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Archivio per la categoria ‘Musica’

20 anni senza Mimì.

Cantava con il cuore e acuti di sentimenti intensi dove primeggiava una tonalità roca e calda. Con grande maestria sapeva alternare la melodia italiana a quella del repertorio napoletano. Non ha mai avuto quel successo totale che forse meritava, ma sicuramente una parte del pubblico non la dimenticherà mai.

La sua carriera ha registrato cadute, ritorni strepitosi, alta popolarità ma anche lunghi periodi di assenza. Si è molto sparlato di Lei e taluni la consideravano una iettatrice, un marchio scomodo, falso, che non si è mai tolta del tutto.

Ha dovuto lottare parecchio. Donna di carattere complesso, artista fragile, impaziente, talvolta scomoda, osteggiata da molti….

E forse la fine della storia sentimentale e professionale con Ivano Fossati è stato uno dei capitoli che l’ha gettata nello sconforto più buio e probabilmente non ha mai più amato un altro Uomo.

La musica e la canzone sono stati le vere e le uniche passioni della sua vita, ma gestire e vivere in un certo ” mondo ” non è cosa da tutti e per niente facile.

La convivenza con gli psicofarmaci, alcool e forse anche dell’altro, sono punti interrogativi mai del tutto chiariti ma che oramai hanno poca importanza.

Venti anni fà in questi giorni fa moriva Domenica Berté conosciuta in arte con lo pseudonimo Mia Martini.

Per gli amici, per tutti Mimì.

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” Born to run ” compie quarant’anni.

5 Aprile 2015 Commenti chiusi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nati per correre – Born to run - è da sempre il disco più bello della parabola springsteniana. Uscito nell’estate del 1975, venne registrato e masterizzato nel noto Robert Plant  Studio di New York con la produzione di J. Landau e Mike Appel mentre venne mixato dal mago Jimmy Iovine corredate da poche ma pregevoli fotografie di Eric Meola.

La prima edizione negli Stati Uniti sfondò qualsiasi tetto di vendita e di classifica ed è certamente l’opera della svolta. Da qui in poi nacque un mito e la cavalcata del successo divenne inarrestabile.

Scritto in poche settimane, di getto, come spesso avviene per le cose d’incredibile interpretazione, Born to run è stato influenzato dalla mano dell’ astuto John Landau, il produttore – amico che riuscì a convincere la Cbs/Columbia Records a ” consacrare ” il rocker per una cifra che allora si aggirava di alcune decine di migliaia di dollari.

La casa discografica in realtà rimandò l’uscita per alcune rifiniture che diventarono più lunghe del previsto, ma la stesura dei testi e anche gli arrangiamenti primari si erano svolti in tempi molto brevi.
Il terzo 33 giri di Bruce Springsteen si differenzia notevolmente dai due precedenti, anche se aveva già inciso canzoni importanti, come New York City Serenade, Rosalita, Lost in the flood e Spirit in the Night.
Born to run è un prodotto artistico forse unico nel suo genere, un LP di un impatto violento che entra di prepotenza nel cuore e nell’anima di milioni di americani e nonostante il passare degl’ anni non è mai diventato anacronistico.

Note dure ma incredibilmente di feeling con il  supporto di un gruppo di musicisti mix e cioè bianchi e neri.
La E – Street Band che darà il meglio di sé nella lunga e tormentata collaborazione con il Boss, dove spicca una sezione di fiati in cui predomina il torrenziale sax tenore di Clarence Clemons e un possente background vocals, i quali s’intrecciano a meraviglia con le venature sonore del piano e delle tastiere Hammond.
I testi delle canzoni non furono di elevato spessore culturale. D’altra parte Springsteen non ha mai avuto delle qualità in tal senso: sono tutte storie in ” difesa ” di un mondo che lo ha in parte cresciuto e che cerca di rappresentare in quel momento.

Un ambiente di vagabondi che corrono su ruote e motori cromati e che imperversano sui nastri d’asfalto periferici vivendo struggenti amori giovanili. Talvolta malavita,  giacche di pelle nera, auto tirate a lucido dove si consuma allo stesso tempo una solitudine e una selvaggia ribellione che è propriamente americana, il tutto collocato su uno sfondo pregno di idealismo.

