricomposizione ci sarebbe stato sicuramente un aumento del numero delle vittime da essere sepolto martedì prossimo.

La stragrande maggioranza dei corpi esumati dalle fosse comuni dopo anni di ricerca e di lavori di scavo sono pressoché incompleti e alcune famiglie sono stanche e invecchiate di attendere una dignità che comunque non lenirà mai il dolore e la sofferenza di questa tragedia.

La ricerca dei corpi è un lavoro difficilissimo aiutato dalla scienza ma anche ostacolato dalla precarietà di mezzi finanziari e dalle naturali difficoltà oggettive che s’ incontrano sul territorio.

Anche per Srebrenica 2017 non sono mancante delle tensioni politiche e la diplomazia tra Bosnia e Serbia è tuttora molto distante ma soprattutto non si intravedono tangibili segnali di distensione malgrado siano ambedue candidati ad entrare nell’ Unione Europea.

La Corte dell’ Aja a fine Giugno ha confermato in Appello gran parte della condanna risalente al 2014  e che il governo olandese è parzialmente responsabile della morte di trecento mussulmani.

Nonostante questo e nel tempo alcuni criminali serbi siano stati catturati e condannati, la vicenda di Srebrenica ha ancora molte ombre e la ricerca della Verità non è del tutto conclusa.

 

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Srebrenica – Potocari, Bosnia Erzegovina, 11 Luglio 2011.

Sedici anni non bastano per alleviare il dolore. Nel giorno della commemorazione la Bosnia Erzegovina si stringe intorno ad altre 613 vittime che sono state pietosamente ricomposte e riconosciute tramite la scienza e i test del dna. Un lavoro complesso eseguito da antropologi forensi e che continua senza un attimo di sosta, con pochi mezzi a disposizione e senza sapere quando finirà.

Suljic Hazan Nedzad era nato nel 1975. E’ stato assassinato a soli venti anni ed è uno dei più giovani di questi ultimi ritrovamenti. La lapide con la mezzaluna porta la numero 451. Oggi sarebbe stato un adulto con una famiglia e un onesto lavoro. La madre siede mestamente davanti alla fossa in attesa che venga sotterrato.

Il suo viso è segnato da profonde rughe e dalla sofferenza che contrastano su un candido fazzoletto color crema il quale le raccoglie i candidi capelli bianchi. In quella che fu un aberrante strage ha perso pure il marito che venne trucidato con una raffica di mitra in un magazzino della borgata di Kravica dopo che aveva tentato di scappare attraverso i boschi. Lei assieme ad altri sfollati dei villaggi circostanti fu trasferita nella zona libera di Tuzla.

Alla fine dell’ anno scorso l’ Istituto Nazionale delle persone scomparse le ha comunicato che avevano ritrovato i resti dell’ unico figlio che aveva. Con voce interrotta da un pianto convulso, nelle frasi che mi vengono tradotte dall’ inviato del quotidiano Oslobodenje di Sarajevo, la donna ci racconta che il ragazzo fu preso durante un rastrellamento dei militanti serbi quando erano appena entrati nel centro abitato.

Da allora non ha saputo più niente, ma in tutto questo tempo nonostante la realtà fosse così evidente e tragica si è sempre illusa di riaverlo vivo. Conclude dicendoci che non conosce neppure la dinamica dell’ omicidio e che è possibile soltanto fare delle ipotesi. Fucilato, torturato, sgozzato con un coltello oppure ucciso in ginocchio con un vigliacco colpo di pistola alla nuca. Probabilmente resterà per sempre un atroce mistero.

Neanche il recente ma tardivo arresto dell’ ex Comandante militare Ratko Mladic, il boia dei Balcani, cancella la disperazione e il rancore che questo popolo si porta addosso. Proprio oggi le vedove di Srebrenica hanno usato toni duri e perentori contro quelli lo hanno preso. Sostengono che da tempo il governo serbo era perfettamente a conoscenza del luogo in cui Mladic si nascondeva e guarda caso la cattura è avvenuta nei giorni della visita a Belgrado di Catherine Aston, l’ Alto Rappresentante per gli Affari Esteri dell’ Unione Europea.

Le donne bosniache chiedono risarcimenti per le vite distrutte. Però, dopo oltre tre lustri sono ancora più di un migliaio i casi pendenti. Sebbene alcuni progressi siano stati fatti per tutelare i diritti umani, il piano di recupero fondi destinato alle famiglie degli scomparsi non è stato pienamente attuato e quindi le controversie rimangono insabbiate nella burocrazia.

E’ una giornata toccante, pregna di tristezza. La ricorrenza del genocidio assume una dimensione e un valore simbolico molto profondo. E’ inammissibile restare insensibili di fronte a queste scene, ma purtroppo nei prossimi anni il numero dei morti accertati salirà ancora. Molte bare saranno tumulate nuovamente perchè ulteriori fosse comuni secondarie sono state individuate tra le montagne e andranno ad aggiungersi alle migliaia di vittime che riposano dal 2003 nel memoriale di Potocari.

Sembra non finire mai il massacro di Srebrenica anche se nella regione c’ è un processo di stabilizzazione e in futuro la prospettiva di aderire nell’ Europa che conta. Resta però il fatto che tuttora vige una situazione temporale ma con le amministrative dell’ autunno 2012 molte cose sul piano legislativo potrebbero mutare poiché non sarà concesso lo statuto speciale e avranno diritto a votare soltanto gl’ effettivi residenti.

Tuttavia l’ annullamento dei valori, le metamorfosi politiche, la perdita dell’ identità culturale, la mancanza di opportunità lavorative e la scarsa volontà di ottemperare collaborazioni tra serbi e bosniaci hanno portato la piccola città alla decadenza.

Ovunque è tangibile un senso di vuoto e di afflizione. Volti diffidenti che celano un fondo oscuro mentre le nuove generazioni quando possono si trasferiscono altrove. Attualmente a Srebrenica vivono circa novemila persone che con il deserto dentro l’ anima restano attaccati alla loro terra e al passato.

Lo sterminio del 1995 è un capitolo così riprovevole che l’ Uomo ha saputo creare con l’ odio e l’ ostilità, armandosi di pesante artiglieria, granate e bombe, fino a mettere in atto una pulizia etnica con lo scopo di sopprimere qualsiasi avversario. Un annientamento che ha una lampante similarità con la pazzia del nazionalsocialismo.

Nonostante ciò in Serbia ancora adesso ci sono rigurgiti di negazionismo dovuti all’ importante sostegno della popolazione verso i partiti più radicali che nell’ elezioni politiche del 2007 ha visto registrare un consenso di quasi un terzo degli elettori.

La strada della riconciliazione è ancora lunga e il Parlamento di Belgrado soltanto quindici anni dopo la fine dei combattimenti ha chiesto ufficialmente scusa alle famiglie delle vittime, qualificando Srebrenica come un “ crimine di guerra “ e non come genocidio, rivendicando però che esistono anche dei delitti subiti dal popolo serbo. La dichiarazione è stata raggiunta dopo quasi tredici ore di acceso dibattito e risolta con una risicata approvazione grazie al voto dei democratici e socialisti.

Dopo quattro anni di lotta armata che coinvolse buona parte dei Balcani occidentali e causò quasi centomila morti con seicentomila profughi, gli episodi di Srebrenica furono decisivi per la svolta finale della guerra. La Storia è nota ma presenta ancora delle zone d’ ombra ed è per questo che ci deve essere di grande insegnamento senza scordare i diversi doveri dei paesi, il supporto spirituale della Chiesa ortodossa serba improntato al revanscismo e del ruolo che l’ Onu ebbe in tutta la vicenda.

