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Archivio per la categoria ‘Primo piano’

L’ Italia naufraga nella campagna di Russia, ma è giusto così.

13 Novembre 2017 Commenti chiusi

Quello che si temeva si è avverato. Dopo ben sei decenni gl’ Azzurri non andranno a un mondiale di calcio. Ma se lo vogliamo dire tutta è giusto che sia così prima di aspettare ulteriore tempo per poi ingoiare un altra delusione altrove. Almeno avremo tutte le opportunità per ricominciare da zero e sperare in un lontano futuro di ricomporre un altro dignitoso ciclo.
Ma le colpe arrivano da lontano. In primis da un parco giocatori e gerazionale concluso e allo stesso tempo di qualità insufficiente. I vecchi hanno fatto quello che potevano i nuovi sono scarsi in tutti sensi.
Carattere, voglia, talento ed esperienza difettano assai. Inoltre la Federazione che poteva fare di più. Non si tratta di sparare sulla Croce Rossa ma Ventura non è un allenatore per questi livelli, il carisma è assente e le idee sono obsolete mentre il gioco ha sempre latitato.
L’ Italia di oggi rispecchia fedelmente il panorama calcistico della nostra serie A e non me ne voglia nessuno basta vedere come si gioca ogni domenica.

E adesso buona fortuna ce n’è veramente bisogno. E per chi verrà a guidare gl’ azzurri avrà da lavorare sodo e affrontare immensi grattacapi.

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La Bosnia Erzegovina ricorda Srebrenica.

5 Luglio 2017 Commenti chiusi

Alcune decine di persone hanno cominciato lunedì mattina da Sarajevo il cammino di oltre duecentocinquanta chilometri che li porterà a Nezuk per andare a ricongiungersi con la Marcia della Pace dove poi proseguiranno per il mausoleo di Potocari l’ 11 Luglio per ricordare il massacro di Sebrenica oramai giunto al ventiduesimo anniversario.

Sono attese per i funerali sessantamila persone provenienti da tutta la Bosnia Erzegovina ma non solo.

Secondo l’ ultimo comunicato del MPI quest’ anno le sepolture saranno settanta provenienti da due aree della Bosnia orientale.

Il più giovane si chiamava Damir Suljic ed aveva solamente 15 anni quando venne assassinato mentre il più vecchio era un uomo che allora aveva compiuto da poco 72 anni.

Tuttavia, se le famiglie delle vittime identificate in precedenza avessero concesso all’ Istituto delle persone scomparse di finire  il processo di ricomposizione ci sarebbe stato sicuramente un aumento del numero delle vittime da essere sepolto martedì prossimo.

La stragrande maggioranza dei corpi esumati dalle fosse comuni dopo anni di ricerca e di lavori di scavo sono pressoché incompleti e alcune famiglie sono stanche e invecchiate di attendere una dignità che comunque non lenirà mai il dolore e la sofferenza di questa tragedia.

La ricerca dei corpi è un lavoro difficilissimo aiutato dalla scienza ma anche ostacolato dalla precarietà di mezzi finanziari e dalle naturali difficoltà oggettive che s’ incontrano sul territorio.

Anche per Srebrenica 2017 non sono mancante delle tensioni politiche e la diplomazia tra Bosnia e Serbia è tuttora molto distante ma soprattutto non si intravedono tangibili segnali di distensione malgrado siano ambedue candidati ad entrare nell’ Unione Europea.

La Corte dell’ Aja a fine Giugno ha confermato in Appello gran parte della condanna risalente al 2014  e che il governo olandese è parzialmente responsabile della morte di trecento mussulmani.

Nonostante questo e nel tempo alcuni criminali serbi siano stati catturati e condannati, la vicenda di Srebrenica ha ancora molte ombre e la ricerca della Verità non è del tutto conclusa.

 

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Srebrenica – Potocari, Bosnia Erzegovina, 11 Luglio 2011.

Sedici anni non bastano per alleviare il dolore. Nel giorno della commemorazione la Bosnia Erzegovina si stringe intorno ad altre 613 vittime che sono state pietosamente ricomposte e riconosciute tramite la scienza e i test del dna. Un lavoro complesso eseguito da antropologi forensi e che continua senza un attimo di sosta, con pochi mezzi a disposizione e senza sapere quando finirà.

Suljic Hazan Nedzad era nato nel 1975. E’ stato assassinato a soli venti anni ed è uno dei più giovani di questi ultimi ritrovamenti. La lapide con la mezzaluna porta la numero 451. Oggi sarebbe stato un adulto con una famiglia e un onesto lavoro. La madre siede mestamente davanti alla fossa in attesa che venga sotterrato.

Il suo viso è segnato da profonde rughe e dalla sofferenza che contrastano su un candido fazzoletto color crema il quale le raccoglie i candidi capelli bianchi. In quella che fu un aberrante strage ha perso pure il marito che venne trucidato con una raffica di mitra in un magazzino della borgata di Kravica dopo che aveva tentato di scappare attraverso i boschi. Lei assieme ad altri sfollati dei villaggi circostanti fu trasferita nella zona libera di Tuzla.

Alla fine dell’ anno scorso l’ Istituto Nazionale delle persone scomparse le ha comunicato che avevano ritrovato i resti dell’ unico figlio che aveva. Con voce interrotta da un pianto convulso, nelle frasi che mi vengono tradotte dall’ inviato del quotidiano Oslobodenje di Sarajevo, la donna ci racconta che il ragazzo fu preso durante un rastrellamento dei militanti serbi quando erano appena entrati nel centro abitato.

Da allora non ha saputo più niente, ma in tutto questo tempo nonostante la realtà fosse così evidente e tragica si è sempre illusa di riaverlo vivo. Conclude dicendoci che non conosce neppure la dinamica dell’ omicidio e che è possibile soltanto fare delle ipotesi. Fucilato, torturato, sgozzato con un coltello oppure ucciso in ginocchio con un vigliacco colpo di pistola alla nuca. Probabilmente resterà per sempre un atroce mistero.