Ma non è un disco ” politico e amorale ” e quella Jungleland che chiude il vinile ha un tale coinvolgimento emotivo che forse il cantautore non raggiungerà mai più in nessuna altra ballads.
Born to run resta il più indovinato insieme di composizioni del Boss, prima di un lento ma inesorabile imborghesimento sebbene i suoi spettacoli sono rimasti abbastanza pieni d’energia ancora oggi.

Solamente con Nebraska, diversi anni dopo e superata la parentesi ” romantica ” di The River, con il primo scioglimento della band, Springsteen riuscirà a ritrovare una dimensione più intima e maggiormente esplorativa, suonando da solo e in modo per così dire anomalo.
Un disco che alcuni critici musicali hanno definito il secondo cambiamento di direzione. E’ un lato nascosto del cantante in cui si manifestano chiaramente delle profonde riflessioni che soltanto l’allontanamento può far enunciare in parole.
Brani totalmente acustici, uno scarno folk, che raccontano un emarginazione la quale non è tipicamente giovanile, di moda o di strada, ma bensì può capitare a chiunque.

Avversità della vita, come ad esempio perdere un lavoro e non ritrovarne altri a causa di una forte crisi economica. Oppure lasciar scappare oltre confine un fratello dopo averlo inseguito, il quale ha appena commesso un omicidio e che non rivedrai mai più, essendoti rifiutato di arrestarlo, poichè il sentimento fraterno prevale sul dovere di poliziotto……( Highway patrolman )
Sono tutte vicende strettamente singolari, di uomini adulti e che possono cambiare l’esistenza da un momento all’altro.

Nonostante il successo già acquisito da tempo, le discrete vendite commerciali, l’album non sarà mai compreso a fondo però resta una delle esposizioni più importanti che questo artista del New Jersey sia mai riuscito a creare insieme al capolavoro Born to run.

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Pino Daniele 1955 – 2015.

7 Gennaio 2015 Commenti chiusi

Photo Painting – Pino Daniele in concerto, 1999 – Gianluca Fiesoli ©.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quei lavoratori invisibili del mondo dello spettacolo che talvolta diventano ” morti bianche “.

 

Sono Paola, madre di Matteo, rigger morto il 5 marzo 2012 a Reggio Calabria, durante il montaggio del mega palco per il concerto di Laura Pausini.

A poco più di due anni dall’incidente che causò la morte di Matteo, la Procura della Repubblica presso il tribunale di Reggio Calabria, ha concluso la fase investigativa individuando sette persone alle quali viene contestato il reato di omicidio colposo.

Tuttavia Rigger, scaffolder, facchini, sono ancora tutti “lavoratori invisibili” dello spettacolo!

Gli operai specializzati adibiti a costruire e gestire le strutture per i grandi eventi live, come i concerti con turni di lavoro illimitati, sono esasperati dalla necessità di rispettare le consegne programmate, e con personale insufficiente. Condizioni rese ancor più “ad alto rischio” dalla mancanza di revisione dei materiali assemblati e da un’ organizzazione dei cantieri basata più sulla consuetudine che sulle regole e sulle leggi; una prassi che non rispetta la gerarchia formale e sostanziale dei ruoli operativi.

Quello dei concerti è un business milionario, l’unico nel mercato della musica in grado di assicurare, ancora oggi, i massicci guadagni di una volta. Ma questo non deve prescindere dalla sicurezza dei lavoratori.

Chiediamo che le norme sulla sicurezza del lavoro e le norme sulle costruzioni attualmente in vigore siano integrate con proposte a tutela degli operai dello spettacolo. 

Andrebbe verificata l’idoneità delle location che accolgono le strutture da montare, i turni andrebbero programmati in maniera adeguata e andrebbe regolato il sistema di scatole cinesi degli spettacoli. E’ ora di dire basta per i morti sotto i palchi dei concerti.

 

Firma la petizione su Change.org

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Addio a Jannacci, un grande.

Piano piano se ne vanno via tutti. Che ci vuoi fare è la vita e le generazioni che passano.

Anche Enzo Jannacci ci ha lasciato dopo Dalla, Gaber, De Andrè e tanti altri. Adesso ne restano veramente pochi. Purtroppo. E i nostri cuori, la nostra giovinezza che ha cantato insieme a loro oramai è perduta e si tinge di un immancabile malinconia.

Il medico cantautore milanese è stato un grande della musica italiana. Un autore che si è sempre distinto per la sua intellingenza ma pure per i brani dedicati ai dasadattati per quelli che hanno meno, per i  soli  ed il mondo operaio.