I caschi blu delle compagnie Dutchbat guidati dal colonnello Thom Karremans assistettero impotenti e non intervennerro. Circostanze poco chiare avvennero in quei giorni fino al punto che la fanteria arrivò a stabilire rapporti molto amichevoli con i paramilitari serbi agli ordini di Ratko Mladic, un generale lucido e spietato che era diventato il braccio destro di Radovan Karadzic. Una festa a base di birra, allegria e scambio di regali prima di abbandonare la base al suo destino e che cominciasse il mattatoio. Tuttora restano gl’ interrogativi del perchè i soldati Onu furono lasciati senza un adeguata copertura aerea sebbene ci fossero stati diversi contatti con il comando operativo di Tuzla.

All’ inizio di luglio del 2011 la sentenza di un Tribunale della Corte di Appello di Amsterdam e che ha ribaltato la precedente del 2008, ha condannato lo stato olandese a risarcire alcuni mussulmani senza però specificarne un preciso indennizzo. Un verdetto sicuramente esemplare e per certi versi “ storico e coraggioso “, il quale ha reiterato la corresponsabilità di quella che doveva essere una missione a protezione dell’ enclave e sancisce la fine dell’ immunità, del garantismo e i privilegi che da sempre hanno avuto i Peacekeeper.

Se verrà confermata in via definitiva nel terzo grado di giudizio potrebbe aprirsi la prospettiva di intentare altre vertenze civili ma molte sono le perplessità che tuttociò possa succedere. E’ comunque una decisione utile a comprendere che nelle guerre sotto l’ egida di un organizzazione che dovrebbe cercare di mantenere la pace con la naturale equanimità, invece si nascondono interessi, finzioni, egoismi e tanto cinismo.

Dopo la fine del processo ancora una volta una volta si è riproposto il dibattito sull’ utilità e l’ efficenza delle Nazioni Unite nelle direttive e nei compiti che svolge. Per antinomia è una struttura che utilizza organici militari di altre nazioni e talora durante le operazioni è in disaccordo con i centri di potere politici.

Dignità ed esternazioni misericordiose squarciano il cielo durante la Salatul Janazah, la preghiera collettiva prima della sepoltura e che chiede la grazia dei defunti ad Allah.

Le Madri di Srebrenica non vestono in luttuoso nero ma continuano a versare copiose lacrime sulle verdi bare dei congiunti. Il verde è il colore della speranza, della giovinezza, della Natura mentre per l’ Islam è il Paradiso nell’ ultimo viaggio e che consentirà allo spirito di evolversi.

Trentamila, forse quarantamila persone sono arrivate fin qui da ogni parte del mondo per non dimenticare e per continuare a volere giustizia e verità. Tante bandiere e una marcia della Pace che è partita due giorni prima dal villaggio di Nezuk ed ha ripercorso i luoghi della strage.

Sotto un torrido sole che sfiora i quaranta gradi non mancano gli svenimenti degl’ anziani intanto che fin dalle prime luci dell’ alba un’ imponente schieramento di poliziotti ha vigilato sulla sicurezza.

Il rumore di un interminabile fila di automobili ha infranto la quiete e i silenzi di questa rigogliosa valle, nella quale niente sarà più come prima.

Srebrenica, un anniversario in tono minore.

12 Luglio 2016 Commenti chiusi

Dopo Sarajevo anche Srebrenica ha reso omaggio alle vittime in quello che oramai è giunto al ventunesimo anniversario del massacro avvenuto nel 1995.

E’ stato come sempre il giorno della Bosnia ma stavolta in tono minore sia come partecipazione che nel fatto di solennità. Le vittime ricomposte negl’ ultimi dodici mesi erano infatti “solamente “ 127 prima di effettuare l’ ultimo viaggio verso il mausoleo di Potocari e la sensazione a questa cerimonia è che le nuove generazioni che stanno venendo avanti importa poco di quella lontana guerra.

Ma questo anniversario è stato lacerato da violente polemiche, in particolar modo politiche, a causa del rifiuto di ospitare i leader serbi. Un diniego che non aiuterà a migliorare i rapporti tra i due paesi in cui l’intento dovrebbe essere quello di cercare di ricostruire un futuro più positivo.

Oltre l’ odio, lo scoglio maggiore, è l’ oramai noto “ riconoscimento “ di genocidio da parte dei serbi, i quali continuano a non ammetterlo sia su carta che a livello internazionale.

Lo stesso dicasi per l’ Unione Europea dove le autorità bosniache assieme all’ associazione delle Madri di Srebrenica non perdono occasione di criticarla per il fatto di non aver agito abbastanza in tutti questi anni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FOTO 1: Preghiera davanti alle bare, Srebrenica – Gianluca Fiesoli ©.

FOTO 2: Trasporto dei feretri alla sepoltura, Srebrenica – Gianluca Fiesoli ©.

 

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20 anni senza Mimì.

Cantava con il cuore e acuti di sentimenti intensi dove primeggiava una tonalità roca e calda. Con grande maestria sapeva alternare la melodia italiana a quella del repertorio napoletano. Non ha mai avuto quel successo totale che forse meritava, ma sicuramente una parte del pubblico non la dimenticherà mai.

La sua carriera ha registrato cadute, ritorni strepitosi, alta popolarità ma anche lunghi periodi di assenza. Si è molto sparlato di Lei e taluni la consideravano una iettatrice, un marchio scomodo, falso, che non si è mai tolta del tutto.

Ha dovuto lottare parecchio. Donna di carattere complesso, artista fragile, impaziente, talvolta scomoda, osteggiata da molti….

E forse la fine della storia sentimentale e professionale con Ivano Fossati è stato uno dei capitoli che l’ha gettata nello sconforto più buio e probabilmente non ha mai più amato un altro Uomo.

La musica e la canzone sono stati le vere e le uniche passioni della sua vita, ma gestire e vivere in un certo ” mondo ” non è cosa da tutti e per niente facile.

La convivenza con gli psicofarmaci, alcool e forse anche dell’altro, sono punti interrogativi mai del tutto chiariti ma che oramai hanno poca importanza.

Venti anni fà in questi giorni fa moriva Domenica Berté conosciuta in arte con lo pseudonimo Mia Martini.

Per gli amici, per tutti Mimì.

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” Bracketing “.

Generalmente non vado pazzo per il ” bracketing “, oggi ancor più facile con il digitale…………

Una tecnica forse necessaria in particolari occasioni o tipo di fotografia come quella sportiva.

Ma delle volte lo trovo utile.

Come in questo caso…….. per un semplice ritratto.

Madagascar, 1995.

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Un pensiero per Srebrenica.

Saranno ” solamente ” 175 le vittime che verranno tumulate domani, 11 luglio 2014, nel diciannovesimo anniversario della strage di Srebrenica.

Un numero minore rispetto agl’ altri anni ma che non deve ” ingannare ” sia perché il ritrovamento non vedrà in tempi brevi la luce della fine, sia perché  molti familiari delle vittime non hanno collaborato o perlomeno non hanno donato il proprio sangue per il confronto dei test del Dna.

In realtà, come ha dichiarato uno dei responsabili dell’ Istituto Nazionale, le vittime ricomposte nell’ anno passato sono circa 700.