Neanche il recente ma tardivo arresto dell’ ex Comandante militare Ratko Mladic, il boia dei Balcani, cancella la disperazione e il rancore che questo popolo si porta addosso. Proprio oggi le vedove di Srebrenica hanno usato toni duri e perentori contro quelli lo hanno preso. Sostengono che da tempo il governo serbo era perfettamente a conoscenza del luogo in cui Mladic si nascondeva e guarda caso la cattura è avvenuta nei giorni della visita a Belgrado di Catherine Aston, l’ Alto Rappresentante per gli Affari Esteri dell’ Unione Europea.

Le donne bosniache chiedono risarcimenti per le vite distrutte. Però, dopo oltre tre lustri sono ancora più di un migliaio i casi pendenti. Sebbene alcuni progressi siano stati fatti per tutelare i diritti umani, il piano di recupero fondi destinato alle famiglie degli scomparsi non è stato pienamente attuato e quindi le controversie rimangono insabbiate nella burocrazia.

E’ una giornata toccante, pregna di tristezza. La ricorrenza del genocidio assume una dimensione e un valore simbolico molto profondo. E’ inammissibile restare insensibili di fronte a queste scene, ma purtroppo nei prossimi anni il numero dei morti accertati salirà ancora. Molte bare saranno tumulate nuovamente perchè ulteriori fosse comuni secondarie sono state individuate tra le montagne e andranno ad aggiungersi alle migliaia di vittime che riposano dal 2003 nel memoriale di Potocari.

Sembra non finire mai il massacro di Srebrenica anche se nella regione c’ è un processo di stabilizzazione e in futuro la prospettiva di aderire nell’ Europa che conta. Resta però il fatto che tuttora vige una situazione temporale ma con le amministrative dell’ autunno 2012 molte cose sul piano legislativo potrebbero mutare poiché non sarà concesso lo statuto speciale e avranno diritto a votare soltanto gl’ effettivi residenti.

Tuttavia l’ annullamento dei valori, le metamorfosi politiche, la perdita dell’ identità culturale, la mancanza di opportunità lavorative e la scarsa volontà di ottemperare collaborazioni tra serbi e bosniaci hanno portato la piccola città alla decadenza.

Ovunque è tangibile un senso di vuoto e di afflizione. Volti diffidenti che celano un fondo oscuro mentre le nuove generazioni quando possono si trasferiscono altrove. Attualmente a Srebrenica vivono circa novemila persone che con il deserto dentro l’ anima restano attaccati alla loro terra e al passato.

Lo sterminio del 1995 è un capitolo così riprovevole che l’ Uomo ha saputo creare con l’ odio e l’ ostilità, armandosi di pesante artiglieria, granate e bombe, fino a mettere in atto una pulizia etnica con lo scopo di sopprimere qualsiasi avversario. Un annientamento che ha una lampante similarità con la pazzia del nazionalsocialismo.

Nonostante ciò in Serbia ancora adesso ci sono rigurgiti di negazionismo dovuti all’ importante sostegno della popolazione verso i partiti più radicali che nell’ elezioni politiche del 2007 ha visto registrare un consenso di quasi un terzo degli elettori.

La strada della riconciliazione è ancora lunga e il Parlamento di Belgrado soltanto quindici anni dopo la fine dei combattimenti ha chiesto ufficialmente scusa alle famiglie delle vittime, qualificando Srebrenica come un “ crimine di guerra “ e non come genocidio, rivendicando però che esistono anche dei delitti subiti dal popolo serbo. La dichiarazione è stata raggiunta dopo quasi tredici ore di acceso dibattito e risolta con una risicata approvazione grazie al voto dei democratici e socialisti.

Dopo quattro anni di lotta armata che coinvolse buona parte dei Balcani occidentali e causò quasi centomila morti con seicentomila profughi, gli episodi di Srebrenica furono decisivi per la svolta finale della guerra. La Storia è nota ma presenta ancora delle zone d’ ombra ed è per questo che ci deve essere di grande insegnamento senza scordare i diversi doveri dei paesi, il supporto spirituale della Chiesa ortodossa serba improntato al revanscismo e del ruolo che l’ Onu ebbe in tutta la vicenda.

I caschi blu delle compagnie Dutchbat guidati dal colonnello Thom Karremans assistettero impotenti e non intervennerro. Circostanze poco chiare avvennero in quei giorni fino al punto che la fanteria arrivò a stabilire rapporti molto amichevoli con i paramilitari serbi agli ordini di Ratko Mladic, un generale lucido e spietato che era diventato il braccio destro di Radovan Karadzic. Una festa a base di birra, allegria e scambio di regali prima di abbandonare la base al suo destino e che cominciasse il mattatoio. Tuttora restano gl’ interrogativi del perchè i soldati Onu furono lasciati senza un adeguata copertura aerea sebbene ci fossero stati diversi contatti con il comando operativo di Tuzla.

All’ inizio di luglio del 2011 la sentenza di un Tribunale della Corte di Appello di Amsterdam e che ha ribaltato la precedente del 2008, ha condannato lo stato olandese a risarcire alcuni mussulmani senza però specificarne un preciso indennizzo. Un verdetto sicuramente esemplare e per certi versi “ storico e coraggioso “, il quale ha reiterato la corresponsabilità di quella che doveva essere una missione a protezione dell’ enclave e sancisce la fine dell’ immunità, del garantismo e i privilegi che da sempre hanno avuto i Peacekeeper.

Se verrà confermata in via definitiva nel terzo grado di giudizio potrebbe aprirsi la prospettiva di intentare altre vertenze civili ma molte sono le perplessità che tuttociò possa succedere. E’ comunque una decisione utile a comprendere che nelle guerre sotto l’ egida di un organizzazione che dovrebbe cercare di mantenere la pace con la naturale equanimità, invece si nascondono interessi, finzioni, egoismi e tanto cinismo.