Come la bellissima “ Se me lo dicevi prima “ in cui trattava il tema della droga con una sottilissima ironia, senza nessuna retorica o pietismo.

Il suo modo di cantare per certi versi non aveva concorrenti e le canzoni, anche quelle minori, non erano mai banali. Caustico e pungente. Espressivo e intenso.

Ma soprattutto  riusciva a dire e a dare qualcosa d’ importante nel’ ambiguo ambiente artistico, con un linguaggio innovativo in quella che per decenni è stata la statica e troppo spesso ripetitiva canzone popolare.

Ci mancherà parecchio.

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Addio a Lucio Dalla, le sue canzoni rimarrano per sempre tra noi.

Per un arresto cardiaco a neanche 70 anni è morto Lucio Dalla.

Ci mancherà tantissimo anche se le sue canzoni rimarrano per sempre tra di noi.

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Mobilitazione e un concerto per il Darfur.

Mobilitazione mondiale per il Sudan: giù le mani dalla missione
Unmis.

In Italia concerto a sostegno della campagna di Italians for Darfur
al Teatro San Genesio di Roma.

La coalizione internazionale che da otto anni promuove la Giornata
mondiale per il Darfur, in occasione delle celebrazioni del 2011 ha
promosso una mobilitazione più ampia e articolata per fare pressione
sulle Nazioni Unite che potrebbero non rinnovare la missione di pace
Unmis, dispiegata dal 2005 in Sud Sudan per monitorare il rispetto
dell’accordo di pace. Fu proprio la vigile presenza della UNMIS in
seguito a quell’accordo a sancire la fine della ultra ventennale
guerra civile fra il governo di Khartoum e l’Esercito di liberazione
del Sudan meridionale.
“Con lo svolgimento del Referendum previsto dal Comprhensive Peace
Agreement – rileva Antonella Napoli, giornalista africanista e
presidente di “Italians for Darfur” – il mandato del contingente
di peacekeeping nel Sud del più grande paese africano avrebbe dovuto
esaurirsi, ma le organizzazioni non governative che stanno affrontando
le crisi umanitarie in Sud Sudan e in Darfur, dove è presente una
missione ibrida Onu – UA che resterebbe l’unico baluardo di difesa
per le popolazioni duramente provate e ospitate nei campi profughi,
ritengono invece che i caschi blu debbano restare in Sud Sudan. Ora
più che mai”.
A tal fine dal 19 al 26 aprile, giorno in cui si riunirà il Consiglio
di sicurezza per decidere il futuro della missione, sono state
programmate in molte capitali europee e mondiali iniziative di
sensibilizzazione e per chiedere all’Onu di rifinanziare
l’Unmis”.
A Roma, martedì 19 aprile, ore 20.45, Teatro San Genesio, Italians
for Darfur con il supporto di ‘Artisti socialmente utili’, dedicherà
una serata alla campagna per il Sud Sudan e per il Darfur.
Testimonial e protagonista dell’evento la cantautrice Erminia Piroli
che si esibirà affiancata da molti altri musicisti e da Antonella
Napoli che interverrà all’evento presentando il video della nuova
campagna dell’associazione da lei presieduta.
Sarà inoltre allestita la mostra fotografica “Volti e colori del
Darfur”, di cui è autrice la stessa Napoli, nel foyer del teatro.
Gli Artisti Socialmente Utili da sempre uniscono talento e
solidarietà. Questo è il quarto evento dedicato alla raccolta fondi
per l’associazione ‘Italians for Darfur Onlus’ che dal 2006
porta avanti la campagna umanitaria per il Darfur, regione del Sudan
che dal 2003 è martoriata da un conflitto che ha fatto 300mila
vittime e costretto alla fuga quasi 3 milioni di persone. Parte
dell’incasso dello spettacolo è difatti destinato
all’associazione.

Per maggiori informazioni visita il sito:   http://www.italiansfordarfur.it

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One voice gospel choir

Milano: prossima chiusura per l’ A. P. Photo Italia.

Riceviamo e pubblichiamo la presente dall’ associazione lombarda dei giornalisti  per voce di Amedeo Vergani, considerato anche la delicatezza della questione e per dare risalto alle problematiche lavorative di una crisi  che non sembra avere mai fine.