La cittadina accoglierà migliaia di persone provenienti da tutta la Bosnia Erzegovina ma anche da altri paesi e come di consueto ci sarà una marcia della Pace per poi proseguire in una solenne e commovente cerimonia.

Un giorno che ho vissuto nel 2011 e che non dimenticherò mai.

Nonostante siano passati quasi due decenni e la sofferenza non sia cessata, i media, almeno quelli italiani, quest’ anno hanno dato meno risalto agl’ aggiornamenti di quelle questioni tuttora irrisolte.  

E’ quindi ancora una volta doveroso avere un pensiero per Srebrenica e il suo popolo.

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Srebrenica – Potocari, Bosnia Erzegovina, 11 Luglio 2011.

Sedici anni non bastano per alleviare il dolore. Nel giorno della commemorazione la Bosnia Erzegovina si stringe intorno ad altre 613 vittime che sono state pietosamente ricomposte e riconosciute tramite la scienza e i test del dna. Un lavoro complesso eseguito da antropologi forensi e che continua senza un attimo di sosta, con pochi mezzi a disposizione e senza sapere quando finirà.

Suljic Hazan Nedzad era nato nel 1975. E’ stato assassinato a soli venti anni ed è uno dei più giovani di questi ultimi ritrovamenti. La lapide con la mezzaluna porta la numero 451. Oggi sarebbe stato un adulto con una famiglia e un onesto lavoro. La madre siede mestamente davanti alla fossa in attesa che venga sotterrato.

Il suo viso è segnato da profonde rughe e dalla sofferenza che contrastano su un candido fazzoletto color crema il quale le raccoglie i candidi capelli bianchi. In quella che fu un aberrante strage ha perso pure il marito che venne trucidato con una raffica di mitra in un magazzino della borgata di Kravica dopo che aveva tentato di scappare attraverso i boschi. Lei assieme ad altri sfollati dei villaggi circostanti fu trasferita nella zona libera di Tuzla.

Alla fine dell’ anno scorso l’ Istituto Nazionale delle persone scomparse le ha comunicato che avevano ritrovato i resti dell’ unico figlio che aveva. Con voce interrotta da un pianto convulso, nelle frasi che mi vengono tradotte dall’ inviato del quotidiano Oslobodenje di Sarajevo, la donna ci racconta che il ragazzo fu preso durante un rastrellamento dei militanti serbi quando erano appena entrati nel centro abitato.

Da allora non ha saputo più niente, ma in tutto questo tempo nonostante la realtà fosse così evidente e tragica si è sempre illusa di riaverlo vivo. Conclude dicendoci che non conosce neppure la dinamica dell’ omicidio e che è possibile soltanto fare delle ipotesi. Fucilato, torturato, sgozzato con un coltello oppure ucciso in ginocchio con un vigliacco colpo di pistola alla nuca. Probabilmente resterà per sempre un atroce mistero.

Neanche il recente ma tardivo arresto dell’ ex Comandante militare Ratko Mladic, il boia dei Balcani, cancella la disperazione e il rancore che questo popolo si porta addosso. Proprio oggi le vedove di Srebrenica hanno usato toni duri e perentori contro quelli lo hanno preso. Sostengono che da tempo il governo serbo era perfettamente a conoscenza del luogo in cui Mladic si nascondeva e guarda caso la cattura è avvenuta nei giorni della visita a Belgrado di Catherine Aston, l’ Alto Rappresentante per gli Affari Esteri dell’ Unione Europea.

Le donne bosniache chiedono risarcimenti per le vite distrutte. Però, dopo oltre tre lustri sono ancora più di un migliaio i casi pendenti. Sebbene alcuni progressi siano stati fatti per tutelare i diritti umani, il piano di recupero fondi destinato alle famiglie degli scomparsi non è stato pienamente attuato e quindi le controversie rimangono insabbiate nella burocrazia.

E’ una giornata toccante, pregna di tristezza. La ricorrenza del genocidio assume una dimensione e un valore simbolico molto profondo. E’ inammissibile restare insensibili di fronte a queste scene, ma purtroppo nei prossimi anni il numero dei morti accertati salirà ancora. Molte bare saranno tumulate nuovamente perchè ulteriori fosse comuni secondarie sono state individuate tra le montagne e andranno ad aggiungersi alle migliaia di vittime che riposano dal 2003 nel memoriale di Potocari.

Sembra non finire mai il massacro di Srebrenica anche se nella regione c’ è un processo di stabilizzazione e in futuro la prospettiva di aderire nell’ Europa che conta. Resta però il fatto che tuttora vige una situazione temporale ma con le amministrative dell’ autunno 2012 molte cose sul piano legislativo potrebbero mutare poiché non sarà concesso lo statuto speciale e avranno diritto a votare soltanto gl’ effettivi residenti.

Tuttavia l’ annullamento dei valori, le metamorfosi politiche, la perdita dell’ identità culturale, la mancanza di opportunità lavorative e la scarsa volontà di ottemperare collaborazioni tra serbi e bosniaci hanno portato la piccola città alla decadenza.

Ovunque è tangibile un senso di vuoto e di afflizione. Volti diffidenti che celano un fondo oscuro mentre le nuove generazioni quando possono si trasferiscono altrove. Attualmente a Srebrenica vivono circa novemila persone che con il deserto dentro l’ anima restano attaccati alla loro terra e al passato.

Lo sterminio del 1995 è un capitolo così riprovevole che l’ Uomo ha saputo creare con l’ odio e l’ ostilità, armandosi di pesante artiglieria, granate e bombe, fino a mettere in atto una pulizia etnica con lo scopo di sopprimere qualsiasi avversario. Un annientamento che ha una lampante similarità con la pazzia del nazionalsocialismo.

Nonostante ciò in Serbia ancora adesso ci sono rigurgiti di negazionismo dovuti all’ importante sostegno della popolazione verso i partiti più radicali che nell’ elezioni politiche del 2007 ha visto registrare un consenso di quasi un terzo degli elettori.

La strada della riconciliazione è ancora lunga e il Parlamento di Belgrado soltanto quindici anni dopo la fine dei combattimenti ha chiesto ufficialmente scusa alle famiglie delle vittime, qualificando Srebrenica come un “ crimine di guerra “ e non come genocidio, rivendicando però che esistono anche dei delitti subiti dal popolo serbo. La dichiarazione è stata raggiunta dopo quasi tredici ore di acceso dibattito e risolta con una risicata approvazione grazie al voto dei democratici e socialisti.

Dopo quattro anni di lotta armata che coinvolse buona parte dei Balcani occidentali e causò quasi centomila morti con seicentomila profughi, gli episodi di Srebrenica furono decisivi per la svolta finale della guerra. La Storia è nota ma presenta ancora delle zone d’ ombra ed è per questo che ci deve essere di grande insegnamento senza scordare i diversi doveri dei paesi, il supporto spirituale della Chiesa ortodossa serba improntato al revanscismo e del ruolo che l’ Onu ebbe in tutta la vicenda.

I caschi blu delle compagnie Dutchbat guidati dal colonnello Thom Karremans assistettero impotenti e non intervennerro. Circostanze poco chiare avvennero in quei giorni fino al punto che la fanteria arrivò a stabilire rapporti molto amichevoli con i paramilitari serbi agli ordini di Ratko Mladic, un generale lucido e spietato che era diventato il braccio destro di Radovan Karadzic. Una festa a base di birra, allegria e scambio di regali prima di abbandonare la base al suo destino e che cominciasse il mattatoio. Tuttora restano gl’ interrogativi del perchè i soldati Onu furono lasciati senza un adeguata copertura aerea sebbene ci fossero stati diversi contatti con il comando operativo di Tuzla.