Dopo la fine del processo ancora una volta una volta si è riproposto il dibattito sull’ utilità e l’ efficenza delle Nazioni Unite nelle direttive e nei compiti che svolge. Per antinomia è una struttura che utilizza organici militari di altre nazioni e talora durante le operazioni è in disaccordo con i centri di potere politici.

Dignità ed esternazioni misericordiose squarciano il cielo durante la Salatul Janazah, la preghiera collettiva prima della sepoltura e che chiede la grazia dei defunti ad Allah.

Le Madri di Srebrenica non vestono in luttuoso nero ma continuano a versare copiose lacrime sulle verdi bare dei congiunti. Il verde è il colore della speranza, della giovinezza, della Natura mentre per l’ Islam è il Paradiso nell’ ultimo viaggio e che consentirà allo spirito di evolversi.

Trentamila, forse quarantamila persone sono arrivate fin qui da ogni parte del mondo per non dimenticare e per continuare a volere giustizia e verità. Tante bandiere e una marcia della Pace che è partita due giorni prima dal villaggio di Nezuk ed ha ripercorso i luoghi della strage.

Sotto un torrido sole che sfiora i quaranta gradi non mancano gli svenimenti degl’ anziani intanto che fin dalle prime luci dell’ alba un’ imponente schieramento di poliziotti ha vigilato sulla sicurezza.

Il rumore di un interminabile fila di automobili ha infranto la quiete e i silenzi di questa rigogliosa valle, nella quale niente sarà più come prima.

Quella fotografia in alta risoluzione alla Cultura e i suoi esponenti…

31 Marzo 2017 Commenti chiusi

Ogni momento va celebrato, ogni cosa deve essere ricordata.

Il senso della fotografia, oltre l’ esegi, l’ attimo fuggente,  la provocazione in alcuni casi e la divulgazione ossessiva sul web, nelle strade, sui giornali e quantaltro…….. è anche questo.

Come dire. In un Mondo di comunicazione, senza l’ immagine non possiamo andare avanti. Mai.

Ma la fotografia è anche Storia, Arte e valori.

Ed è per ciò che l’ amiamo nel profondo dell’ anima.

Una delle molte essenze dell’ Umanità.

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Firenze, 30 marzo 2017

Con un “banco ottico”, apparecchiatura fotografica ottocentesca, lo staff Alinari ha realizzato, nella Sala della Musica di Palazzo Pitti, una fotografia celebrativa del primo G7 della Cultura inaugurato oggi a Firenze, a cui hanno preso parte, oltre al Ministro Franceschini, i suoi colleghi di Canada, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna e Stati Uniti, nonché il commissario europeo per la cultura ed il segretario generale dell’Unesco.

La fotografia verrà sviluppata e stampata in analogico secondo le tecniche artigianali dell’800, garantendo la massima qualità ed il prestigio propri di Alinari.

Una copia della fotografia, consegnata a tutti i partecipanti, entrerà anche negli Archivi Alinari che, con un patrimonio di oltre 5 milioni di fotografie, conservano e valorizzano la memoria del nostro Paese e del mondo intero e, da oltre 150 anni, producono e tramandano al futuro comunicazione per immagini.

La “Cultura come strumento di dialogo tra i popoli”: medium privilegiato, che non conosce barriere o limiti, la fotografia racconta da quasi 180 anni la storia, i popoli, l’arte, la cultura, il paesaggio, il lavoro. La società Alinari è protagonista di questo racconto dalla metà dell’800.

Credit fotografico: Archivi Alinari, Firenze Ufficio stampa: Susanna de Mottoni

www.alinari.it

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15 anni fa i giorni di Genova…….

18 Luglio 2016 Commenti chiusi

15 anni fa, giovedì 19 Luglio 2001 cominciavano i tragici giorni di Genova.

FOTOGRAFIA: Genova 2001 – Un manifestante inchiodato alla serranda di un negozio e con le mani dietro la schiena da due agenti di polizia – Gianluca Fiesoli


Testo tratto dal libro ” Personal Observations ” di Gianluca Fiesoli,

https://www.youtube.com/watch?v=W2pgSbaffJ0&feature=youtu.be

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Senza alcuna ombra di dubbio i giorni che vanno dal giovedì 19 alla domenica del 22 luglio 2001 sono stati tra i più ignominiosi della Storia della Repubblica italiana. Un escalation di violenza in cui il bilancio poteva essere più pesante e dove le incolpazioni sono da dividersi tra tutti. Stato, forze dell’ ordine che si trovarono impreparati davanti ad un evento dalla valenza così straordinaria, municipalità, ambientalisti, Black Bloc e dimostranti. Fin dalla scelta della città, Genova sembrò completamente inadatta per ospitare un importante sessione di incontri tra i Grandi della Terra, i quali secondo il governo italiano necessitavano di imponenti servizi di coordinamento civili e militari per garantirne la sicurezza durante lo svolgimento.

La topografia del capoluogo ligure mostra che il tessuto urbano non ha una grandissima espansione. Il centro è angusto mentre alle spalle le colline sono sovrastanti e pertanto sbarrano le vie di fuga. Se poi viene istituita un area “ off limits “ con grate di ferro alte tre metri, tombini saldati e barriere di container è palese che per molti sembrò una restrizione alla libertà e quindi era facile prevedere che ci sarebbero stati dei disordini. Lo stesso Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio dei Ministri da pochi mesi, durante un sopralluogo organizzativo confermò queste preoccupazioni sottolineando che l’ indicazione di Genova era stata designata dall’ esecutivo precedente e quindi era oramai troppo tardi per inventare soluzioni immediate e alternative.

