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Tredici anni fa moriva Yasser Arafat.

Il tempo, come acqua che scorre, porta via tutti i suoi figli. E’ una grande detto ma innanzitutto è una Verità irrefutabile.

Circa 13 anni orsono moriva Yasser Arafat il cui vero nome era Muhammad Abd al-Raman ‘Abd al-Rauf al-Qudwa al-Husayni, che poi veniva trasformato nel mondo islamico con un appellativo di fantasia, Abu Ammar, per delle necessità effettive oppure soggettive come talvolta succede anche in Occidente.

Yasser Arafat ha avuto un peso non indifferente in tutto il Medio Oriente e a tratti anche sulla scena mondiale sebbene nell’ ultimo lustro era quasi stato ” dimenticato ” ma restava comunque un punto di riferimento per la società mussulmana.

Era oramai noto che il Presidente, dopo gl’ attentati dell’ 11 settembre, salvo rarissimi casi, non lasciava più la Palestina, ostaggio confinato dagl’ israeliani i quali sostanzialmente oltre l’ assedio armato gli negavano qualunque autorizzazione costringendolo a vivere asserragliato nella sede di Ramallah a discapito di quella che doveva essere una partita politica non ancora conclusa.

Un declino affannoso, con obsolete idee, definito da taluni addirittura clientelare oltre a una salute che stava diventando cagionevole. Erano in molti, compreso i suoi più stretti colleghi e collaboratori, che desideravano un avvicendamento prima della naturale dipartita avendolo messo in discussione più volte.

E anche nel giorni della morte ha lasciato il mistero di un possibile avvelenamento portandosi con se molteplici segreti mai del tutto chiariti per quella che era stata un ambigua e controversa figura ma pure abile nel sapere gestire e rilanciarsi in mezzo ad epocali cambiamenti.

Arafat nella sua vita ha conosciuto qualche vittoria, ha lottato molto attraversando periodi roventi caratterizzati da guerre civili, occupazioni, sistemi terrorismo e subendo anche diverse sconfitte sul campo assieme ad un temporaneo esilio che però gli consentirono di proclamare la nascita dello stato della Palestina.
Un astuta mossa con il sostegno di altri capi arabi ( Saddam Hussein ) che gli permetterà di diventare il simbolo e l’ uomo chiave dei palestinesi.

Sin da quando era giovane dimostrò la sua indole di rivoluzionario cavalcando la difficile guida dell’ Olp e di Al – Fatah organizzazioni politiche e paramilitari a cui devono il costante impegno e la ” speranza ” di migliaia di palestinesi evocando un motivo ad essi che si potessero battere con efficacia per la liberazione delle terre e la creazione di uno stato indipendente sconfiggendo così un giorno i nemici sionisti.

Il leader palestinese ha ricevuto la rilevante onorificenza del Nobel per la Pace per quel tentativo diplomatico che all’inizio degl’ accordi di Oslo sembrava potesse finalmente costruire un armistizio definitivo ma che risultò in brevissimo tempo un cocente fallimento per l’ incapacità di trovare una soluzione da ambo le parti ribadendo così il sottile e persistente odio tra i due governi con gl’ interessi di dominio e le soluzioni in gioco.

Movimenti d’ispirazione ideologica troppo lontani ed evidenziati anche nel vertice negoziale di Camp David e nei posteriori accordi di Sharm El Sheikh.

E poi con l’ avvento della cruenta seconda Intifada iniziata il 28 settembre del 2000 mentre il caos politico e territoriale prosegue tuttora in una alternata ma infinita scia di sangue.

Quasi niente è cambiato in West Bank e nella martoriata Striscia di Gaza dalla morte di Yasser Arafat. Tuttavia la fine ha dato un maggiore rafforzamento e accentramento di potere al gruppo radicale di Hamas che gode di ampia fiducia.

In tutti questi anni Israele ha proseguito senza sosta nell’ utilizzazione della forza armata: operazione Arcobaleno, operazione Piombo Fuso, colonie di popolamento illegali, campagna militare ” Inverno caldo “, barriere in zone cuscinetto e un ” Security fense ” di oltre settecento chilometri che innalza un triste sentimento di imprigionamento nei confronti dei palestinesi della Cisgiordania.

Un eredità pesante, un intricato mosaico oramai divenuto un ” labirinto senza via d’ uscita ” in cui anche la comunità internazionale ha delle colpe.

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Ho vissuto ben cinque giorni e quattro notti nel Muqata di Arafat che non è poi che un grosso compound alle porte di Ramallah sulle colline della Giudea.

Un esperienza personale straordinaria avvenuta nella calda primavera del 2002 quando l’ IDF aveva già cominciato a circondarlo sfondando il alcuni casi la recinzione muraria del complesso e stavano studiando un attacco mirato per eliminarlo definitivamente.

I ricordi sono molti come nel silenzio delle notte squarciati dall’ inquietante rumore del movimento dei cingoli dei carri armati e da sordo sparo in lontananza.

Oppure quell’ ospitalità senza alcun pregiudizio nei miei confronti come quella di partecipare e mangiare assieme a tutto lo staff.

Il mio scopo non era intervistarlo e nemmeno conoscere gli sviluppi politici del Medio Oriente ma bensì semplicemente fotografarlo in quella che veniva definito il suo rifugio abitativo.

Le poche frasi scambiate con il leader furono quando il capo di gabinetto mi presentò e poi la richiesta di riprenderlo sulla terrazza del costruzione principale sopra il suo ufficio che però mi venne negata a causa della pericolosità di un possibile colpo di arma da fuoco che potevano scagliare i cecchini israeliani. Lui stesso mi fece capire che prima o poi avrebbero cercato di attaccarlo. Parole di santa predizione perché così avvenne dopo alcune settimane.

Tuttavia non mancarono le occasioni e le situazioni che si presentarono in quei giorni: le conferenze stampa, l’ incontro dopo la mezzanotte con Javier Solana che era venuto per tentare di ricucire i rapporti sulle tematiche della sicurezza e che aveva bisogno dell’ assenso di Arafat, il lungo colloquio con il diplomatico spagnolo Miguel Ángel Moratinos, il meeting con El Van Dick ed alcuni rappresentanti delle chiese ortodosse in Palestina e altro ancora.

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Immagine Fiesoli e Arafat.
Fotografia di Al Mhreb – tutti i diritti riservati.

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