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CHIUSURA IN VISTA

PER LA REDAZIONE DI MILANO

DI  “A.P. PHOTO ITALIA” 

Annunciato pure il licenziamento di un collega – Gli undici fotogiornalisti della filiale italiana dell’Associated Press pronti con una prima raffica di dieci giorni di sciopero anche perché il collega che i dirigenti americani vorrebbero eliminare è un rappresentante sindacale - L’ “AP Italia” è attualmente l’azienda editoriale del nostro Paese che occupa il maggior numero di fotoreporter assunti con contratto giornalistico.

    Chiusura in vista per la redazione milanese di “AP Italia Photo Communications”, la filiale italiana dell’agenzia Associated Press, colosso Usa dell’informazione a livello mondiale. I dirigenti americani dell’agenzia hanno infatti annunciato nei giorni scorsi di voler riorganizzare la presenza di AP nel nostro Paese concentrando a Roma la redazione e licenziando uno dei tre fotogiornalisti che compongono oggi lo staff milanese e che, tra l’altro, copre da svariati anni un ruolo molto attivo come rappresentante sindacale.

    Dopo l’annuncio dell’azienda, l’assemblea dei fotogiornalisti dell’ “AP Italia Photo” ha proclamato lo stato di agitazione mettendosi a disposizione per un primo “pacchetto” di dieci giorni di sciopero. L’aspetto che preoccupa maggiormente i colleghi è l’annunciato licenziamento di un fotoreporter ed il fatto che questa scelta, per giunta, sia caduta proprio su un collega che da svariati anni è impegnato sul fronte sindacale come membro del Comitato di redazione dell’agenzia.

    “AP Italia Photo” è attualmente la struttura giornalistica con il maggior numero di fotogiornalisti assunti con tutti i crismi previsti dal Contratto nazionale di lavoro giornalistico. I colleghi che ci lavorano sono undici, tutti giornalisti professionisti,  e in buona parte si alternano nella copertura, oltre che del ruolo di fotoreporter spesso inviati anche sui teatri dei principali avvenimenti internazionali , anche nelle varie mansioni di redattori fotografici. Nonostante la situazione di grave crisi economica che ha colpito l’AP a livello mondiale, la sua filiale italiana ha invece mantenuto i suoi bilanci in attivo.

   Giovedì scorso, dopo una nuova assemblea, i fotogiornalisti dell’AP hanno chiesto un ulteriore incontro con l’amministrazione e la presentazione di un piano di ristrutturazione chiaro e dettagliato . Tra i vari aspetti non ben definiti ci sono pure le modalità con le quali l’azienda intende continuare, dopo l’eventuale chiusura, a dare lavoro ai colleghi dell’attuale redazione di Milano.

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Ho imparato a sognare.

 

Un titolo azzeccato come lo sono le sue liriche anche  quando vengono scritte da altri. ” Ho imparato a sognare ” è il nome dell’ ultimissimo album che la ” Signora della canzone “, Fiorella Mannoia, sta presentando in questi giorni.

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Led Zeppelin, ma la canzone non sarà più la stessa.

22 Novembre 2007 5 commenti

James Patrick Page si rompe un dito e la data della grande reunion è stata spostata al 10 Dicembre ma il celebre chitarrista ha dichiarato alle tv internazionali che non ci saranno problemi e preannuncia che sarà in grande forma. Per un ex fan come me di una giovinezza trascorsa ad ascoltare il rock per poi passare a cose più consistenti, vedere J. Page visibilmente ingrassato e con i capelli argentei fa un certo effetto, colui che era simbolo di energia su di  un corpo longilineo e perdeva tre chili ad ogni performance. Ma lo scorrere degl’ anni è inevitabile e porta quindi un po’ di malinconia.

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Troverai, mi hanno sempre detto troverai……. è uscito ” Giannabest “.

19 Novembre 2007 2 commenti

Cercherò, mi sono sempre detta cercherò…..

Troverai, mi hanno sempre detto troverai…

Per oggi sto con me e mi basto, nessuno mi vede

E allora accarezzo la mia solitudine

Ed ognuno il suo corpo non sa cosa chiedere…….chiedere…..chiedere……chiedere….