Il movimento dei No – Global, più comunemente chiamato “ Popolo di Seattle “, si era formato alla fine del 1999 ed aveva aumentato sensibilmente il numero dei consensi e nel frattempo in Italia gli anarchici avevano ripreso ad esternare il proprio disappunto. Si viveva un declino dell’ ideologia di sistema, le crisi sociali erano evidenti e una parte del mondo della cultura manifestava una certa insofferenza per l’ Italia clericale. Ci si preparava con scetticismo alla nascita dell’ Euro e diverse erano le correnti di pensiero che sostenevano con tenacia il ripristino dell’ effettiva emancipazione dei mercati economici attraverso una politica di deregolamentazione. Una sfida in comune organizzata sulla collaborazione reciproca tra centinaia di gruppi, associazioni di carattere nazionale, studentesche e ambientaliste ma disapprovato da alcuni di non avere molto realismo politico e poco spessore morale se al suo interno si potevano nascondere delle frange eversive in grado di sobillare la violenza. Nonostante il propugnare l’ uguaglianza dei diritti, la globalizzazione è diventata un processo a cui difficilmente si potrà tornare indietro ed impone la graduale riduzione d’ intervento dei singoli governi nell’ economia mondiale, allargando così il divario tra i paesi ricchi e quelli poveri con l’ accrescimento del potere plutocratico alle multinazionali.

Se la manifestazione del giovedì scivolò via senza intoppi, escluso qualche sporadica tensione, invece il peggio doveva ancora arrivare. Il fuggifuggi dei cittadini, la serrata totale degl’ esercizi commerciali e delle banche ne erano la conferma mentre le polemiche televisive, le dietrologie dei partiti, le minaccie via web nelle chat più intransigenti e gl’ allarmi bomba facevano presagire una situazione in caduta irreversibile. Numerosi cortei oramai erano stati programmati e la chiusura della frontiera italo – francese, che aveva l’ intento di respingere i facinorosi, non dette i frutti sperati.

Lo stesso successe per il tentativo di autorizzare marce considerate tranquille e non consentire quelle che venivano definite pericolose. Nella mattinata i manifestanti iniziarono a radunarsi, ognuno con la sua forma di protesta e all’ ora di pranzo si registrarono i primi incidenti. Corso Torino, Via Caffa, Via Tomelaide, Piazza Danovi, Corso Buenos Aires, via Crimea e intorno al carcere di Marassi divennero teatro per un susseguirsi di provocazioni che sfociarono in sassaiole, auto in fiamme, barricate e cariche dei battaglioni della polizia. Un clima surreale e l’ impotenza da parte di quelli che erano rimasti a casa travolse Genova oramai avviluppata dalla nebbia pungente dei gas lacrimogeni. I reparti delle forze dell’ ordine agivano senza una tattica precisa dovuta ad inesattezze di valutazione mentre le comunicazioni radio con la Questura non sempre erano perfette. Il caos regnava totale, il sangue cominciava a scorrere e le strade erano piene di una collera che urlava sempre più forte.

Ma l’ apice si verificò in Piazza Alimonda con la morte di Carlo Giuliani, 23 anni, freddato dai colpi di pistola dell’ ausiliario Mario Placanica. Una tragedia che marchierà per sempre la storia dei summit del G8. Il giovane cessò di vivere nell’ atto di lanciare un estintore contro un “ defender “ dei carabinieri che era rimasto bloccato da un cassonetto della spazzatura mentre stava subendo la furia di un gruppo di estremisti.

La camionetta aveva preso parte all’ assalto del dodicesimo Battaglione Sicilia che voleva colpire sul fianco la marcia delle Tute Bianche, le quali probabilmente avevano l’ intenzione di violare la zona rossa. Erano le cinque e mezza del pomeriggio e la dinamica si svolse in maniera così repentina che non ci fu il tempo e il modo di evitarla. Poi la jeep riuscì a disincagliarsi e passò per ben due volte sopra il corpo esanime disteso sul selciato. La notizia fece il giro del mondo e dentro il Palazzo Ducale alcune riunioni vennero temporaneamente sospese mentre i servizi degli accordi politici finirono in secondo piano nelle edizioni dei telegiornali della sera.

Nella giornata di sabato la solidarietà per la morte del giovane e l’ impatto emotivo sull’ opinione pubblica fecero affluire trecentocinquantamila persone che parteciparono alla grande manifestazione sul lungomare, la quale doveva concludersi nella zona della Fiera. Però ancora una volta il buonsenso da ambo le parti non riuscì a prevalere. La spirale dell’ odio riprese il sopravvento, oramai era guerra aperta. Il corteo si spezzò in due enormi tronconi, dai quali scapparono gente disarmata e con famiglia per evitare di essere coinvolti negli scontri collettivi.

Durante la notte si consumò l’ ultimo atto di violenza che venne imposto con un ordine dall’ alto. L’ irruzione di trecento agenti nella scuola Diaz, sede provvisoria del Genoa Social Forum, è un palese tentativo di massacro e di vendetta, peraltro svolto alla cieca, con prove simulate per giustificarlo e messo in atto solamente su un centinaio di innocenti che comprendevano diversi stranieri. Persino i soprusi e le angherie avvenuti nella caserma di Bolzaneto ribadiscono che i metodi usati dalla polizia non erano certamente conformi ai principi teorici e pratici della democrazia. Sistemi ambigui, che possiamo definirli vicini a quelli dell’ epoca del fascismo e finiscono per compromettere l’ immagine e l’ etica di un organo del potere esecutivo dello Stato.

E’ trascorso più di un decennio da quei convulsi giorni e in questo tempo si è scritto, detto e deplorato con tanta acrimonia. La Giustizia ha svolto lentamente il suo corso e le sentenze dei processi hanno confermato nei vari gradi le responsabilità degli elementi in divisa e di qualche vertice ma numerosi sono i procedimenti archiviati per l’ impossibilità di identificare le persone implicate. Anche dei dimostranti sono stati condannati con l’ imputazione di saccheggio e distruzione. Per i fatti della Diaz in primo grado il Tribunale ha assolto i capi della Mobile, del Servizio della Centrale, i vicedirettori dell’ Ucigos e altri funzionari che durante il dibattimento avevano alzato un impenetrabile cortina di omertà negando così evidenti responsabilità.