All’ inizio di luglio del 2011 la sentenza di un Tribunale della Corte di Appello di Amsterdam e che ha ribaltato la precedente del 2008, ha condannato lo stato olandese a risarcire alcuni mussulmani senza però specificarne un preciso indennizzo. Un verdetto sicuramente esemplare e per certi versi “ storico e coraggioso “, il quale ha reiterato la corresponsabilità di quella che doveva essere una missione a protezione dell’ enclave e sancisce la fine dell’ immunità, del garantismo e i privilegi che da sempre hanno avuto i Peacekeeper.

Se verrà confermata in via definitiva nel terzo grado di giudizio potrebbe aprirsi la prospettiva di intentare altre vertenze civili ma molte sono le perplessità che tuttociò possa succedere. E’ comunque una decisione utile a comprendere che nelle guerre sotto l’ egida di un organizzazione che dovrebbe cercare di mantenere la pace con la naturale equanimità, invece si nascondono interessi, finzioni, egoismi e tanto cinismo.

Dopo la fine del processo ancora una volta una volta si è riproposto il dibattito sull’ utilità e l’ efficenza delle Nazioni Unite nelle direttive e nei compiti che svolge. Per antinomia è una struttura che utilizza organici militari di altre nazioni e talora durante le operazioni è in disaccordo con i centri di potere politici.

Dignità ed esternazioni misericordiose squarciano il cielo durante la Salatul Janazah, la preghiera collettiva prima della sepoltura e che chiede la grazia dei defunti ad Allah.

Le Madri di Srebrenica non vestono in luttuoso nero ma continuano a versare copiose lacrime sulle verdi bare dei congiunti. Il verde è il colore della speranza, della giovinezza, della Natura mentre per l’ Islam è il Paradiso nell’ ultimo viaggio e che consentirà allo spirito di evolversi.

Trentamila, forse quarantamila persone sono arrivate fin qui da ogni parte del mondo per non dimenticare e per continuare a volere giustizia e verità. Tante bandiere e una marcia della Pace che è partita due giorni prima dal villaggio di Nezuk ed ha ripercorso i luoghi della strage.

Sotto un torrido sole che sfiora i quaranta gradi non mancano gli svenimenti degl’ anziani intanto che fin dalle prime luci dell’ alba un’ imponente schieramento di poliziotti ha vigilato sulla sicurezza.

Il rumore di un interminabile fila di automobili ha infranto la quiete e i silenzi di questa rigogliosa valle, nella quale niente sarà più come prima.

 

Srebrenica, 613 numeri per un dolore mai dimenticato.

 

Srebrenica 1

( L’ articolo è parte di un capitolo del libro Personal Observations di Gianluca Fiesoli ).

Srebrenica – Potocari, Bosnia Erzegovina, 11 Luglio 2011.

Sedici anni non bastano per alleviare il dolore. Nel giorno della commemorazione la Bosnia Erzegovina si stringe intorno ad altre 613 vittime che sono state pietosamente ricomposte e
riconosciute tramite gli esami del dna. Un lavoro complesso eseguito da antropologi forensi e che continua senza un attimo di sosta. Scovano riscontri con disciplina dottrinale pur non sapendo quando finirà.

Suljic Hazan Nedzad era nato nel 1975. E’ stato assassinato a soli venti anni ed è uno dei più giovani di questi ultimi ritrovamenti. La lapide con la mezzaluna porta la numero 451. Oggi sarebbe stato un adulto con una famiglia e un onesto lavoro. La madre siede mestamente davanti alla fossa in attesa che venga sotterrato. Il viso è segnato da profonde rughe e dalla sofferenza che contrastano su un candido fazzoletto color crema il quale le raccoglie i candidi capelli bianchi.

In quella che fu un aberrante strage ha perso pure il marito che venne trucidato con una raffica di mitra in un magazzino della borgata di Kravica dopo che aveva tentato di scappare attraverso i boschi. Lei assieme ad altri sfollati dei villaggi circostanti venne trasferita nella zona libera di Tuzla.

Alla fine dell’ anno scorso l’ Istituto Nazionale delle persone scomparse le ha comunicato che avevano ritrovato alcuni resti dell’ unico figlio che aveva. Con voce interrotta da un pianto convulso, nelle frasi che mi vengono tradotte dall’ inviato del quotidiano Oslobodenje di Sarajevo, la donna ci racconta che il ragazzo fu preso durante un ra­strellamento dei militanti serbi quando erano appena entrati nel centro abitato.

Da allora non ha saputo più niente, ma in tutto questo tempo sebbene la tragica realtà fosse così evidente si è sempre illusa di riaverlo vivo. Mentre abbassa lo sguardo conclude dicendoci che mille pensieri le corrono nella mente e che non passa giorno che non pensi a quei terrificanti momenti. Ma quello che le fa più male è che non conosce neppure la dinamica dell’ omicidio e il nome dell’ assassino. Fucilato, torturato, sgozzato con un coltello oppure ucciso in ginocchio con un vigliacco colpo di pistola alla nuca. Probabilmente resterà per sempre un atroce mistero.

Neanche il recente ma tardivo arresto dell’ ex Comandante militare Ratko Mladic, il boia dei Balcani, restituisce serenità e fiducia a questo popolo. Proprio in queste ore le vedove di Srebrenica con un comunicato inviato ai media hanno usato toni duri e perentori contro quelli che lo hanno preso. Contestano il fatto che da tempo il governo serbo era perfettamente a conoscenza del luogo in cui Mladic si nascondeva e guarda caso la cattura è avvenuta nei giorni della visita a Belgrado di Cathe­rine Aston, l’ Alto Rappresentante per gli Affari Esteri dell’ Unione Europea.

Le donne bosniache chiedono risarcimenti per le vite distrutte e condanne per i tanti delitti che sono tuttora impuniti. Dopo oltre tre lustri sono circa un migliaio i casi pendenti. Malgrado alcuni progressi siano stati fatti per tutelare i diritti umani, il programma di recupero fondi destinato alle famiglie degli scomparsi non è stato del tutto attuato e quindi le controversie rimangono insabbiate nella burocrazia.

E’ una giornata toccante, pregna di tristezza. La ricorrenza del genocidio assume una dimensione simbolica molto profonda. E’ inammissibile rimanere insensibili di fronte a queste scene ma purtroppo nei prossimi anni il numero dei morti accertati salirà ancora. Ulteriori fosse di cadaveri sono state individuate tra le montagne e lungo il fiume Drina durante le ricerche dei militari del Multinational Specialized Unit ( MSU ). Dopo l’ agnizione nei laboratori i resti andranno ad aggiungersi alle migliaia di vittime che già riposano dal 2003 nel memoriale di Potocari.

Sembra non finire mai il massacro di Srebrenica anche se nella regione continua il processo di stabilizzazione e in futuro la prospettiva di aderire nell’ Europa che conta. Resta però il fatto che tuttora vige una situazione temporale ma con le
amministrative dell’ autunno 2012 molte cose sul piano legislativo potrebbero mutare poichè non sarà concesso lo statuto speciale e avranno diritto a votare soltanto gli effettivi residenti.