Fammi sognare, Lei si morde la bocca e si sente l’ America

Fammi volare, Lui allunga la mano e si tocca l’ America

Fammi l’ Amore, forte sempre più forte come fosse l’ America

Fammi l’ Amore, forte sempre più forte ed Io sono l’ America

Cercherai, mi hanno sempre detto cercherai…

E troverò, ora che ti accarezzo, troverò,

Ma quanta fantasia ci vuole per sentirsi in due.

Quando ognuno è per sempre con la sua solitudine

E regala il suo corpo quando non sa cosa chiedere……chiedere……chiedere…..

Fammi volare, Lei le mani sui fianchi come fosse l’ America,

Fammi sognare, Lui che scende e che sale e si sente l’ America,

Fammi l’ Amore, Lei che pensa ad un altro e si perde l’ America

Fammi l’ Amore, forte sempre più forte ed io sono l’ America.

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Un salto a ritroso nel tempo, un makeup in chiave moderna con l’ aggiunta di tre inediti.

Si presenta così in questi giorni in tuttii music – store, il nuovo doppio album di Gianna Nannini – ” GiannaBest ” – dalla confezione curata con foto in bianco e nero che si contrappongono all’ effetto neon opaco e associate ad una grafica raffinata.

I due CD hanno il compito di rivisitare e celebrare una carriera che l’ ha annoverata tra le cantanti più amate nel Belpaese e che la rende nota non solo tra i giovanissimi ma anche tra gl’ adulti.

Ventinove brani, etichetta Polydor, assemblato dai mixer dei Metropolis Studios di Londra, con i cavalli di battaglia degl’ esordi in stile rocker nostrano, come lo straordinario ” riff ” di America, che la fece conoscere al grande pubblico e che accellerò in maniera repentina la sua corsa verso il successo.

Per poi proseguire con Latin Lover, Bello e Impossibile, I maschi, il ” grido ” di – Scandalo -, Profumo, Ragazzo dell’ Europa, Fotoromanza, canzoni dove l’ artista si confronta con l’ Uomo, le tematiche dell’ Amore, innamorata di un ragazzo con il Cuore fuoristrada, in modo sognante, suadente, diretto e talvolta con un velo di malinconia tra le sue parole.

Ma la cantante toscana ci regala e non dimentica nella selezione delle atmosfere più softcome ” Sei nell’ anima “. Invece ” Pazienza ” è un crocevia su di un basamento musicale pregno di romanticismo in stile ballata ” made in Italy “, nella quale pianoforte e violini accompagnano una voce non più marcata ma bensì calda, intrisa di femminilità e che precede ” California ” che si distingue per un interminabile improvvisazionechitarristica mentre la ” Meravigliosa creatura ” è stranamente inserita con due varianti.

La classica, che ha fatto la fortuna di uno spot della Fiat Auto ma che è stata eseguita anche ai funerali del giovane laziale ucciso da un poliziotto domenica scorsa davanti ad un autogrill, mentre la seconda viene altalenata con ritmi e sfaccettature “rock – dance ” rendendola quasi irriconoscibile dall’ originale a ribadire che la Nannini riesce, quando vuole, ad esprimere le più stravaganti interpretazioni.

” Mosca cieca ” estrapola l’ ispirazione da una strofa di ” Diario russo “, della giornalista AnnaPolitkovskaia, morta recentemente, affrontando le sensazioni di una intrinsecapaura per chi vive nel pericolo in un paese, il quale nonostante la caduta del comunismo non concede la totale libertà di raccontare le proprie opinioni e soprattutto le Verità.

Un palese accenno all’ intreccio di mafia locale con un altrettanto Governo ambiguo.

” Dolente Pia ” è una scheggia di quella che la Nannini definisce un opera in pieno sviluppo dichiarando alla conferenza stampa del disco che altri pezzi di essa sono in cantiere.

Il tour primaverile attraverserà tutto lo stivale. Si parte dalla Sicilia in quel di Palermo la sera del sette di marzo 2008 per poi proseguire nei maggiori capoluoghi.

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Un Bob Dylan inedito

30 Ottobre 2007 3 commenti

Viene considerata una " chicca " per i collezionisti, sia per il periodo che per il contesto musicale e storico. In questi giorni sta uscendo sul mercato internazionale un Dvd – " The other side of the Mirror " sui Festival di Newport tra il 1963 e il 1965 in cui sono state registrate le performance di Bob Dylan. La kermesse che proprio in quegl’anni aprì alla musica pop, poiché era sempre stato un festival esclusivamente jazzistico, ma soprattutto è stato il momento cruciale del tanto discusso passaggio del Menestrello americano dalla musica acustica a quella elettrica. La registrazione non è mai apparsa sul mercato legale e quindi sono considerati quasi tutti inediti. Secondo gli esperti e i critici che l’ hanno ascoltata sarebbe di ottima fattura.