Dopo l’ istanza da parte della Procura, l’ appello del 2010 ha ribaltato la sentenza precedente. La Corte di Genova reputò gl’ imputati tutti colpevoli anche se alcune pene vennero considerate lievi e non corrispondenti a quello che aveva chiesto l’ accusa. Venticinque saranno le condanne per complessivi novantotto anni di reclusione. Nel luglio 2012 la Suprema Corte di Cassazione ha confermato in via definitiva questo giudizio e potrebbe costringere alcuni dirigenti a lasciare gli incarichi. Una sentenza che gran parte dell’ ambiente politico italiano ha definito “ importante ma che non restituisce una completa giustizia “.

Mario Placanica ha chiuso con l’ Arma ed è stato congedato. Dopo un periodo di riposo adesso lavora come impiegato all’ Ufficio del Catasto di Catanzaro. Indagato assieme al collega Filippo Cavataio le differenti giurie, compresa quella della Corte Europea dei Diritti dell’ Uomo, hanno sancito che agì per legittima difesa e conseguentemente è stato prosciolto. Però il ritorno alla normalità per l’ ex carabiniere si sta rivelando più difficoltoso del previsto e per diverse volte è salito sulla ribalta della cronaca. Prima per uno strano incidente di auto, poi per delle minacce di morte ricevute da ignoti.

In un secondo tempo è stato sottoposto ad intercettazioni telefoniche e che sono state pubblicate da un settimanale milanese. In esse raccontava di avere seri problemi psicologici dovuti alla vicenda che gli era accaduta, di dover ricorrere giornalmente a dosi di antidepressivi e di soffrire di idee suicidarie. Nella primavera del 2009 il Placanica è stato inquisito dalla Procura della Repubblica calabrese con la grave accusa di violenza sessuale e maltrattamenti nei confronti della figlia dell’ ex convivente, la quale in precedenza aveva sporto denuncia. Insomma, quella tragica settimana di luglio gli ha sicuramente cambiato la vita.

Carlo Giuliani ha pagato carissimo per il fatto di essersi trovato al posto sbagliato nel momento inopportuno, ma soprattutto per una certa sprovvedutezza e follia che talvolta sono proprie della gioventù. Cercare di farne un eroe e altresì un martire è francamente eccessivo da qualsiasi punto di vista si guardi la questione poiché la violenza non è mai giustificata.

Per motivi diversi alcuni anni dopo sono tornato a Genova. E’ sempre bella, imperiosa, affacciata sull’ immensità del mare scuro con i palazzi nobiliari restaurati. Le parole di Paolo Conte si dissolvono nello zefiro di ponente…..” Genova ha i giorni tutti uguali, i gamberoni rossi sono un sogno e il sole è un lampo giallo al parabrise “. Delle rabbie antiche non rimane che uno sbiadito ricordo e una targa alla memoria.

In un carruggio una scritta rossa campeggiava su di un muro d’ ardesia.

Hanno ammazzato Carlo……..Carlo vive.

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Testo tratto da ” Personal Observations ” Gianluca Fiesoli

https://www.youtube.com/watch?v=W2pgSbaffJ0&feature=youtu.be

Srebrenica, un anniversario in tono minore.

12 Luglio 2016 Commenti chiusi

Dopo Sarajevo anche Srebrenica ha reso omaggio alle vittime in quello che oramai è giunto al ventunesimo anniversario del massacro avvenuto nel 1995.

E’ stato come sempre il giorno della Bosnia ma stavolta in tono minore sia come partecipazione che nel fatto di solennità. Le vittime ricomposte negl’ ultimi dodici mesi erano infatti “solamente “ 127 prima di effettuare l’ ultimo viaggio verso il mausoleo di Potocari e la sensazione a questa cerimonia è che le nuove generazioni che stanno venendo avanti importa poco di quella lontana guerra.

Ma questo anniversario è stato lacerato da violente polemiche, in particolar modo politiche, a causa del rifiuto di ospitare i leader serbi. Un diniego che non aiuterà a migliorare i rapporti tra i due paesi in cui l’intento dovrebbe essere quello di cercare di ricostruire un futuro più positivo.

Oltre l’ odio, lo scoglio maggiore, è l’ oramai noto “ riconoscimento “ di genocidio da parte dei serbi, i quali continuano a non ammetterlo sia su carta che a livello internazionale.

Lo stesso dicasi per l’ Unione Europea dove le autorità bosniache assieme all’ associazione delle Madri di Srebrenica non perdono occasione di criticarla per il fatto di non aver agito abbastanza in tutti questi anni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FOTO 1: Preghiera davanti alle bare, Srebrenica – Gianluca Fiesoli ©.

FOTO 2: Trasporto dei feretri alla sepoltura, Srebrenica – Gianluca Fiesoli ©.

 

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Quei disegni dei bambini sul filo spinato di Idomeni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una situazione esplosiva, tragica, dove ancora una volta la dignità dell ‘ Essere Umano è andata completamente perduta.

Lo specchio di un Europa incapace di decidere, di agire con una politica unitaria e che ha sottovalutato l’ importanza  in quello che nel XXI secolo è diventato un grosso problema e che non risolverà certamente con il recente accordo assieme all’ ambiguo governo turco, il quale lo rispetterà solamente in parte e peraltro molto difficile anche da attuare sul piano tecnico, pratico ed economico.

A Idomeni ad un centinaio di chilometri dall’ antica Tessalonica, sta morendo pure la speranza. Scappati da conflitti con regimi totalitari oramai al tramonto, braccati dall’ Isis, un fiume di oltre diecimila persone affamati come bestie, stremati da un viaggio senza vedere la luce della fine e che adesso si è bloccato da una barriera innalzata dall’ autorità macedone, la quale sta impiegando numerosi blindati  e i reparti migliori della sicurezza.

Soldati con i pugni stretti e l’ astio tra i denti che ricordano molto negli sguardi la ex jugoslavia di alcuni decenni addietro.