Prima della guerra Srebrenica era uno dei fiori all’ occhiello del governo di Tito. Il socialismo ne aveva fatto una zona di redditizia economia con lo sfruttamento delle miniere di argento e di bauxite. Vivace era il richiamo turistico per via del benessere che erogavano le sorgenti termali. Quarantamila persone vivevano in un oasi di pace. Adesso tutto è cambiato. L’ annullamento dei valori, le metamorfosi politiche, lo smarrimento dell’ identità culturale, la mancanza di opportunità lavorative e la scarsa vo­lontà di ottemperare collaborazioni tra serbi e bosniaci hanno portato la piccola città alla decadenza.

Ovunque si avverte un senso di vuoto e di afflizione. Volti diffidenti che celano un fondo oscuro mentre i giovani quando possono si trasferiscono altrove. Attualmente a Srebrenica vivono poche migliaia di persone che con il deserto dentro l’ anima restano attaccati alla loro terra e al passato.

Lo sterminio del 1995 è un capitolo così riprovevole che l’ Uomo ha saputo creare con l’ ostilità, armandosi di pesante artiglieria, granate e bombe, fino a mettere in atto una pulizia etnica per sopprimere qualsiasi avversario. Un annientamento che ha un inconfutabile affinità con la pazzia del nazionalsocialismo.

Nonostante ciò in Serbia ancora adesso ci sono rigurgiti di negazionismo dovuti all’ importante sostegno della popolazione verso i partiti più radicali che nell’ elezioni politiche del 2007 ha visto registrare un consenso di quasi un terzo degli elettori. Al ballottaggio delle ultime presidenziali il leader conservatore e nazionalista Tomislav Nikolic ha sconfitto il presidente uscente Boris Tadic, liberale e riformista che aveva guidato il paese nelle due precedenti legislature, il quale aveva basato la sua campagna sul miglioramento della situazione economica con la convinzione di riuscire ad avere nuovi e ingenti investimenti stranieri.

La strada della riconciliazione è ancora lunga. Il Parlamento di Belgrado soltanto quindici anni dopo la fine dei combattimenti ha chiesto ufficialmente scusa alle famiglie delle vittime, qualificando Srebrenica come un “ crimine di guerra “ e non come genocidio, rivendicando però che esistono anche dei delitti subiti dal popolo serbo. La dichiarazione è stata stilata dopo tredici ore di acceso dibattito e risolta con una risicata approvazione grazie al voto dei democratici e socialisti, i due partiti che si battono per fare entrare la Serbia nell’ Unione Europea.

Dopo quattro anni di lotta armata che coinvolse buona parte dei Balcani occidentali e lasciò sul terreno quasi centomila morti con mezzo milione di profughi, gli episodi di Sre­brenica furono decisivi per la svolta finale della guerra. La Storia è nota ma presenta ancora delle zone d’ ombra ed è per questo che ci deve essere di grande insegnamento senza scordare i diversi doveri dei paesi, il supporto spirituale della Chiesa ortodossa serba improntato al revanscismo e del ruolo chiave che l’ Onu ebbe in tutta la vicenda.

I caschi blu delle compagnie Dutchbat guidati dal colonnello Thom Karremans assistettero impotenti e non intervennero. Circostanze poco chiare avvennero in quei giorni fino al punto che la fanteria arrivò a stabilire rapporti molto amichevoli con i paramilitari serbi agli ordini di Ratko Mladic, un generale lucido e spietato che era diventato il braccio destro di Radovan Karadzic.

Una festa a base di birra, allegria e scambio di regali prima di abbandonare la base al suo destino e che cominciasse il mattatoio. Ancora adesso restano gl’ interrogativi del perchè i soldati Onu fossero privi di carburante e male equipaggiati ma soprattutto perché furono lasciati senza un adeguata copertura aerea sebbene ci fossero stati diversi contatti con il comando operativo di Tuzla. La spiegazione ufficiale delle Nazioni Unite e dei capi dell’ Unprofor non ha mai pienamente convinto. Essi sostenevano che un intervento aereo avrebbe potuto interrompere i delicati colloqui di pace che si stavano svolgendo a Belgrado tra l’ Onu e Milosevic.

All’ inizio di luglio del 2011 la sentenza di un Tribunale della Corte di Appello di Amsterdam e che ha ribaltato la precedente del 2008, ha condannato lo stato olandese a risarcire alcuni mussulmani senza però specificarne un preciso indennizzo. Un verdetto sicuramente esemplare e per certi versi “ storico e coraggioso “, il quale ha reiterato la corresponsabilità di quella che doveva essere una missione a protezione dell’ enclave e sancisce la fine dell’ immunità, del garantismo e i privilegi che da sempre hanno avuto i Peacekeeper.

Se verrà confermata in via definitiva nel terzo grado di giudizio potrebbe aprirsi la prospettiva di intentare altre vertenze civili ma molte sono le perplessità che tuttociò possa succedere. E’ comunque una decisione utile a comprendere che nelle guerre sotto l’ egida di un organizzazione che dovrebbe cercare di mantenere la pace con la naturale equanimità, invece si nascondono interessi, finzioni, egoismi e cinismo.

Dopo la fine del processo ancora una volta una volta si è riproposto il dibattito sull’ utilità e l’ effi­cenza delle Nazioni Unite nelle direttive e nei compiti che svolge. Per antinomia è una struttura che utilizza organici militari di altre nazioni e talora durante le operazioni è in disaccordo con i centri di potere politici.

Dignità ed esternazioni misericordiose squarciano il cielo durante la Salatul Janazah, la preghiera collettiva prima della sepoltura e che chiede ad Allah la grazia dei defunti. Le Madri di Srebrenica non vestono in luttuoso nero ma continuano a versare copiose lacrime sulle verdi bare dei congiunti. Il verde è il colore della speranza, della giovi­nezza, della Natura mentre per l’ Islam è il Paradiso nell’ ultimo viaggio e che consentirà allo spirito di evolversi.

Una grande folla è arrivata fin qui da ogni parte del mondo, per non dimenticare ma soprattutto per continuare a volere verità e giustizia. Tante bandiere e una marcia della Pace che è partita dal villaggio di Nezuk ed ha ripercorso i luoghi della strage. Sotto un torrido sole che fa diventare l’ aria soffocante non mancano gli svenimenti degl’ anziani intanto che fin dalle prime luci dell’ alba un’ imponente schieramento di poliziotti ha vigilato sulla sicurezza.

Per un giorno il rumore di un interminabile fila di automobili ha infranto la quiete e i silenzi di questa rigogliosa valle, nella quale niente sarà più come prima.

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 Srebrenica 2

Srebrenica 3

Foto di Gianluca Fiesoli.

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Una vergognosa storia tutta italiana.

Cartello-di-protesta-nel-ceIl sei di aprile si è commemorato il terremoto abruzzese avvenuto nel 2009.  Una fiaccolata con quasi trentamila partecipanti. Lacrime mai soppresse, cartelli e fotografie  che hanno accompagnato la lettura dei nomi degl’ oltre trecento morti, mentre i tristi rintocchi della campana della chiesa dell’ Anime Sante accompagnavano le preghiere  nel silenzio della notte.

Dopo le furiose polemiche sugl’ scandali avvenuti, le inchieste della Procura, le risate ironiche degl’ appaltatori intercettati, le saune sessuali nel centro di benessere romano,   è arrivato il momento di stilare dei bilanci.

E’ oramai noto che la ristrutturazione procede a rilento nonostante quel che si voglia dire.

Le  new town costruite con criteri e sistemi antisismici non piacciono eccessivamente alla popolazione locale mentre sono ancora  migliaia le persone in una situazione provvisoria e precaria.