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Ischia Music Legend Awards

Avverrà martedì dieci luglio la premiazione del prestigioso riconoscimento dell’ Ischia Music Legend Awards.
Ma il vincitore probabilmente sarà assente per i noti problemi di salute che lo affliggono da tempo, per cui il premio sarà ritirato dalla moglie.
Luciano Pavarotti è stato considerato nelle motivazioni della sentenza dell’ Accademia Internazionale Arte di Ischia il più grande tenore di tutti i tempi.
Lo rende noto con un comunicato stampa la giuria.

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Dylan e Amleto, un interessante articolo.


Qui sotto riporto un interessante articolo sull’ Unità di oggi a firma del giornalista Roberto Brunelli.
Questo è il link di riferimento.

http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=64477

L’ossessione e la furia, Dylan-Amleto torna trent’anni dopo.

Di Roberto Brunelli ? L’ Unità 20 Marzo 2007.

Bob Dylan era Amleto. Forse lo è ancora, ma sicuramente pensava di esserlo intorno al rabbioso 1965 in cui l’America stava cambiando pelle. Era lui quel «principe Amleto dell’esagramma» che compariva nell’ultimo capitolo di Tarantula, il «libro segreto», il libro misterioso, incomprensibile, profetico, avanguardista o del tutto farneticante (dipende dai punti di vista, ovvio) che l’uomo di Blowing in the wind aveva scritto e poi nascosto fino al 1971, per poi tenerlo di nuovo nascosto per svariati decenni, prima di riprendere la penna in mano e scrivere la sua strana ma fascinosa autobiografia, Chronicles volume 1 (uscita nel 2005). L’aveva nascosto perché certo era una cosa complicata essere Amleto, forse un po’ anche Shakespeare, e al tempo stesso William Burroughs, T.S. Eliot, Allen Ginsberg, un pizzico di James Joyce, magari tuffandosi in un fiume «talking blues» con venature voodoo…

Il fatto è che Tarantula – che il 22 marzo ritorna nelle librerie italiane per Feltrinelli con una nuova traduzione di Andrea d’Anna (pp. 348, euro 10,00) – è soprattutto una lunga «sinfonia per voce sola», un tentativo di mettere in prosa/poesia quella stessa elettricità che l’ex «menestrello» stava in quegli stessi mesi scaricando sulla tradizione del folk, conferendo alla musica del mutante paese post-kennediano una mitologia sonora e delle coscienze che fino ad allora gli era ignota.

Prosa elegiaca, che alla sua prima uscita (se si esclude qualche migliaio di copie che in un primo momento circolarono negli ambienti underground in edizione pirata) suscitò prevalentemente incomprensione se non, addirittura, imbarazzo, visto che facilmente poteva essere scambiata per qualcosa come uno stream of consciousness: un fiume anarcoide di parole libertarie, in sostanza. In realtà era «una deliberata sfida alla lingua scritta», come scrive Alessandro Carrera, che non solo è professore di letteratura italiana e comparata alla University of Houston, ma soprattutto è uno dei più insigni studiosi dylaniani, traduttore «ufficiale» delle sue canzoni, della sua autobiografia nonché, oggi, insieme a Santo Pettinato, di questa nuova edizione (quella del ’72 era targata Mondadori) di Tarantula. Che «è il tentativo di portare la scrittura fino ai limiti estremi dell’ambiguità fonetica e di senso… Chiede di esser letto ad alta voce, impone al lettore di trasformarsi in esecutore, vuole trasmettere la stessa meraviglia da apprendista stregone provata dal suo autore nei confronti delle possibilità nascoste della lingua», come sostiene Carrera in un articolo per la rivista Poesia, che ne ha anticipato alcuni brani.