Sotto il blu del cielo di Idomeni donne, vecchi, famiglie numerose senza più niente sono accampate nella sporcizia, a rischio di epidemie. La solidarietà delle organizzazioni umanitarie sta facendo il possibile per arginare l’ afflusso che comunque continuerà ad arrivare poiché al momento è la via più breve per raggiungere il cuore del continente.

Le proteste in queste ultime settimane sono state frequenti, i tentativi di attraversare il confine anche aggirando il valico di Erzinovi sono risultati vani come gli scioperi della fame, gli slogan e il darsi fuoco da parte di alcuni profughi.

Storie di disperazione ma forse per chi si trova ad Idomeni fanno tenerezza vedere quei tanti disegni  attaccati sull’ interminabile muro spinato.

Schizzi di pennarello, di lapis spuntati in cui si evince l’ innocenza, il candore della fantasia, dell’ amore alla Vita non ancora del tutto sbocciata e soprattutto consumata.

Ma con la consapevolezza di soffrire per delle colpe delle quali non sono assolutamente responsabili.

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FOTOGRAFIE:

1) Bambini che protestano con dei cartelli davanti ad un agente della polizia greca, 23 Marzo 2016 – G. Fiesoli.

2) Campo profughi di Idomeni, confine Grecia e Macedonia, 24 Marzo 2016 – G. Fiesoli.

Circeo: il massacro infinito. Si riesuma la salma di Andrea Ghira.

Le tragedie non finiscono mai e la Verità completa talvolta è irraggiungibile in specialmodo quando vi è una Giustizia obsoleta e un pò incapace.

E’ di poche ore la notizia lanciata dai Media che la Procura di Roma ha disposto la riesumazione della salma del vero ( o presunto ) Andrea Ghira già avvenuta il 14 novembre del 2005.

Il Tribunale ( e la scienza )  sono convinti che con le nuove tecniche sviluppate nell’ ultimo decennio sia possibile stabilire l’ identita del defunto con maggiore certezza.

Un colpo di scena quindi, in quello che potremmo definire un ” massacro infinito ” dove alcuni errori giudiziari sono stati compiuti mentre i colpevoli  hanno pagato parzialmente le loro reponsabilità a causa anche di permessi inconcepibili come quello hanno per Simone Izzo che lo ha portato a fare  nuovi omicidi nel molisano.

Adesso si apre un nuovo capitolo, forse scontato o forse no, ma se l’  indagine scientifica risultasse negativa all’ identità di Andrea Ghira viene da chiedersi se ad oggi il criminale sia ancora vivo e pertanto in libertà.

Una tesi che in molti sostengono. Ci sono delle fotografie riconducibili per somiglianza al delinquente e scattate nel corso di questi anni ma che non risolvano del tutto il dubbio.

Quando era in vita l’ ipotesi era avvalorata pure da Donatella Colasanti, la quale si era battuta con forza e coraggio in quello che è stato per lei e la Lopez un infelice destino in tutti i sensi.

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Buon Natale 2015 e Felice anno 2016 a tutti voi.

Con l’ avvicinarsi delle Festività, un sincero augurio di Buon Natale e Felice anno 2016 a tutti voi e famiglie.

 

Merry Christmas to you and happy new year 2016.

 

Gianluca Fiesoli

Una valigia per Firenze…..

 

Firenze è una città straordinaria, amata in tutto il mondo ma non sempre all’ altezza nei servizi offerti. D’ altra parte a noi toscani per i cambiamenti ci vuole tempo e pazienza poichè accontentare tutti è spesso un problema. Negl’  ultimi anni però qualcosina è cambiato a cominciare dalla tramvia che tuttora è in fase di completazione ma comunque ha portato agevolazione  al traffico in quello che resta un capoluogo la cui urbanistica è di stampo medievale, perlomeno nella parte storica e l’ immedita periferia.

Centinaia di migliaia di persone visitano Firenze ogni anno e il turismo assieme alla cultura sono tra le maggiori fonti di introiti. Un escursionismo di massa che comprende un pò tutti: studenti, famiglie, adulti e anziani ma che nel nuovo millennio è diventato maggiormente esigente. Viaggiare è sempre stato costoso e faticoso e quindi il viaggiatore è sempre in cerca di organizzazioni alternative e possibilmente più comode.

Da un pò di tempo è nato nel centro storico un efficente servizio di deposito bagagli a due passi dal Duomo, dal Ponte Vecchio e Uffizi. Un luogo dove puoi lasciare in tutta sicurezza il peso e l’ oggettistica della tua valigia che è il nostro cuore di ogni viaggio.

Un iniziativa interessante sopratutto quando effettuiamo un breve soggiorno o quando lasciamo l’ hotel per il ritorno a casa ma vogliamo dare una ultima occhiata alla città.

Prezzi, orari li potete trovare qui: http://leftluggageflorence.com/  e chi lo utilizzerà ne resterà sicuramente soddisfatto.

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Un appello per il Teatro Ringhiera.

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO.

Cari amici,

abbiamo tentato, in questi anni, con tutto il nostro impegno creativo e sforzo economico di animare il Teatro ATIR Ringhiera. L’abbiamo fatto a testa bassa, senza lamentele, “resistendo” ogni giorno.

Era il nostro sogno. Un teatro di inclusione sociale: bimbi, anziani, diversamente abili, educatori, adolescenti, artisti importanti e non, giovani e meno giovani, uniti dall convinzione che il teatro fosse uno strumento eccezionale per migliorare la qualità di vita.

È ancora il nostro sogno, ma la situazione economica, oggi, non ci permette di procedere oltre. Per questo, prima di “gettare la spugna” e chiudere, alziamo la testa per chiedere aiuto e per condividere una storia, la nostra.
ATIR compie 20 anni, vent’anni di vita associativa, di spettacoli, progetti, incontri, speranze, vittorie e sconfitte, da quando, nel 1996, Shakespeare ci fece incontrare e innamorare gli uni degli altri.