Numeri inequivocabili. Circa il trentatre per certo degl’ edifici è inagibile, completamente da rifare e le verifiche non sono del tutto terminate. La scontentezza regna sovrana. Questa è terra di tradizioni. Gli abruzzesi sono concreti e le vecchie generazioni hanno un attaccamento ai loro luoghi più che giustificato.

C’ è poi la questione lavorativa: sul piano produttivo molte piccole aziende sono andate distrutte e il numero dei disoccupati è salito a dismisura.

Il futuro dell’ Aquila è tutt’ altro che roseo. Dopo dodici mesi il centro cittadino risulta in condizioni terribili e la gente è scesa più volte in strada, armandosi di pale e carriole per togliere le macerie. Un fatto sconcertante anche se compiuto  in maniera simbolica ma con l’ intento di disapprovare  i lavori e le azioni dello Stato.

Nel capoluogo per chi ha potuto vedere con i propri occhi, il tempo e la voglia di ripartire sembrano essersi fermati. E’ vero che qualcosa è stato fatto ma appare troppo poco.

Un paese ricco, moderno e democratico deve essere pronto ad affrontare queste calamità. In fondo la gente chiede soltanto questo, essere aiutata concretamente e s’ incavola quando  si stanziano progetti faraonici e sotto un certo aspetto inutili come il Ponte di Messina.

La burocrazia, la mancanza di grandi quantità di denaro liquido annulla le speranze di riscatto per chi vive da queste parti.

Proprio nel giorno del ricordo le parole di Giudo  Bertolaso, capo della Protezione Civile. Quanto si fanno le celebrazioni si lanciano sempre ennesime promesse.  

“ Ci vorranno più di otto anni per ricostruire tutte le zone terremotate, ma lo faremo. “ –  ha sentenziato il delfino di Silvio Berlusconi.  Un “ giuramento “ a cui sono in pochi a crederci considerato gl’ infausti precedenti  avvenuti in Italia.

La stampa ne ha preso atto e ne ha riportato le frasi di circostanza ed ha svolto un reportage in parallelo. Alcuni giornalisti sono andati in Irpinia per analizzare come si vive in una regione che ha subito un violento terremoto dopo trent’ anni dalla tragedia. La ricostruzione è avvenuta lentissima e  non del tutto completata.

Sinceramente fa stringere il cuore vedere che qualcuno vive ancora nei container. E’ il caso dell’ anziana signora Cristiano Esternina che trascorre i giorni  in un cassone di lamiera nell’ avellinese.

Donna piccola con un batuffolo di capelli bianchi. Negl’ anni è morto anche il marito per un tumore. Si sussurra a causa dell’ amianto, materiale vietato e pericolosissimo con cui è stata fatta la sua baracca.

Oltre al danno anche la beffa.

Ha perso tutto in quel sisma, e quei quasi venti milioni in lire elargiti dal Governo nel lontano 1995 non gli sono serviti a niente perché non aveva ulteriori soldi per far costruire una nuova abitazione.

D’ altra parte cosa si può chiedere a delle persone che percepiscono una pensione mensile di circa cinquecento euro al mese ?

Lei come qualche altro dopo tre decenni si ritrovano lì  soli e abbandonati. Nella vecchiaia tirare avanti un  destino crudele equivale ad aver voglia di morire.

Un altra storia di ordinaria follia, tutta italiana.

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Immagine: un cartello di protesta nel  centro dell’ Aquila - 2010 Gianluca Fiesoli.

Etiopia: 110 anni dopo Vittorio Bottego.


Quest’ anno si celebra il 110imo anniversario della spedizione di Vittorio Bottego, che raggiunse e scoprì il Basso Corso del fiume Omo, in Etiopia.
Il lungo articolo sottostante, anche pubblicato, è un fedele resoconto di appunti e commenti che il sottoscritto in occasione del centenario scrisse, tra il 1994 e il 1995, ripercorrendo in un viaggio lo stesso tragitto del noto pioniere italiano.

Fotografie: ritratto ( da rifinire ) di Donna Hamer con elaborazione digitale e popolazione Omo Mursi con piattello labiale - Gianluca Fiesoli 1994.
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Addis Abeba ( Etiopia )1994.

Ripercorrere a distanza di cento anni la spedizione di Vittorio Bottego sul fiume Omo, una delle punte di diamante delle esplorazioni italiane, per un viaggiatore può essere comunque un?esperienza di grande interesse e notevole suggestione.
I motivi e le tematiche di questa spedizione sono molteplici, a cominciare da quelli etnici, ambientali, antropologici, per finire agli storiografici.

LE VISIONI AMBIENTALI.

L?Etiopia è parte dell’ Africa orientale a ridosso dei lati superiori del Corno d?Africa, mantenendo una tendenza tabulare omogenea che però viene frequentemente sezionata da valli e canyon dove trovano assetto i laghi.
Sono d?importante entità le propagazioni di insediamenti lavici che digradano con ripidezza nella parte sudovest del Paese, spesso sovrastate dall?Amba il cui significato in amarico è altura, l’ elemento specifico della morfologia etiope. Quasi sempre di enorme vastità e desolate, sono molto fotogeniche, punteggiate da enormi euforbie uniche nella sua tipica forma di candelabro, similari ai più conosciuti cactus e collocate sempre vicino alle aloe, le acacie e i ginepri.
Il bacino idrografico dell?Etiopia mette in risalto una peculiarità forse unica nel panorama africano: infatti, oltre a dar vita al Nilo nella parte nord del territorio, nelle sezioni meridionali ( Fossa Galla ) insieme al fiume Omo sono ospitati i lagli di estrazione vulcanica come lo Stefania, il Turkana, il Chamo, l?Abaya, e numerosi altri che appartengono alla Rift Valley, quel complesso sistema di concave fratture la cui origine risale a 25 milioni di anni fa.
Questa spaccatura della litosfera, ossia la crosta terrestre, taglia verticalmente il continente dal Mar Rosso proseguendo per circa novemila chilometri.
Da tali moti tettonici, i quali scatenarono tra l?altro la separazione dell?Africa dall?Asia, i blocchi continentali galleggianti sul magma liquido a sua volta scontrandosi fecero precipitare uno nel mantello interno e il rimanente creò poderosi apparati vulcanici. Questa in sintesi la dinamica della formazione della Rift Valley, dove i corsi d?acqua non avendo nessun sbocco immediato verso il mare hanno generato estesi laghi.
L?esistenza della diversificazione ambientale porta come risultato una fauna ricca dove la disposizione di parchi nazionali è ancora approssimativa. Gl? impianti turistici sono pressoché inesistenti, alimentando così una forma animale totalmente differente dai vicini rifugi tanzaniani o kenioti.
Nell’ acrocoro etiopico, il grandioso altopiano con orli montagnosi, spiccano buoi, avvoltoi, dik-dik, gazzelle, zebre, e negl’ avvallamenti paludosi vivono in assoluta libertà coccodrilli e ippopotami. Lungo le rive dei bacini lacustri e nelle piane, eland, flamingos, struzzi, regalano uno spettacolo naturalistico festoso.

IL VILLAGGIO: L’ ANIMA DELLE POPOLAZIONI.