Scriveva tra il ’65 e il ’66, Dylan. Ossia nel periodo più discusso e tormentato della sua vita e della sua arte: gli anni di Like a Rolling Stone, del famigerato passaggio dal folk al rock elettrico, delle grida «Giuda!» rivoltegli dai «puristi», i frenetici mesi di Blonde on Blonde e di versi come «the ghost of electricity howls in the bones of her face» (il fantasma dell’elettricità urla nelle ossa della faccia di lei), versi che facevano andare in brodo di giuggiole «le migliori menti di una generazione» (per dirla con Ginsberg) che correvano intorno al vulcano in eruzione che era il rock’n'roll. Un periodo vorticoso che terminò con un incidente di motocicletta che «probabilmente mi salvò la vita», come disse lo stesso Dylan. Il quale, in effetti, era arrivato di corsa in cima alla onda più alta e paurosa di quella «tempesta perfetta» che furono gli anni sessanta, una rivoluzione culturale che stava modificando la nozione che il mondo occidentale aveva di se stesso.
Non a caso i fantasmi di Tarantula sono gli stessi delle canzoni di quel periodo: la violenza ed il paradosso, il sesso fra estasi e ossessione (pare che la Tarantula del titolo altro non sia che il sesso femminile), soprattutto «lo sguardo disincantato di chi stando ai margini della società non ha niente da perdere» (ancora Carrera), il Vietnam.
Passaggi quasi danteschi, in Tarantula, visioni infernali che pure lampeggiavano dalle televisioni degli anni sessanta di quell’America che per l’ennesima volta (certo non per l’ultima) «aveva perso l’innocenza»: «Un giorno stavo cantando in una foresta e qualcuno disse che erano le tre. Quella sera mentre leggevo il giornale vidi che un casamento era stato dato alle fiamme e che tre pompieri e diciannove persone avevano perso la vita». E quanto fosse febbrile, il ragazzo chiamato Dylan, lo racconta una giovane Joan Baez ad Anthony Scaduto, nella prima leggendaria biografia del cantautore. «Scriveva come una mitragliatrice. Rimaneva accovacciato per delle ore con le ginocchia che gli andavano avanti e indietro e facevano “tung, tung, tung”. Se ne stava tutto il giorno nel suo angolino a fumare e bere vino. C’era un solo modo per farlo mangiare: gli leggevo da dietro le spalle e masticavo… allora lui subito si metteva a spiluzzicare nel mio piatto. Ero costretta a cucinare solo roba che si potesse spiluzzicare facilmente».

Benché febbricitante e oracolare, Tarantula è molto più strutturato di quel che si potrebbe pensare. Quarantasette piccoli capitoli in due sezioni ciascuno, di cui la seconda scritta in forma di un’epistola in versi liberi. «Grammatica, ortografia, sintassi e punteggiatura vengono sottoposte a una torsione continua e a permutazioni di senso che spesso spingono il testo sulla soglia dell’indecifrabile, nonché dell’intraducibile», annota un desolato ma coraggiosissimo Carrera. A parte la storia dei tre nomi-chiave che ricorrono nel libro («Aretha», derivato dalla regina del soul Aretha Franklin, ma anche quasi anagramma di heart, cuore, e di earth, cioè terra, e secondo Carrera musa angelica delle arti e della passione; «Maria», nome latino e sinomino di evasione esistenziale e/o sessuale, spirito terreno; «Lenny», come il comico iconoclasta Lenny Bruce, ossia il «fool» rivelatore di verità nascoste nella sua autodistruttività creativa), probabilmente la chiave vera per entrare in Tarantula è la capacità di intenderlo per quello che è: e cioé un «libro orale», un mouthbook sotto forma di incursione letteraria nei paesaggi biblici già ricorrenti in Dylan, un libro – e questo lo dice Dylan medesimo – «fatto di parole» e dove non accade nient’altro se non «le parole».

Parole che mettono in scena il labirinto altamente teatrale dell’universo-Dylan, una specie di celebrazione in cui il personaggio Dylan-Amleto e l’autore Dylan-Shakespeare s’incontrano e s’incrociano: «Qui giace bob dylan / assassinato / alle spalle / da carne tremolante / che dopo essere stata rifiutata da Lazzaro / gli saltò addosso per la solitudine / ma si stupì nello scoprire / che lui era già / un tram e / questa è stata appunto la fine / di bob dylan». Per la verità, Lazzaro gli fu amico, visto che – dice la leggenda – dopo il famoso incidente di moto, Dylan «risorse» e visse per sempre: proprio come quel principe di Danimarca con il teschio di Yorick in mano.

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