La situazione è semplice: dopo vent’anni possiamo andare avanti solo a due condizioni. La prima riguarda il Comune, la seconda riguarda il debito che si è progressivamente venuto a formare nel tempo e che dobbiamo sanare con la massima urgenza.

Per stare al Ringhiera il contratto con il Comune prevede che noi si paghi una cifra che tra affitto e spese si aggira intorno ai 50.000 euro. Abbiamo fatto presente al Comune la gravità del momento e gli uffici competenti stanno, proprio in questi momenti febbrili e drammatici, cercando una soluzione tecnica per sbloccare lo stallo nel quale siamo da anni e proporci un contratto diverso e sostenibile.
Ma le istituzioni non bastano.

Abbiamo bisogno del vostro aiuto, abbiamo bisogno di un contributo concreto per superare la fase critica nella quale ci troviamo e per poter rilanciare.

Se troviamo 1000 persone disposte a darci 100 euro a testa, questo sogno di bene comune non muore. E anzi: avrà nuova e lunga vita come noi crediamo che possa e debba avere.
“La cosa pubblica è noi stessi” scriveva nel ’43 un ragazzo di 18 anni prima di essere fucilato. Questa frase ci accompagna da sempre e da sempre ci dà la forza per affrontare anche i momenti più gravi.

Ci piace, dunque, salutarvi così, nella speranza che 100, 1000, 10.000 persone rispondano a questo nostro appello.

Con affetto e gratitudine,

Serena Sinigaglia e Compagnia ATIR

 

Aiutaci con una donazione:

tramite bonifico bancario
IBAN IT13H0504801671000000011764
con causale: “donazione a favore di A.T.I.R. associazione teatrale indipendente per la ricerca a nome di (inserire nome e cognome)”

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Non basta più decapitare bisogna anche crocifiggere.

26 Settembre 2015 Nessun commento

La crudeltà dell’ essere umano è senza limiti e la bestia in senso generale è un cucciolo affettuoso. I tempi odierni quelli che definiamo con orgoglio una civiltà moderna, con le tecnologie avanzate, la possibile cultura da acquisire assieme a quella che dovrebbe essere la Fede e Giustizia  non bastano per arginare soprusi di ogni tipo.

L’ONU ha lanciato un appello urgente all’ Arabia Saudita per fermare l’esecuzione di un giovane uomo che dovrà affrontare prossimamente la decapitazione e poi una crocifissione in una pubblica piazza per i crimini commessi, come ordina la legge di questo paese.

Un tribunale saudita ha confermato la condanna di Ali Mohammed al-Nimr, il figlio di un dissidente di primo piano del governo, nonostante la crescente e di alto livello  condanna internazionale.

Al-Nimr, che è stato arrestato nel 2012 per la sua partecipazione alle proteste della primavera araba quando aveva solo 16 anni, potrebbe ora essere messo a morte in qualsiasi momento. Un reato ammesso anche dal padre ma che ha già fatto domanda di grazia.

Il caso del giovane è stata oggetto di una fervente campagna dei gruppi per i diritti umani, tra cui Amnesty International e Reprieve, i quali affermano che il ragazzo stato torturato e costretto a firmare una falsa confessione prima di essere condannato alla “morte per decapitazione e crocifissione”.

Ora, un gruppo di esperti di diritti umani delle Nazioni Unite hanno firmato un comunicato congiunto che invita l’Arabia Saudita a “sospendere immediatamente l’esecuzione pianificata” e dare il signor al-Nimr “una revisione del processo in maniera equa”.

Gli esperti, tra cui i relatori speciali delle Nazioni Unite sulle esecuzioni extragiudiziali o arbitrarie Christof Heyns e Benyam Mezmur, il presidente della commissione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo, hanno detto che imporre la pena di morte a qualcuno che era un bambino al momento di offendere e dopo accuse di tortura è “incompatibile con gli obblighi internazionali dell’Arabia Saudita”.

“Il diritto internazionale, accettato come vincolanti dall’Arabia Saudita, prevede che la pena capitale può essere comminata solo a seguito di dibattimenti che soddisfano i più severi requisiti, o potrebbe altrimenti essere considerato un esecuzione arbitraria”, hanno poi aggiunto.

Anche il governo francese ha preso l’insolita iniziativa di aggiungere la sua voce per la sospensione dell’esecuzione. Il Portavoce del ministero degli Esteri Romain Nadal, ha dichiarato: ” La Francia è preoccupata per la situazione di Ali Mohammed al-Nimr, che è stato condannato a morte, sebbene fosse minorenne all’epoca dei fatti “.

” Siamo contrari alla pena di morte in tutti i casi e circostanze pertanto chiediamo di sospendere l’ esecuzione.”

Secondo dati ufficiali dall’inizio del 2015 in Arabia Saudita sono state giustiziate 133 persone mentre nel 2014 erano state 87.

Per firmare una petizione puoi vedere il sito  https://www.change.org/

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Un giorno molto fortunato….

Video importato

FOTO: Attentato all’ hotel Bagdad, Iraq, 2003 – Gianluca Fiesoli.

Il testo è tratto da un capitolo del libro Personal Observations di Gianluca Fiesoli

 

 

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Oggi è il 12 ottobre del 2003. Nel pomeriggio ho deciso di andare a piedi fino al distretto amministrativo di Sheikh Omar. Pare che gli sciiti della regione stiano organizzando un imponente manifestazione di protesta per chiedere la liberazione dell’ Iman.

Lasciato alle spalle il Palestine dopo circa quattrocento metri davanti all’ Hotel Bagdad c’ è una postazione armata degli iracheni attorniata da barriere di cemento e un blindato statunitense che vigila attentamente.

Sul largo marciapiede gli agenti sorseggiano il “ finjaan shay “ ( una tazza di tè ) e con garbo e curiosità, poiché intuiscono che sono uno straniero, la offrono anche a me. Come spesso avviene in questo genere di incontri occasionali ne approfitto per conversare e chiedere qualche informazione.