Sotto il profilo dei caratteri etnici il paese è un vero mosaico. Il protrarsi di elementi di cultura e soprattutto con principi differenti ha costituito assimilazioni ma non ha prodotto nessun livellamento. La struttura patriarcale è la condizione di base di tutti i raggruppamenti umani dove ruota la formazione della società, perciò la famiglia è quasi sempre numerosa. Malgrado flebili segnali di civilizzazione moderna siano in atto, le figure distintive delle razze sono in gran parte arcaiche.
Le unità insediate si disperdono nell?enormità, la durezza del territorio rurale e la povertà, aumentandone così la segregazione, mentre il naturale sviluppo è fortemente ostacolato dalla difficoltà di comunicazione che porta ad annullare qualsiasi tentativo di relazione sociale al di fuori della loro area di appartenenza.
Per questo motivo il mercato diventa un punto d’ incontro importantissimo e si svolge generalmente una volta alla settimana nei centri maggiori, quasi sempre lo stesso giorno e intitolato con il nome di esso. La gente vi arriva da lontano, incamminandosi a notte inoltrata e per l?occasione cercano di trattenersi più a lungo possibile., ma al calare del sole devono rientrare nelle capanne di provenienza.
Con una adesione assoluta, il mercato è il luogo di scambio per modeste merci artigianali , senza eccessiva distinzione, in cui trova il surplus cerealicolo, il tegg ( idromele ), l’ ingera ( la foglia spugnosa di pane ),il sorgo assieme alla vendita del bestiame.
Dimaka, Jinka, Arba Minch, Maji e Dorze sono i luoghi di maggiore contrattazione e di scambio.
Se il mercato è l’ unica possibilità per ampliare le relazioni, il villaggio rimane con le sue limitazioni l’ anima di ogni gruppo razziale. La ripartizione è priva di regole ben precise e talvolta derivate anche da fattori climatici: nell’ arida steppa è distribuito compattamente, mentre nei freschi rilievi collinari ha una tendenza ad allargarsi.
Sull’ altipiano della regione del Goggiam i locali hanno una disciplina fuori della normalità, avendo nell’ ordine e l’ assenza di sporcizia l’ elemento costitutivo di raffinatezza che non si ritrova nelle altre zone.
Prima della riforma agraria ogni villaggio aveva un suo Umland con il quale istituiva un unità indivisibile e formava a sua volta con altri collocamenti abitativi l’ Agher, il quale dipendeva da un capo oppure da una dinastia.
L’ Agher è un antichissima occupazione dei terreni che scaturirono la formula Rest della proprietà terriera. Si basava sul diritto ereditario e i nuclei familiari esercitavano la podestà sopra l?appezzamento da coltivare e veniva assegnato secondo avvicendamenti pluriennali.
Le metamorfosi politiche, l’ espansioni demografiche e i primordi della civiltà hanno cambiato nel tempo questi criteri.
Le capanne hanno delle varianti, ma nelle più comuni prevale una costruzione combinata da un impasto argilloso con erbe e rami. Circolari e con il caratteristico tetto conico ( tucul ) le rendono pratiche e per certi versi pittoresche. Nei villaggi emergono ampi spazi per la battitura dei cereali, una prerogativa collettiva ma che non offre nessuna altra tipologia lavorativa.
Alcuni dati statistici degl’ ultimi decenni hanno portato alla realtà un fenomeno negativo: l’ urbanesimo. Una massa umana che va ad aggravare le città del nord più evolute, soprattutto nella zona della capitale, dove sono sorti ghetti periferici appesantiti da quella che è stata una sfibrante guerra con l’ Eritrea e diverse siccità.
Nonostante tutto l’ esodo dalle campagne non è ancora di dimensioni preoccupanti e la trasformazione agraria ha stravolto completamente il sistema produttivo. L?urbanesimo ha portato però una tendenza generale nei centri urbani ad afferrare e attingere gusti, usanze, status symbol di provenienza occidentale a scapito dei costumi e delle tradizioni locali.

I GRUPPI ETNICI DEL BASSO CORSO DELL’OMO.

Arba Minch è l’ ultimo avamposto civile per rifornirsi di approvvigionamenti e benzina prima di discendere l?altopiano e raggiungere la valle dell?Omo. La cittadina sorge sul lago Abaya che Bottego ribattezzo Regina Margherita, precedentemente nominato Pagadè.
Dirigendosi verso JInka, dopo settanta chilometri di pista ghiaiosa, s’ incontrano i Konso, una specie negroide che conservano tuttora vecchie consuetudini popolari come l?adorazione di Uaca, il Dio del cielo, accompagnate soventemente da rituali magici.
I loro corpi esaltano una vitalità muscolare che li rende agili negli spostamenti, mentre le donne si ornano con monili di pregevole fattura, adornando le membra e il volto.
Ottimi contadini, coltivano il mais e le tombe evidenziano un lavoro scultoreo non indifferente, ma i capifamiglia sono sempre molto restii a farle visitare ad estranei, poiché nutrono un forte rispetto per i loro antenati.
Vestono con tele cotonose, l?Uomo ha una pelle scura e ben modellata, abili cacciatori, gli studiosi sostengono che i presupposti della loro organizzazione sociale all?interno della tribù siano state introdotte dai conquistatori Galla.
Vivono in capanne di paglia e nel cardine estremo spesso infilano recipienti di terracotta.
Capitan Bottego ricordava nei suoi taccuini di viaggio la sua titubanza per l’ asprezza caratteriale dei Karo. Oggi dopo un secolo sono rimasti solamente qualche migliaio, pescatori, navigano il fiume con imbarcazioni create da tronchi di albero, remando con levigate pagaie.
Bassi indigeni, i Karo hanno una forte propensione per la decorazione corporea, in special modo attorno agl’ occhi e sulla fronte. Le femmine sono abbigliate con pellame di capra che ha una funzione di gonna, mostrano i seni, sovrastati da numerose collane, mentre i capelli sono impomatati con grasso animale. Visi rotondi, non di rado hanno un chiodo infilato nel labbro inferiore.
Nel panorama etnico dell’ Omo, gli Hamer presentano delle caratteristiche che sono assenti nei gruppi attigui. Questa popolazione è dedita alla pastorizia: nomadi all’  eterna ricerca di possibili fiorenti pascoli e abbeveratoi per calmare la sete delle mandrie.
Essendo in continuo movimento gli Hamer non costruiscono agglomerati stabili, le loro dimore non sono mai numerose e sono delineate da intrecci spinosi che distruggeranno prima di iniziare ulteriori spostamenti.
La donna veste con pellame appesantito da numerosi vezzi metallici, mentre i seni sono quasi sempre formosi. Le nubili hanno una bizzarra visiera che viene chiamata Kallè, i capelli sono sempre a zazzera con una cascata di treccine.
Le incisioni sotto pelle indicano il  ceto ?di appartenenza, mentre l?estetica corporea espone energiche e irregolari forme: talune slanciate altre tozze e robuste. La faccia ha tratti somatici fini ma non negroidi, dove spicca una bocca con labbra molto carnose di chiara impronta sensuale.
Senza alcuna ombra di dubbio i Mursi o Mauyù odierni hanno imparato molto bene certe intenzioni malvagie di scaltrezza e furbizia. Renitenti nel farsi vedere sono pienamente coscienti di poter sfruttare la loro singolarità, il piattello labiale, e perciò non riescono ad avere un contatto sereno con l’ esterno.
Spesso sono stati accusati di aver rapinato i pochissimi stranieri che si trovano da queste parti. Lo stesso Renzo Milanesio lo racconta in libro del 1987. Questo gruppo esercita un forte fascino, praticano la poligamia, umili lavoratori, usano con innegabile maestria le lance e i bastoni, adesso sostituiti con i kalashikov.
Le donne esibiscono il disco argilloso che viene inserito dopo essere stato inciso da segni indecifrabili nel labbro inferiore, quando ancora sono fanciulle. Man mano che passa il tempo lo sostituiscono con altri più grandi e nelle operazioni vengono anche estratti quattro o cinque denti della divisione frontale. Il medesimo procedimento avviene per le orecchie.
Spoglio di corollari l’ Omo Mursi stravede per l’ inusuale abbellimento, poiché esso aggiunge una carica di attrattiva sessuale, mentre la donna è stimolata perché più grande sarà il piattello, maggiori saranno le speranze di conquistare un marito.
I Galeb sono un clan seminomade: le capanne sono disposte a cerchio chiuso, i tetti appiastrati di stracci, vivono nelle aride piane del sud, dove in estate la temperatura raggiunge anche cinquanta gradi. Un portatore mi spiegava che praticano ancora la clitoridectomia, un?usanza atavica che si svolge in primavera alle ragazze molto giovani.
Anche i piccoli Bume vivono accanto alle correnti rossastre del fiume Omo: lineamenti marcati, zigomi prominenti, adornano la parte parietale con anelli di piombo.
Risalendo la pista sassosa della catena dei monti Nyalibong, non lontano dal Sudan, i pochi BodyMursi accolgono gli estranei con molta diffidenza: vestiari variopinti, questo sottogruppo è da sempre in contrasto con i cugini OmoMursi.
Attraversando il Sagan, un bassopiano brullo e torrido s?incontrano i pacifici Benna: vivono molto isolati e hanno rari contatti con gli altri gruppi. Vestiti analogamente ai Konso portano una zucca vuota come fosse un cappello. Idolatri parlano un linguaggio di difficile comprensione.
Infine i Surma, pittori del corpo con grafici e scarificazioni di un lessico  estetico. Questa tradizione di pittura corporale era già in uso in epoche molto remote, quando veniva sparsa l?ocra rossa sui morti con l?intenzione di ridargli una nuova esistenza. La scarificazione e la pittura in questo caso coesistano: se la prima è immutabile, un?incisione sottocutanea che provoca la formazione di una cicatrice e riveste un ruolo personale identificativo, la seconda svolge un esercizio fugace e tramutabile.
Tutto questo è il risultato multifunzionale che può investire qualsiasi tema con un valore filosofico culturale o puramente artistico.
I Surma come i Dogon nel Mali, fanno parte di quelle ristrette etnie che vivono in spazi dimenticati e inospitali, ma che non vogliono distaccarsi da particolari leggende. L’ uomo brandisce un bacchio di legno molto resistente, il quale viene impiegato per conquistare una sposa o combattere un dissenso eterno con il gruppo dei Bume.
I duelli  donga  si compiono dopo la stagione delle pioggie. Al centro della comunità, accerchiati da tutti i componenti del villaggio, si sfidano senza uccidersi in estenuanti combattimenti.
I guerrieri Surma vivono ancora nel Kibish e sulle alture del Cormo, ma è facile vederli attraversare il fiume Omo.

IL LAGO TURKANA E LO STEFANIA.

Turmi, Etiopia 1995.

Raggiungere il Turkana porta un intima soddisfazione: dopo tanti faticosi chilometri di pista questo immenso lago appartiene quasi completamente al Kenia. Alimentato da tre fiumi, Turkwell, Omo e Kibisch, nel salmastro bacino endoreico si alzano isolotti di origine vulcanica. Le acque si riducono progressivamente a causa di una forte evaporazione aumentandone pertanto la salinità.
L?ex lago Rodolfo è stato scoperto nel lontano 1988 da una spedizione austro-ungarica e venne così chiamato in ossequio del Principe di Asburgo che aveva finanziato la spedizione.
Oggetto di studio per i paleontologici, sono stati ritrovati fossili utili alla documentazione delle tappe evolutive degl?ominidi.
Nell’ area occidentale del Sidama è stato scoperto uno scheletro pressoché integro di Homo Erectus, datato 1,6 milioni di anni. Anche la foce dell?Omo ha fatto scoprire elementi interessanti di Homo Abilis: crani di uomini anatomicamente moderni.
Qui vivono il gruppo etnico dei Turkana, pastori nomadi che appartengono al grande ceppo dei ” niloto-camiti “, più noti come camitoidi  e sono sparsi in Sudan, Kenia e Uganda.
Omaggiano le divinità iraniche e solari, espongono i cadaveri dei loro cari senza sotterrarli , sono riconoscibili per le elaborate acconciature maschili. I loro idiomi, sono il Mekan e il Bekko due eloquenze monosillabiche con mancanza grammaticale.
Gli autoctoni lo chiamano Basso Ebor ” Acqua Bianca ” però il lago Stefania è una stupenda depressione di sedimenti acquatici. Addentrandosi si gioisce di un panorama estremamente emotivo, il quale ti consente di vivere momenti di libertà psicologica.
Infiniti silenzi dominano la piana crepata da un sole rovente, intanto che all’ orizzonte laddove il cielo e la terra si uniscono , nasce il miraggio, quel fenomeno dovuto alla rifrazione atmosferica e a un totale riflesso, per cui sembra di vedere l’ acqua ma è soltanto un’ illusione…….
Il lago Stefania riesce a far sostenere alcune disinvolte sensazioni che solo la bellezza di una Natura perfettamente intatta è capace di offrire all’ Essere Umano.

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VITTORIO BOTTEGO IL PIONIERE PATROTTICO.

Vittorio Bottego, parmense, nacque nel 1860. Giovanissimo iniziò la carriera militare, di carattere ambizioso, versatile, aveva delle ottime qualità organizzative. A soli 17 anni era già Ufficiale di Artiglieria e venne mandato in Eritrea per svolgere delle ricerche scientifiche. Conquistò Cheren dopo la campagna di Saati e fece una spedizione in Dancalia.
Pochi anni dopo divenne Capitano e socio del Bollettino della Società Geografica da cui prelevò un patrocinio per l?esplorazione del Giuba. Una vita avventurosa e molto intensa, con il solo amore di Corinna una fanciulla fiorentina che però non riuscì a fermarlo per un ritorno in Africa.
A scopi militari, politici, geografici e di studio raggiunse il Basso Corso dell’ Omo appurando che il misterioso fiume sfocia nel lago Rodolfo, coronando così quello che definiva il sogno della sua vita. Ma la sfortuna volle che sulla via del ritorno l’esploratore e i suoi ascari vennero circondati dagl’ uomini del Negus Menelik. Tentò di aprirsi un varco con uno scontro a viso aperto, come era poi nel suo carattere, ma il suo destino terminò sul Daga Roba.
I dettagli li racconteranno più tardi gl?unici due superstiti Citerni e Vannutelli nel libro ” L’ Omo viaggio di esplorazione nell’ Africa Orientale ” edito nel maggio del 1899 a Milano.
Ma l’ Etiopia ha visto scorrere molto sangue italiano: Sacconi e Porto morirono nell’ Ogaden e in Harar, il principe Ruspoli perì alle sorgenti del Giuba, il Marchese Antinori in una battuta di caccia, il Conte Antonelli e Maria Giulietti nel terribile deserto della Dancalia, uccisi con la loro missione da cruenti banditi.
Vittorio Bottego è forse la massima espressione del pionierismo italiano ed è stato insignito medaglia d?oro al valore militare.

Gianluca Fiesoli.
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