Sembra finalmente una giornata tranquilla dopo quelle movimentate nelle scorse settimane. Trascorro con loro un quarto d’ ora scherzando pure del calcio italiano e sulle vignette umoristiche di Silvio Berlusconi, le quali sono abbastanza note da queste parti. Sto riflettendo se entrare nell’ albergo per domandare ulteriori novità della dimostrazione ma poi decido di rinunciare e proseguo il cammino.

Quando sono a metà del ponte della Repubblica e mentre volgo lo sguardo sul palazzo delle telecomunicazioni semidistrutto dalla guerra, un tremendo boato riecheggia nell’ area. Contemporaneamente s’ innalza una grande colonna di fumo grigio in direzione della cornice del fiume. Torno indietro e imbocco nuovamente la Abu Nuwas Street. Decine di persone corrono come impazzite. La gente esce dalle abitazioni, urla incomprensibili. E’ un susseguirsi di istanti caratterizzati da ritmi frenetici e incontrollati. In tanti imbracciano un mitra o una pistola mentre le sirene delle ambulanze del Medical City si avvertono in lontananza.

Dalla zona verde si sono aperte le cerniere di protezione e il comando ha fatto uscire due carri armati preceduti da alcuni veicoli corazzati leggeri. Il vorticoso e inconfon­dibile rumore delle pale rotanti di un Apache e due BlackHawk stanno dilaniando il plumbeo cielo. Sono già sopra le nostre teste, volteggiano a bassa quota.

L’ odore acre dell’ esplosivo si disperde nell’ aria lasciando una scia di morte. I soldati armati di mitra HK416 si affrettano a sbarrare il viale intanto che arrivano le prime troupe delle televisioni dei media.

Un attentatore suicida con un auto piena di deflagrante si è lanciato contro il posto di blocco davanti all’ Hotel Bagdad. Gli agenti con cui appena pochi minuti prima avevo bevuto un tè nell’ esplosione sono tutti morti. Diversi i feriti, tra cui i due militari del tank americano. Per fortuna l’ autobomba non è riuscita a raggiungere l’ entrata dell’ albergo in fondo alla piccola via.

Se mi fossi soffermato ancora un po’  con loro probabilmente sarei stato ucciso.

Soltanto la mia buona stella mi ha consentito di restare vivo.

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FOTO: Attentato all’ hotel Bagdad, Iraq, 2003 – Gianluca Fiesoli.

Il testo è tratto da un capitolo del libro Personal Observations di Gianluca Fiesoli

 

 

Gianluca Fiesoli.it il nuovo sito dedicato al ( semplice ) ritratto.

Da oggi è online il nuovo sito di Gianluca Fiesoli dedicato al ( semplice ) ritratto.


Potete cliccare sul dominio  http://www.gianlucafiesoli.it/index.html  e vedere le prime due pagine di fotografie.

Le rifiniture e quantaltro saranno completate prossimamente.

Buona visione.

Gianluca Fiesoli

 

Italy in food.

31 Luglio 2015 2 commenti

Alinari presenta la mostra fotografica “Italy in food” presso la Biblioteca Alinari, in largo Alinari 15 a Firenze.

Italy in food è un omaggio all’Expo di Milano. Le immagini, in bianco e nero e a colori, dalla

metà dell’800 a fine XX secolo, raccontano i cambiamenti del nostro vivere quotidiano

attraverso il tema del cibo.

Dalla produzione della pasta, ai mercati di strada, alla prima forma di grande distribuzione,

dalle immagini calde e colorate del gusto mediterraneo, ai momenti di svago e convivialità

attorno al cibo.

Gli scatti sorprendono e riscoprono un rito quotidiano, tutto italiano, che fa del cibo un

emblema di calore e cordialità, ma anche una forma di espressione dell’inarrestabile

evoluzione della società.

La mostra è accessibile anche dalla nuova App mobile di Alinari per Android, scaricabile

gratuitamente dal Play Store.

La mostra sarà aperta al pubblico presso la Biblioteca Alinari fino al 30 Ottobre 2015.

Ingresso libero

Biblioteca Alinari

Largo Alinari 15

Firenze

Orari Lunedi’ e venerdi 9-13

da martedi’ a giovedi’ 9-13 / 14-18

Chiuso il sabato e la domenica

Chiuso dal 10 al 14 agosto.

Le stampe fotografiche esposte sono acquistabili presso lo showroom Alinari.

Per ulteriori informazioni:

Fratelli Alinari

press@alinari.it

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Platinotipie d’autore.

La Fotografia Alinari torna in Versilia!

La linea Alinari Fine Art, Platinotipie d’autore in mostra all’Hotel Villa Undulna

 

La più antica azienda italiana della fotografia presenta sul territorio apuano versiliese una prestigiosa collezione Fine Art: le platinotipie d’autore.

La platinotipia è da sempre considerata il punto di arrivo qualitativo nella stampa in bianco e nero, inimitabile in quelle prodotte con altre tecniche, sia antiche che moderne e inalterabile nel tempo.

Unendo le immagini uniche dell’Archivio Alinari, selezionate da professionisti della fotografia, alla ricerca tecnologica che oggi permette di realizzare stampe in platino anche di grandi dimensioni, Alinari ha creato dei capolavori unici, dando nuova vita ad una tecnica ormai dimenticata.

Le collezioni propongono soggetti che prendono vita propria nelle immagini e creano un messaggio emotivo di geometrie eccentriche e classiche e di riflessi di luce e materia. Gli autori delle fotografie sono i fratelli Alinari, Ferruccio Leiss, Carlo Wulz, Wanda Wulz, Achille Villani, Giulio Parisio.

Un progetto d’arte unico e prezioso, a tiratura limitata e non riproducibile. Alinari Fine Art, un nuovo modo nell’arte.

La mostra, allestita nello splendido scenario dell’Hotel Villa Undulna, al Cinquale di Montignoso, si inaugura venerdì 10 luglio a partire dalle ore 18.00, e resterà allestita fino al 20 luglio.

Per ulteriori informazioni: Fratelli Alinari press@alinari.it

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